In questo anno
rapinoso, immaginifico, che ricorderò come un sogno probabilmente per la metanoia che ho vissuto, venuta dall’alto
come tutte le cose importanti della vita, mi ha sempre sostenuto “da terra
lontana” un amico dei tempi del Liceo, visto pochissimo dopo.
La vita è strana quando tesse legami invisibili, che resistono alla furia del tempo.
Nicola Santoro è
stato una presenza silente e assidua delle mie condivisioni. Una delle quelle
voci preziose che ti sostengono quando hai l’impressione di galleggiare nel
vuoto o di muoverti al buio, spronandoti ad andare avanti.
Per questo le sue parole, a proposito del racconto premiato a Roma, sono state
particolarmente importanti. Non tanto per l’elogio in sé, quanto perché, a
volte, qualcuno riesce davvero a entrare nello spazio interiore da cui un testo
nasce. È raro sentirsi letti in profondità. Ancora più raro quando la lettura
coglie non solo la trama o lo stile ma il nucleo umano che sostiene la
scrittura. È accaduto anche con le riflessioni di Daniela Piesco, che contribuiscono moltissimo alla comprensione di
ciò che vado facendo.
Nicola scrive che «non è solo un racconto su un cane e il
suo umano, ma una riflessione profondissima su cosa significhi davvero guidarsi
a vicenda». Era uno dei temi che più mi interessavano mentre scrivevo: la
possibilità che la guida non proceda mai in una sola direzione, che anche chi
sembra accompagnare abbia bisogno, a sua volta, di essere accompagnato.
In un altro passaggio aggiunge: «Il rapporto tra Argo e Luca
è commovente perché racconta qualcosa di universale — il bisogno di essere
compresi e guidati, anche nelle nostre fragilità». Credo che qui venga toccato
il centro emotivo del racconto. Al di là della vicenda specifica, mi
interessava esplorare quella zona dell’esperienza umana in cui la fragilità non
coincide con la mancanza ma con una forma
diversa di relazione e di ascolto.
Mi ha fatto effetto anche vedere richiamate alcune immagini
nate quasi in uno stato di ascolto più che di progettazione: «le parole sono
come guinzagli invisibili», «i cani che vedono col cuore». Quando si scrive
narrativa – una narrativa nel mio caso nutrita dalla poesia, praticata da quasi
quarant’anni - capita talvolta di avvertire che certe frasi arrivano da una
zona meno controllata, più intuitiva.
Tra le righe che più mi hanno toccato c’è anche questa: «Hai
scritto qualcosa che lascia il segno». Credo che ogni autore speri segretamente
proprio questo: non impressionare, non esibire abilità, ma lasciare una traccia
emotiva autentica in chi legge.
Un altro passaggio parlava di un racconto «capace di
commuovere senza mai essere retorico». È forse uno dei complimenti più
difficili da ricevere. Raccontare emozioni senza forzarle, senza
sovraccaricarle, cercando una forma di verità semplice, resta una delle sfide
più complesse per chi scrive. L’eccesso è sempre in agguato.
Mi è rimasta dentro anche la frase finale del messaggio: «Ti
verrei anche a trovare per complimentarmi di persona». A volte la vita rende
complici gli incontri, li rinvia, li sospende. Eppure esistono parole che
riescono ugualmente ad arrivare con una presenza piena. E di questo voglio
ringraziare in pubblico chi, come Nicola, mi fa sentire la sua presenza, la
amicizia disinteressata. E in lui tutti coloro che sento compagni in questa
avventura dello spirito. Mi accadde qualcosa di simile con la mia esperienza
politica. E fu la parte migliore di essa.
Scriviamo anche per costruire passaggi invisibili tra
solitudini e differenze.
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