domenica 3 maggio 2026

La febbre e il veleno [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

Io, Girolamo Benivieni, l’ho visto cedere come un ramo troppo carico di frutti. La stanza odorava di aceto caldo e di erbe pestate; gli speziali macinavano come se il tempo si potesse tramutare in polvere e somministrare a cucchiai. Sotto la finestra, Firenze era un ronzio di ferri, di passi, di voci trattenute: il re di Francia stava entrando tra gli archi e le logge, ed era il 17 novembre 1494. Quella stessa mattina, Giovanni ha smesso di respirare. E la città ha fatto finta di non accorgersene, come se potesse respirare al posto suo. Carlo VIII valicava i nostri portoni con le sue armature lucide; sul letto, il mio amico, Pico della Mirandola, scaldava la febbre con la febbre. I medici del re – sì, proprio i suoi personali – erano giunti al galoppo; nulla è valso. Poi, come un sasso nell’acqua, la voce: veleno. «Il segretario, Cristoforo da Casalmaggiore», dicevano; «o qualcuno dei Medici, per punire la sua devozione al frate». 

Aveva ancora gli occhi lucidi quando mi chiese di leggere qualche verso. La sua mano – una fiamma trasparente – cercò la mia. «Non c’è armonia senza pericolo, Girolamo», mormorò. Poi mi pregò di chiamare fra’ Girolamo. E io corsi.

Savonarola arrivò al tramonto. Gli portai una candela e la Parola. Il frate gli posò la mano sulla fronte, parlò basso, quasi fosse lui l’ammalato. Io non lo amai, quel tono. Più tardi, in pulpito, disse che l’anima di Giovanni, tardata alla religione, sostava nel Purgatorio. Ne nacquero mormorii e giustificazioni; io stesso scrissi per difendere la memoria dell’amico. Ma in quei giorni, tra il caldo degli unguenti e il freddo delle scale, sentii l’ombra di quelle parole addensarsi sulle sue lenzuola. 

Sarebbe facile, adesso, chiudere il libro e dire: febbre. Ma il mio mestiere è stato sempre quello di tornare sulle sillabe, di aprire ancora. Così, quando il corpo di Giovanni venne portato da me dentro San Marco, promisi – a lui, a me – che le nostre ossa non si sarebbero separate. E scrissi quell’epitaffio che parla per noi. Ma prima delle pietre, ci furono i giorni: le stanze, gli ingressi, le mani, i calamai. E in quelle ore pestate di silenzio, cercai indizi. 

Il primo indizio: Poliziano. Due mesi prima, settembre: il mio fratello di lettere se n’era andato all’improvviso. Un altro letto caldo, un altro torpore che non conosceva stagione. I medici parlarono di malsania dell’aria, di biliosi, d’ostinazioni d’inchiostro. Ma in taverna si sussurrò la stessa parola: veleno. Io non ci credetti; o non volli. Quando Giovanni s’ammalò, capii che i racconti hanno radici comuni. E che le radici cercano sempre la stessa acqua. 

Secondo indizio: Cristoforo. Segretario solerte, avido d’inchiostro e di corridoi, era stato compagno di fughe e di carte. Un tempo, quando Giovanni combinò una pazza storia d’amore ad Arezzo, furono proprio le buone gambe dei cavalli di Pico e di Cristoforo a salvarli dalla giustizia armata. Il nome di Cristoforo attraversa gli anni come un taglio nella pergamena: discreto, netto, utile. Un uomo così sa aprire e chiudere; sa portare e togliere. Sa quando una stanza è vuota. 

Terzo indizio: i flaconi. Nella camera del conte, accanto al breviario, c’era un vassoio con polveri aromatiche. Gli speziali giuravano d’averle miscelate per sudare la febbre fuori dal corpo: angelica, ruta, un poco di canfora, zucchero. Io ne assaggiai un granello – gli amici si fanno male così – e mi parve un innocuo amaro. Ma l’amaro, lo sappiamo, è una maschera. Chi aveva portato quei vetri? Quando?

Quarto indizio: le visite. Entravano ambasciatori, maestri, frati, nemici travestiti da amici e amici travestiti da se stessi. La città entrava intera in quella stanza, e si toglieva il cappello. Io tenevo un registro: nome, ora, parola detta. Non per sospetto, per ordine. Ma l’ordine è una grata: ci si affaccia, si vede meglio. E si vede il vuoto: un pomeriggio intero senza mani su quella porta. Il pomeriggio prima che la febbre diventasse piombo.

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Il racconto integrale si trova in Racconti dall'ombra (Rudis edizioni). 





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