giovedì 7 maggio 2026

Borges (𝑚ₐₑ𝑠𝑡ᵣᵢ)


Cosa amo di Borges? La dizione piana, il rifiuto di ogni “barocchismo” e della sua variante moderna, lo sperimentalismo avanguardistico. Ha ispirato molto le scelte stilistiche della mia prima, lunga stagione poetica (che va da Per aspera allancora inedito Una luce che risplende in luoghi oscuri).

Ne amo l’esaltazione del quotidiano, anche se può apparire stridente con il Borges più celebre, quello dei labirinti e dei mondi fantastici. In realtà, a me pare un “senex puer”, da sempre vecchio e per sempre fanciullo di stupori rispetto agli eventi minimi del reale, ben incardinato in un immaginario destinato a cristallizzarsi e definirsi in “archetipi” mentali anche a causa della cecità.

Ne apprezzo l’interrogazione metafisica, l’oscillazione indecisa rispetto alla questione “Dio”, che spinse Sciascia a definirlo il maggior teologo (ateo) del suo tempo.

Comprendo, perché è anche mia, l’esaltazione per l’eroismo, che però troppo spesso si declina in una visione “politica” per me assolutamente respingente (nell’Elogio, ad esempio, l’esaltazione indiscriminata delle politiche israeliane).

Che cosa non ne amo? Sicuramente l’idea idealistica che il mondo sia un sogno, una creazione della mente o l’idea, anch’essa di chiara matrice schopenhaueriana che la libertà del volere sia un inganno e che tutto sia necessitato.

Questa una delle mie poesie preferite, una di quelle che mi aiuta a dire il mio modo di abitare il mondo, con fedeltà. Così immagino il Paradiso. Soprattutto in questi giorni che percepisco come trapasso verso una vita nuova, ne amo il verso che allude a chi conosce le mie angosce e la mia fragilità, e da cui so che non sarò ferito per questo.


SEMPLICITÀ


                                       A Haydée Lange


Si apre il cancello del giardino

con la docilità della pagina

che una frequente devozione interroga

e qui dentro gli sguardi

non han bisogno di fissare gli oggetti

che occupano già la memoria


Conosco le abitudini e le anime

e quel dialetto di allusioni

che ogni umano consesso va architettando.

Non ho bisogno di parlare né di fingere privilegi:

mi conoscono bene quelli che qui mi stanno intorno,

sanno bene delle mie angosce e della mia fragilità.

Questo è raggiungere la vetta più alta,

quello che forse ci concederà il Cielo:

né ammirazione né vittorie

ma semplicemente essere ammessi

come parte di una Realtà innegabile,

come le pietre e gli alberi.







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