domenica 12 aprile 2026

Munus [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 

Da tempo, la mattina quando vado a scuola e la sera, appena coricato, prego per i miei morti. È un gesto che si affida alla ripetizione, a una fedeltà quotidiana che non pretende risposta. Il corpo conosce il tempo del gesto prima ancora del pensiero. Una soglia breve, attraversata due volte al giorno.

I nomi vengono da soli. Non li cerco. Si presentano. Tra gli amici, sempre per primi, Armin e Stefania. Tornano con naturalezza, senza sforzo, inseriti in una sequenza che non stabilisce gerarchie, solo prossimità. È un elenco senza ordine, tenuto insieme dalla presenza. I nomi non spiegano, non convocano ricordi precisi. 

La preghiera non illumina. Custodisce. Tiene aperto uno spazio in cui il tempo si raccoglie e si divide. Qualcosa passa, qualcosa tace. In quel silenzio, i morti non sono lontani. Abitano l’atto stesso del ricordare, una veglia breve, rinnovata, che non cerca consolazione. 

Stefania morì sulla soglia del matrimonio. Fu sepolta con l’abito bianco. Pensare a questa cosa mi commuove sempre. Fino alle lacrime. Anche dopo tanti anni. Era stata presenza discreta a casa nostra, negli anni trascorsi a scuola con mia sorella. Anche lei è rimasta lì, in un punto che non si attraversa. Un punto fermo, che continua a chiedere presenza.

Vorrei che queste parole fossero un pegno. Un munus. Non un risarcimento, perché nulla si risarcisce davvero. Un dono che obbliga, che espone, che riconosce un debito. Per Armin. Per la mia assenza di quel giorno funesto. Per dire che la sua passione, la sua musica, quella sera in pizzeria, quel gesto nell’aria davanti a un pianoforte immaginato non sono andati perduti. Sono rimasti affidati.



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