Aprì il sacchetto con i denti perché le dita tremavano. Tirò fuori un panino avvolto nella carta lucida e lo spezzò in due. Una metà se la infilò in tasca, l’altra la appoggiò sul muretto, vicino all’erba bassa che cresce ai piedi dell’Arco. Il pane sapeva di lievito acido.
Non passava quasi nessuno a
quell’ora. Lui restò fermo con il sacchetto in mano e lo sguardo inchiodato
alle venature del marmo. Fu colpito da una formella: l’imperatore con la mano
tesa sopra la folla. Pensò che forse stava offrendo un’elemosina: a loro, ai
piccoli in basso, scolpiti appena, le teste ovali, senza occhi. Un tempo lo
sapeva di certo, perché qualcuno — nelle ore che a scuola non passavano mai —
gliel’aveva spiegato. Ora, però, tutto si confondeva, come un vecchio film
proiettato su un muro sporco con le figure che tremano e si dissolvono, di
quelli che talvolta aveva visto nel suo quartiere di periferia in estate.
Aveva i capelli sporchi e un
giubbotto grigio sformato. La barba gli pizzicava la gola quando inghiottiva.
La mensa della Caritas apriva a
mezzogiorno. Fino ad allora camminava. Andava verso la chiesa. A volte entrava,
quando trovava la porta socchiusa. Si sedeva in fondo, al buio. L’odore qui era
diverso: polvere antica e calcare.
I colori erano quasi scomparsi:
solo tracce di ocra e di rosso ferroso, un frammento d’azzurro che pareva
muffa. Le figure, ridotte a silhouette, si sfaldavano nel calcare. Di un volto
restava l’ombra del naso, di una mano il contorno incerto. Gli parve che anche
lui, sotto quella volta corrosa, stesse scolorendo allo stesso modo: un
affresco a cui la vita aveva tolto il colore. Alla fine resta il muro nudo,
dopo che anche gli ultimi frammenti irrelati e insensati sono spariti.
La misericordia di Dio è infinita,
ma ha una pessima memoria. Così gli venne da pensare.
Aveva smesso di chiedere carità
ai passanti. In realtà non aveva mai cominciato. Sollevare la mano gli era
parso innaturale, come fosse il vecchio con il cane di un film in bianco e nero
visto da bambino in televisione. Preferiva, dunque, aspettare che i cestini
dell’ortofrutta rilasciassero gli scarti, o passare tardi vicino ai
distributori della stazione. Guardava i viaggiatori mettere le lattine nei
cestini. Ma non frugava in pubblico. Aspettava che calasse la sera. Qualche
anima generosa gli infilava in tasca cinque euro ogni tanto mentre era
appisolato su una panchina sulle panchine prospicienti la Villa Comunale.
Il corpo puzzava di alcool secco.
Lo sapeva e cercava di stare all’aperto. A volte si fermava sotto i portici, ma
l’odore lo seguiva, gli saliva dalle mani, dai vestiti, perfino dal respiro.
Non c’era modo di lavarlo via. E poi le docce gli facevano paura: la puzza di
piedi vecchi, il sapone condiviso, la condensa sugli specchi. La pelle nuda
davanti a sconosciuti: un’umiliazione che non riusciva ancora a sopportare. Il
vino gli aveva cambiato la pelle. Quando passava vicino a qualcuno, sentiva le
persone scostarsi appena, un gesto minimo ma netto, come si fa con la
sporcizia. Allora si allontanava anche lui, per evitare di leggere negli occhi
degli altri la conferma di ciò che era diventato. Restava fuori, dove il vento
mescolava gli odori e poteva illudersi di non avere più il suo.
La mattina seguente un addetto
del Comune lavava con la lancia il marciapiede vicino all’arco. L’acqua
sprigionava un odore di cloro e muffa che gli entrò nel naso. Gli ricordò il
magazzino dei detersivi del supermercato dove aveva lavorato sei anni. Poi il
conto andato fuori, il prelievo con la carta fino all’ultimo euro, la slot nel
bar con la moquette appiccicosa. Quando tornava al lavoro con la testa piena di
luci, sbagliava, perdeva le bolle.
Alla mensa, il profumo del sugo
copriva tutto. L’ingresso sapeva di umido e detersivo economico. Si metteva in
fila con gli altri. Nessuno parlava. Quando passava il vassoio gli venivano in
mente le mense scolastiche dei figli.
(in Bestiario delle città nascoste, Calligrafe mappe di stile, 2026)

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