venerdì 24 aprile 2026

L'odore del mondo [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 

Aprì il sacchetto con i denti perché le dita tremavano. Tirò fuori un panino avvolto nella carta lucida e lo spezzò in due. Una metà se la infilò in tasca, l’altra la appoggiò sul muretto, vicino all’erba bassa che cresce ai piedi dell’Arco. Il pane sapeva di lievito acido.

Non passava quasi nessuno a quell’ora. Lui restò fermo con il sacchetto in mano e lo sguardo inchiodato alle venature del marmo. Fu colpito da una formella: l’imperatore con la mano tesa sopra la folla. Pensò che forse stava offrendo un’elemosina: a loro, ai piccoli in basso, scolpiti appena, le teste ovali, senza occhi. Un tempo lo sapeva di certo, perché qualcuno — nelle ore che a scuola non passavano mai — gliel’aveva spiegato. Ora, però, tutto si confondeva, come un vecchio film proiettato su un muro sporco con le figure che tremano e si dissolvono, di quelli che talvolta aveva visto nel suo quartiere di periferia in estate.

Aveva i capelli sporchi e un giubbotto grigio sformato. La barba gli pizzicava la gola quando inghiottiva.

La mensa della Caritas apriva a mezzogiorno. Fino ad allora camminava. Andava verso la chiesa. A volte entrava, quando trovava la porta socchiusa. Si sedeva in fondo, al buio. L’odore qui era diverso: polvere antica e calcare.

I colori erano quasi scomparsi: solo tracce di ocra e di rosso ferroso, un frammento d’azzurro che pareva muffa. Le figure, ridotte a silhouette, si sfaldavano nel calcare. Di un volto restava l’ombra del naso, di una mano il contorno incerto. Gli parve che anche lui, sotto quella volta corrosa, stesse scolorendo allo stesso modo: un affresco a cui la vita aveva tolto il colore. Alla fine resta il muro nudo, dopo che anche gli ultimi frammenti irrelati e insensati sono spariti.

La misericordia di Dio è infinita, ma ha una pessima memoria. Così gli venne da pensare.

Aveva smesso di chiedere carità ai passanti. In realtà non aveva mai cominciato. Sollevare la mano gli era parso innaturale, come fosse il vecchio con il cane di un film in bianco e nero visto da bambino in televisione. Preferiva, dunque, aspettare che i cestini dell’ortofrutta rilasciassero gli scarti, o passare tardi vicino ai distributori della stazione. Guardava i viaggiatori mettere le lattine nei cestini. Ma non frugava in pubblico. Aspettava che calasse la sera. Qualche anima generosa gli infilava in tasca cinque euro ogni tanto mentre era appisolato su una panchina sulle panchine prospicienti la Villa Comunale.  

Il corpo puzzava di alcool secco. Lo sapeva e cercava di stare all’aperto. A volte si fermava sotto i portici, ma l’odore lo seguiva, gli saliva dalle mani, dai vestiti, perfino dal respiro. Non c’era modo di lavarlo via. E poi le docce gli facevano paura: la puzza di piedi vecchi, il sapone condiviso, la condensa sugli specchi. La pelle nuda davanti a sconosciuti: un’umiliazione che non riusciva ancora a sopportare. Il vino gli aveva cambiato la pelle. Quando passava vicino a qualcuno, sentiva le persone scostarsi appena, un gesto minimo ma netto, come si fa con la sporcizia. Allora si allontanava anche lui, per evitare di leggere negli occhi degli altri la conferma di ciò che era diventato. Restava fuori, dove il vento mescolava gli odori e poteva illudersi di non avere più il suo.

La mattina seguente un addetto del Comune lavava con la lancia il marciapiede vicino all’arco. L’acqua sprigionava un odore di cloro e muffa che gli entrò nel naso. Gli ricordò il magazzino dei detersivi del supermercato dove aveva lavorato sei anni. Poi il conto andato fuori, il prelievo con la carta fino all’ultimo euro, la slot nel bar con la moquette appiccicosa. Quando tornava al lavoro con la testa piena di luci, sbagliava, perdeva le bolle.

Alla mensa, il profumo del sugo copriva tutto. L’ingresso sapeva di umido e detersivo economico. Si metteva in fila con gli altri. Nessuno parlava. Quando passava il vassoio gli venivano in mente le mense scolastiche dei figli.

(in Bestiario delle città nascoste, Calligrafe mappe di stile, 2026)


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