Marco aveva ventitré anni quando sua madre morì.
Quattro anni di malattia, di speranze a scadenza, di
silenzi sgretolati nei corridoi d’ospedale. Ogni visita era un esercizio di
finzione: parlare di cose lievi, fingere che tutto potesse tornare normale,
mentre il corpo si piegava, la voce si faceva sottile come carta velina, e gli
occhi – quegli occhi sempre vigili – cominciavano a spegnersi lentamente, come
lumi lasciati al vento.
Era morta di notte, in un reparto dove l’aria sapeva
di disinfettante e di resa. Marco era arrivato mezz’ora dopo. L’avevano
chiamato sul telefono fisso, la voce di una caposala gentile, allenata a
comunicare la morte senza ferire troppo. “Ci dispiace… è successo poco fa…” Non
c’era più niente da dire, eppure continuava a parlare dentro di sé.
La salma era stata già portata giù, nella camera
mortuaria. Lì Marco la guardò per l’ultima volta. Il viso scavato ma sereno, le
mani composte come in una preghiera senza parole. Nessun grido. Solo quel nodo
fermo tra gola e petto. Non toccò il corpo. Rimase a distanza, come si fa con
ciò che fa troppo male. Si sentiva al tempo stesso orfano e colpevole. Le
ultime settimane era andato meno, preso dagli esami, dalla stanchezza, dalla
paura. Ora avrebbe dato qualsiasi cosa per sedersi ancora accanto a lei, anche
in silenzio.
Uscì dall’ospedale che era ancora buio. Il padre non
parlava. Nessuno parlava. In macchina, durante il viaggio verso casa, Marco
fissava il finestrino: i fanali riflessi nei vetri, le case addormentate, i
crocifissi accesi nei tabacchi. Si sentiva svuotato, come se il lutto fosse una
pioggia sottile che non riusciva a bagnarlo davvero. Ogni tanto si chiedeva se
stava reagendo “bene”. Ma cosa voleva dire, esattamente?
Il giorno del funerale la chiesa era piena. Troppa
gente. Colleghi, ex allievi della madre, studenti, amici di famiglia. Alcuni
erano arrivati da lontano, si erano presi un giorno di ferie, avevano portato
fiori e parole accorate. C’erano quelli che l’avevano amata, sinceramente, e
quelli che amavano solo l’idea di esserci. Marco li guardava entrare uno a uno,
con sguardi bassi e volti contriti, e provava un senso crescente di vertigine.
Volti che non vedeva da anni, che ora piangevano
come se le fossero stati accanto ogni giorno. Come se avessero condiviso le
notti insonni, le visite in ospedale, i pomeriggi in cui lei non parlava più,
ma ascoltava tutto con gli occhi. Quel cordoglio gli sembrava eccessivo,
persino falso. Come se la morte avesse risvegliato in ognuno un bisogno
personale di piangere, e sua madre fosse diventata il pretesto. Un modo per
purificarsi, forse. Per lavarsi le mani in lacrime che non avevano conosciuto
la pazienza, la fatica, la carne malata. Marco si sentiva invaso, usurpato.
Avrebbe voluto gridare che il dolore non si condivide a caso, non si indossa
come un abito da cerimonia. Avrebbe voluto dire: “Non è vostra. Non vi
appartiene.” Ma taceva. Taceva e respirava piano, come per non scoppiare.
Durante la messa sedeva in prima fila, accanto al
padre che sembrava una statua: immobile, lo sguardo perso in un punto
imprecisato dell’altare. Marco lo osservava di sbieco, cercando un appiglio, un
gesto di cedimento che lo aiutasse a sentirsi meno solo. Ma suo padre era una
diga o forse una nave alla deriva.
Il sacerdote parlò a lungo. Pronunciò il nome della
madre con solennità, elencò le sue virtù, la dedizione, la forza, la fede.
Parlò del “dono della prova”, della “grazia nella sofferenza”. Disse che la sua
era stata una vita “spesa per gli altri”. Marco annuiva, ma dentro di sé si
contraeva. Sua madre era stata molte cose. Forte, sì. Ma anche fragile,
arrabbiata, ironica, stanca, luminosa. Aveva avuto paura. Aveva amato la vita.
Aveva anche pianto nel silenzio della cucina, quando pensava che nessuno la
vedesse. Nessuna delle parole pronunciate bastava. Tutto suonava distante,
scolorito.

Nessun commento:
Posta un commento