sabato 25 aprile 2026

morte [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva ventitré anni quando sua madre morì.

Quattro anni di malattia, di speranze a scadenza, di silenzi sgretolati nei corridoi d’ospedale. Ogni visita era un esercizio di finzione: parlare di cose lievi, fingere che tutto potesse tornare normale, mentre il corpo si piegava, la voce si faceva sottile come carta velina, e gli occhi – quegli occhi sempre vigili – cominciavano a spegnersi lentamente, come lumi lasciati al vento.

Era morta di notte, in un reparto dove l’aria sapeva di disinfettante e di resa. Marco era arrivato mezz’ora dopo. L’avevano chiamato sul telefono fisso, la voce di una caposala gentile, allenata a comunicare la morte senza ferire troppo. “Ci dispiace… è successo poco fa…” Non c’era più niente da dire, eppure continuava a parlare dentro di sé.

La salma era stata già portata giù, nella camera mortuaria. Lì Marco la guardò per l’ultima volta. Il viso scavato ma sereno, le mani composte come in una preghiera senza parole. Nessun grido. Solo quel nodo fermo tra gola e petto. Non toccò il corpo. Rimase a distanza, come si fa con ciò che fa troppo male. Si sentiva al tempo stesso orfano e colpevole. Le ultime settimane era andato meno, preso dagli esami, dalla stanchezza, dalla paura. Ora avrebbe dato qualsiasi cosa per sedersi ancora accanto a lei, anche in silenzio.

Uscì dall’ospedale che era ancora buio. Il padre non parlava. Nessuno parlava. In macchina, durante il viaggio verso casa, Marco fissava il finestrino: i fanali riflessi nei vetri, le case addormentate, i crocifissi accesi nei tabacchi. Si sentiva svuotato, come se il lutto fosse una pioggia sottile che non riusciva a bagnarlo davvero. Ogni tanto si chiedeva se stava reagendo “bene”. Ma cosa voleva dire, esattamente?

Il giorno del funerale la chiesa era piena. Troppa gente. Colleghi, ex allievi della madre, studenti, amici di famiglia. Alcuni erano arrivati da lontano, si erano presi un giorno di ferie, avevano portato fiori e parole accorate. C’erano quelli che l’avevano amata, sinceramente, e quelli che amavano solo l’idea di esserci. Marco li guardava entrare uno a uno, con sguardi bassi e volti contriti, e provava un senso crescente di vertigine.

Volti che non vedeva da anni, che ora piangevano come se le fossero stati accanto ogni giorno. Come se avessero condiviso le notti insonni, le visite in ospedale, i pomeriggi in cui lei non parlava più, ma ascoltava tutto con gli occhi. Quel cordoglio gli sembrava eccessivo, persino falso. Come se la morte avesse risvegliato in ognuno un bisogno personale di piangere, e sua madre fosse diventata il pretesto. Un modo per purificarsi, forse. Per lavarsi le mani in lacrime che non avevano conosciuto la pazienza, la fatica, la carne malata. Marco si sentiva invaso, usurpato. Avrebbe voluto gridare che il dolore non si condivide a caso, non si indossa come un abito da cerimonia. Avrebbe voluto dire: “Non è vostra. Non vi appartiene.” Ma taceva. Taceva e respirava piano, come per non scoppiare.

Durante la messa sedeva in prima fila, accanto al padre che sembrava una statua: immobile, lo sguardo perso in un punto imprecisato dell’altare. Marco lo osservava di sbieco, cercando un appiglio, un gesto di cedimento che lo aiutasse a sentirsi meno solo. Ma suo padre era una diga o forse una nave alla deriva.

Il sacerdote parlò a lungo. Pronunciò il nome della madre con solennità, elencò le sue virtù, la dedizione, la forza, la fede. Parlò del “dono della prova”, della “grazia nella sofferenza”. Disse che la sua era stata una vita “spesa per gli altri”. Marco annuiva, ma dentro di sé si contraeva. Sua madre era stata molte cose. Forte, sì. Ma anche fragile, arrabbiata, ironica, stanca, luminosa. Aveva avuto paura. Aveva amato la vita. Aveva anche pianto nel silenzio della cucina, quando pensava che nessuno la vedesse. Nessuna delle parole pronunciate bastava. Tutto suonava distante, scolorito.


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