domenica 26 aprile 2026

7. Prime avvisaglie [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene cominciò a stancarsi prima del solito. Non lo notò subito. Le giornate restavano piene. Le lezioni si tenevano. I ricevimenti continuavano. Preparava le lezioni la sera. Rileggeva i testi. Scriveva appunti brevi. Tutto sembrava procedere.

Solo alla sera, rientrando, si sedeva senza togliersi il cappotto. Restava così per qualche minuto. Non faceva nulla. Guardava davanti a sé. Poi si alzava. Appoggiava la borsa. Andava in cucina. Riprendeva.

Il gesto si ripeté. Non ogni giorno. Abbastanza spesso da diventare riconoscibile. Non lo registrò come un cambiamento. Rimase un passaggio tra due fasi. Entrare. Fermarsi. Riprendere.

Saltò una lezione. Avvisò via mail. Scrisse poche righe. Nessuna spiegazione. Nessuna formula di scuse. Tornò in aula la settimana dopo. Riprese dal punto in cui aveva interrotto. Gli studenti non chiesero nulla. Lei nemmeno.

La preparazione richiese più tempo. Le pagine scorrevano più lentamente. Tornava sugli stessi passaggi. Segnava meno. Alcuni appunti restavano incompleti. Non li rivedeva.

Ridusse i ricevimenti. Spostò alcuni incontri. Ne cancellò altri. Usò frasi brevi. Comunicazioni essenziali. Non aprì conversazioni.

A casa lasciava oggetti nei punti di passaggio. La borsa su una sedia. Il cappotto sul tavolo. Un libro aperto senza segnalibro. Tornava a prenderli dopo. Non sempre nello stesso giorno.

Riccardo osservò la sequenza. Non la interruppe. Si adattò ai tempi. Anticipò alcuni gesti. Preparò la cena prima. Lasciò spazio sul tavolo. Non chiese.

La stanchezza non si dichiarava. Si distribuiva nella giornata. Modificava la durata delle azioni. Non impediva. Riduceva.

Cominciò a rimandare visite. Esami di controllo fissati da tempo. Appuntamenti presi e poi spostati. Diceva che non era il momento. Diceva che aveva altro. Riccardo ascoltava. Non insisteva. Annotava mentalmente le date mancate. Non le ricordava ad alta voce.

Il corpo cambiava in modo poco evidente. Dimagrì lentamente. I vestiti cadevano in modo diverso. Il viso perse tono. Niente di netto. Nessun segno che imponesse attenzione. Chi la vedeva ogni giorno non se ne accorgeva. Chi la incontrava di rado faceva un commento rapido. Diceva che sembrava stanca. Irene annuiva. Cambiava argomento.

Non controllava. Non cercava conferme. Lo specchio restava uno strumento occasionale. L’immagine rimaneva compatibile con quella di prima. Le variazioni non si imponevano. Restavano distribuite, senza un punto che le rendesse evidenti.

In aula restava in piedi meno a lungo. Si sedeva dietro la cattedra. Continuava a leggere. Apriva il libro. Seguiva il testo con il dito. La voce era la stessa. Solo più bassa. Non cercava di compensare. Quando doveva interrompersi, lo faceva senza spiegazioni. Riprendeva poco dopo.

Gli studenti registravano la variazione senza formularla. Il ritmo della lezione cambiava. Le pause diventavano più frequenti. Nessuno le commentava. Si adattavano. Scrivevano, aspettavano, riprendevano insieme a lei.

Irene ridusse gli spostamenti. Evitava le scale quando possibile. Portava con sé meno cose. Il tempo tra un’attività e l’altra si allungava. Non lo misurava. Si adeguava.

La sera rientrava prima. Si fermava nel soggiorno, senza accendere subito le luci. Restava seduta. Le mani ferme. Non cercava distrazioni. Non leggeva. Non usava il telefono.


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