Irene cominciò a stancarsi prima del solito. Non lo notò subito. Le giornate restavano piene. Le lezioni si tenevano. I ricevimenti continuavano. Preparava le lezioni la sera. Rileggeva i testi. Scriveva appunti brevi. Tutto sembrava procedere.
Solo alla sera,
rientrando, si sedeva senza togliersi il cappotto. Restava così per qualche
minuto. Non faceva nulla. Guardava davanti a sé. Poi si alzava. Appoggiava la
borsa. Andava in cucina. Riprendeva.
Il gesto si
ripeté. Non ogni giorno. Abbastanza spesso da diventare riconoscibile. Non lo
registrò come un cambiamento. Rimase un passaggio tra due fasi. Entrare.
Fermarsi. Riprendere.
Saltò una
lezione. Avvisò via mail. Scrisse poche righe. Nessuna spiegazione. Nessuna
formula di scuse. Tornò in aula la settimana dopo. Riprese dal punto in cui
aveva interrotto. Gli studenti non chiesero nulla. Lei nemmeno.
La preparazione
richiese più tempo. Le pagine scorrevano più lentamente. Tornava sugli stessi
passaggi. Segnava meno. Alcuni appunti restavano incompleti. Non li rivedeva.
Ridusse i
ricevimenti. Spostò alcuni incontri. Ne cancellò altri. Usò frasi brevi.
Comunicazioni essenziali. Non aprì conversazioni.
A casa lasciava
oggetti nei punti di passaggio. La borsa su una sedia. Il cappotto sul tavolo.
Un libro aperto senza segnalibro. Tornava a prenderli dopo. Non sempre nello
stesso giorno.
Riccardo osservò
la sequenza. Non la interruppe. Si adattò ai tempi. Anticipò alcuni gesti.
Preparò la cena prima. Lasciò spazio sul tavolo. Non chiese.
La stanchezza
non si dichiarava. Si distribuiva nella giornata. Modificava la durata delle
azioni. Non impediva. Riduceva.
Cominciò a
rimandare visite. Esami di controllo fissati da tempo. Appuntamenti presi e poi
spostati. Diceva che non era il momento. Diceva che aveva altro. Riccardo ascoltava.
Non insisteva. Annotava mentalmente le date mancate. Non le ricordava ad alta
voce.
Il corpo
cambiava in modo poco evidente. Dimagrì lentamente. I vestiti cadevano in modo
diverso. Il viso perse tono. Niente di netto. Nessun segno che imponesse attenzione.
Chi la vedeva ogni giorno non se ne accorgeva. Chi la incontrava di rado faceva
un commento rapido. Diceva che sembrava stanca. Irene annuiva. Cambiava
argomento.
Non controllava.
Non cercava conferme. Lo specchio restava uno strumento occasionale. L’immagine
rimaneva compatibile con quella di prima. Le variazioni non si imponevano.
Restavano distribuite, senza un punto che le rendesse evidenti.
In aula restava
in piedi meno a lungo. Si sedeva dietro la cattedra. Continuava a leggere.
Apriva il libro. Seguiva il testo con il dito. La voce era la stessa. Solo più
bassa. Non cercava di compensare. Quando doveva interrompersi, lo faceva senza
spiegazioni. Riprendeva poco dopo.
Gli studenti
registravano la variazione senza formularla. Il ritmo della lezione cambiava.
Le pause diventavano più frequenti. Nessuno le commentava. Si adattavano.
Scrivevano, aspettavano, riprendevano insieme a lei.
Irene ridusse
gli spostamenti. Evitava le scale quando possibile. Portava con sé meno cose.
Il tempo tra un’attività e l’altra si allungava. Non lo misurava. Si adeguava.
La sera
rientrava prima. Si fermava nel soggiorno, senza accendere subito le luci.
Restava seduta. Le mani ferme. Non cercava distrazioni. Non leggeva. Non usava
il telefono.

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