Riccardo notò alcuni cambiamenti. Non li organizzò in un quadro. Osservava singoli dettagli. Il modo in cui Irene appoggiava gli oggetti. Il tempo necessario per rispondere. La frequenza dei silenzi. Non formulò una domanda.
Un pomeriggio tornò a casa prima. Non avvisò. Si sdraiò sul divano. Non dormì. Guardò il soffitto. Seguì una crepa per qualche minuto. Riccardo arrivò più tardi. La trovò così. Le chiese se stesse bene. Irene rispose di sì. Non aggiunse altro. Riccardo non fece domande.
Cominciò a dimenticare piccoli oggetti. Le chiavi. Il telefono. Una volta tornò indietro due volte. Non fece commenti. Riccardo li notava. Non li segnalava. Li lasciava dove li trovava.
Una sera, mentre cucinava, si fermò. Appoggiò le mani al tavolo. Restò ferma. Riccardo le chiese se volesse sedersi. Irene scosse la testa. Riprese. Finì la cena. Mangiarono in silenzio. I piatti rimasero nel lavello più a lungo del solito.
A volte Irene si addormentava sul divano. Con la luce accesa. Riccardo la svegliava piano. Le diceva di andare a letto. Irene si alzava. Non protestava. Camminava lentamente. Come se misurasse i passi.
Decisero di fissare una visita. Non fu una decisione solenne. Non venne annunciata. Fu detta a metà frase. Irene stava parlando d’altro. Poi disse che forse era il caso. Propose una data. Riccardo annuì. Segnò sul telefono. Nessuno dei due commentò.
Fino a quel momento nulla era stato nominato. Nessuna parola specifica. Nessuna ipotesi. Le giornate continuavano. Il lavoro occupava ancora spazio. Le abitudini reggevano. Solo alcune si assottigliavano. Altre cadevano senza rumore.
La riduzione non seguiva un ordine. Alcuni gesti restavano intatti. Altri si interrompevano e non venivano ripresi. Le giornate mantenevano una struttura riconoscibile. Le durate cambiavano. Gli intervalli si allargavano.
L’appuntamento arrivò. Uscirono insieme. Camminarono verso l’ospedale. Non parlarono molto. Attraversarono le stesse strade di sempre. L’edificio era quello conosciuto. Lo avevano già attraversato per altri motivi. Entrarono. Attesero. Irene guardava davanti a sé. Riccardo controllava l’orologio. Nessuno dei due disse nulla che non fosse necessario.
La sala d’attesa era quasi piena. Sedie disposte in file. Un televisore acceso senza volume. Numeri che comparivano su un display. Irene si sedette. Appoggiò le mani sulle ginocchia. Rimase ferma. Riccardo si sedette accanto. Le ginocchia rivolte in avanti. Le mani intrecciate.
Il tempo non era misurato. Si articolava in chiamate. In movimenti minimi. Una porta che si apriva. Un nome pronunciato. Passi nel corridoio. Poi di nuovo attesa.
Vissero insieme quel tempo strano, quell’interregno tra due vite completamente diverse: un prima che ci dà sempre l’illusione dell’eternità e un dopo che vive sotto lo scacco del tempo scarso. In mezzo una catastrofe che non ci aspettiamo mai, quasi che la natura avesse dotato l’uomo dello speciale potere di dimenticare la sua fragilità per consentire che pianifichi il futuro. Come se dovesse vivere per sempre.

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