Il professor Guido Faggioli, sessantunenne, aveva costruito la propria vita nella filosofia, intesa come forma di esistenza prima che come disciplina accademica. Dopo decenni di studio, in particolare su Spinoza, Kant e gli stoici, aveva trovato in Schopenhauer il suo riferimento più profondo, al quale aveva dedicato un saggio e lunghi anni di riflessione solitaria. La sua esistenza si era sviluppata secondo un ordine razionale: una famiglia stabile, una carriera rispettata in un liceo classico, una reputazione fondata su rigore e coerenza. Era una figura stimata, distante da ogni ricerca di consenso, interprete di un equilibrio costruito sul controllo delle passioni.
Questo assetto si incrinò con l’arrivo di Serena Zampieri, supplente di latino e greco. La sua presenza colpì subito Guido per l’intensità e la cura con cui si offriva allo sguardo altrui. Ogni dettaglio — abiti, trucco, gesti — appariva come costruzione consapevole di visibilità. Non si trattava di una bellezza canonica, ma di una forza di attrazione legata alla padronanza della propria immagine. Guido la osservò inizialmente con distacco, quasi come un fenomeno da interpretare; poi l’attenzione divenne costante, fino a trasformarsi in una tensione che non riusciva più a nominare.
In lui riemerse il desiderio, non come impulso giovanile, ma come perturbazione fuori tempo. Il corpo reagì, lo sguardo cercò, il pensiero si orientò verso di lei con insistenza. Questa riattivazione lo destabilizzò, perché contraddiceva l’immagine che aveva costruito di sé: quella di un uomo oltre le illusioni dell’eros. Cominciò a curare il proprio aspetto, a osservarsi con severità, a percepire con lucidità il segno del tempo sul proprio corpo.
La tensione si tradusse presto in scrittura. Prima appunti brevi, poi lettere sempre più elaborate, nelle quali il linguaggio filosofico si intrecciava con una confessione emotiva. Guido cercò di mantenere una forma elevata, una misura stilistica che contenesse l’eccesso. La scrittura divenne lo spazio in cui il desiderio trovò espressione e giustificazione. A un certo punto, la soglia si ruppe: compose versi, li raccolse in un testo dattiloscritto e li lasciò in un luogo accessibile.
Il gesto rese pubblica una passione che fino a quel momento era rimasta filtrata dalla parola. Una studentessa trovò una bozza e la diffuse; nel giro di poco tempo Guido divenne oggetto di ironie e pettegolezzi. I colleghi presero le distanze, la dirigente lo convocò, la sua autorevolezza si incrinò. Anche la vita familiare ne fu colpita: il silenzio sostituì ogni forma di confronto.
Serena intervenne una sola volta. Gli parlò con chiarezza, riconoscendo l’intensità delle sue parole ma rifiutando il ruolo che lui le aveva attribuito. Disse di non voler essere né simbolo né salvezza, e di non accettare di essere trasformata in una figura funzionale al suo smarrimento. Le sue parole segnarono una separazione netta tra la realtà e la costruzione immaginaria di Guido.
Rimasto solo, il professore tornò ai propri studi e ritrovò una frase di Schopenhauer sull’inganno dell’amore come espressione della volontà della specie. A margine annotò una domanda che incrinava la teoria: «Ma cosa accade quando la specie ha finito con me? E io amo ancora?».
Nei mesi successivi chiese il pensionamento anticipato. Ridusse progressivamente i contatti, uscì sempre meno, limitandosi a passeggiate serali. La sua figura si ritirò dal contesto sociale, lasciando intravedere il paradosso di un pensiero che, nel momento della prova, non era riuscito a contenere la forza dell’esperienza.

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