Mi accasciai sotto la croce, guardato con disprezzo dai soldati, che mi lasciarono fare e dai pochi curiosi che erano saliti sul colle. Non c’era nessuno dei suoi discepoli. Compresi che questo momento avevo sognato a Kos tanti anni prima, che questa era la croce cui ero destinato.
Yeshua aveva la testa appoggiata sulla spalla, stordito dal dolore e della cicuta. Ma ad un certo punto riuscì a gridare:
«Venga il tuo Regno».
Dopo mezz’ora spirò, mentre gli altri due disgraziati rimasero ad agonizzare per ore aspettando la morte per asfissia.
Quando sentii che non respirava più ebbi il coraggio di guardare. Mi accorsi che sulla cima del palo c’era la tavoletta con il crimine di cui si era macchiato: «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum». La prima riga era quella del potere, del dominio. Per questo nella lingua dei vessatori. Affinché però tutti capissero c’era anche la traduzione nella mia lingua, che era quella di tutto il Mediterraneo oramai da secoli, compresa da funzionari amministrativi locali, stranieri e pellegrini, mercanti. Infine, perché non ci fossero dubbi, l’accusa era formulata nella lingua giudaica. Perché nessuno potesse dire di non sapere di quale crimine si fosse macchiato lo sventurato. Dunque, Yeshua veniva crocefisso perché ribelle al potere imperiale, essendosi proclamato “re dei Iudaei”.

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