Dispersione: la casa gli dava questa impressione. Come se impercettibilmente le molecole che costituivano mattoni, assi di legno, rame e ferro battuto si stessero allentando per poi diffondersi nell’aria.
La casa non aveva un ingresso riconoscibile.
Elia vi entrΓ² da un lato che non ricordava di aver scelto. Le pareti erano bianche, troppo bianche. Ogni stanza conteneva un oggetto solo, disposto con una precisione che impediva di avvicinarsi davvero.
Nella prima stanza trovΓ² un secchio di rame. Non c’era acqua dentro. Guardando meglio, si accorse che non aveva fondo. La sollevΓ² appena: pesava come se fosse pieno. La lasciΓ² dov’era.
Nella stanza successiva, un volto enorme dipinto sul muro. La bocca era spalancata. Quando Elia si spostava, gli occhi non lo seguivano: era il contrario, era lui a finire sempre davanti a quello sguardo.
Proseguì.
Un gatto attraversò il corridoio, lento. Non entrò in nessuna stanza. Non uscì da nessuna stanza. A metà del passaggio si fermò e lo guardò, poi si dissolse contro la parete.
Elia cercΓ² una porta per tornare indietro. Non la trovΓ².
In una sala piΓΉ ampia, una struttura di legno occupava il centro. Era una casa dentro la casa, piΓΉ piccola, inclinata su un lato. BussΓ². Nessuno rispose. ProvΓ² a spingerla: non si mosse. Ebbe la sensazione che, se fosse riuscito ad aprirla, avrebbe trovato un’altra stanza identica a quella in cui si trovava.
Non insistette.
PiΓΉ avanti incontrΓ² un uomo seduto su una sedia troppo alta. Indossava un mantello che gli scendeva oltre i piedi. Il volto era nascosto da un cappuccio rigido, come scolpito.
«Scambi?» disse l’uomo.
Elia non capì.
L’uomo tese una mano vuota.
«Non ho nulla», rispose Elia.
L’uomo rimase immobile. Poi abbassΓ² la mano e voltΓ² lentamente la testa verso il muro, come se qualcosa lo avesse chiamato da lΓ¬.
Elia si allontanΓ².
Le stanze cominciarono a ripetersi. Il secchio tornΓ² ma inclinato. Il mascherone era piΓΉ piccolo. Il gatto passΓ² di nuovo, questa volta senza fermarsi.
In fondo al corridoio, una figura in piedi accanto a una finestra.
Era un cavallo. Non un animale vivo: una figura rigida, come intagliata, con gli occhi fissi e le zampe immobili. Eppure occupava lo spazio con una presenza che impediva il passaggio.
Elia esitΓ².
Il cavallo non si mosse. Non si sarebbe mosso. Capì che non era un ostacolo: era una soglia.
PassΓ² accanto, trattenendo il respiro.
Dall’altra parte, la casa cambiava.
Le stanze erano piΓΉ strette, le pareti piΓΉ vicine. Le porte si aprivano su altre porte, senza interruzione. Ogni volta che attraversava una soglia, aveva la sensazione di averne mancata una.
Sentì una voce, ma non proveniva da un punto preciso.
«Passo o sto.»
Si fermò. La voce non si ripeté. Proseguì.
Alla fine del corridoio c’era un uomo in uniforme. Stava immobile, con un fucile puntato verso il pavimento. Non sembrava attendere, nΓ© vigilare. Era giΓ lΓ¬ da prima.
Elia rallentΓ².
L’uomo sollevΓ² il fucile con un gesto netto.
Elia aprì la bocca per parlare, ma non trovò parole che avessero senso in quel luogo.
Non sentì dolore. Cadde senza rumore.

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