giovedì 25 febbraio 2016

roma



Noi abitiamo spazi creati per lo più dai romani e moltissime città italiane conservano monumenti e tracce di quella Roma. Benevento è tra quelle città.

Ho avuto la fortuna di ascoltare le lezioni (le ultime) di Santo Mazzarino e con lui di fare l’esame di storia romana. Ciò nonostante continuo a nutrire fortissime resistenze nei confronti di questa civiltà. Per la mia educazione cristiana? Per l’odio istintivo nei confronti dei potenti? Non lo so, anche perché Roma, ad uno sguardo ravvicinato si frastaglia nelle sue vicende e nei suoi usi. Continuo a credere che complessivamente la cultura romana sia di gran lunga inferiore a quella greca. Anche quello che a mio parere è il maggior autore latino, cioè Lucrezio, è debitore di Epicuro. Al di là di questo, ciò che mi respinge della civiltà romana è il culto della forza che diventa imperialismo. Certo, ho letto le Memorie di Adriano della Yourcenar: grande libro che apre molti squarci su quel mondo. Ma, ad esempio nella vicenda degli Ebrei, non cogliamo quello spirito di conquista, pure magnanimo, ma comunque di conquista che non tollera alcuna autonomia? Probabilmente è un mio limite, da superare con studi approfonditi: forse se riuscissi a leggere quella romana come una civiltà tradizionale, a coglierne prioritariamente la pietas che ne domina i comportamenti, il senso del sacro che la pervade, potrei smettere di credere, come Simone Weil, che quasi tutto sia spregevole in quella civiltà («I romani erano un manipolo di fuggiaschi conglomerato artificialmente in una città; ed essi hanno strappato alle popolazioni mediterranee la loro vita, la loro patria, la loro tradizione» (La prima radice, p. 52). Fino ad ora non ci sono riuscito. La mia impressione complessiva è comunque di una distorsione, di cui io stesso sono stato vittima, dei valori di quella civiltà. So, però, nei confronti di quale retaggio romano sarei critico: sicuramente la centralità dell’organizzazione militare (giustificata inizialmente da guerre difensive ma poi divenuta strumento di una politica imperialistica). Cosa valorizzare? Sicuramente la percezione del romano antico di vivere in una città abitata dagli dei, poi la tolleranza nei confronti delle altre civiltà e il rigore nel codificare i rapporti, i valori tradizionali come la pietas esemplificata dall’Enea di Virgilio «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro da non reggersi ritto» (Giorgio Caproni, Il passaggio di Enea). Ancora e sempre, comunque, cercare ciò che può tornare a vivere, abbandonando una prospettiva archeologica e antiquaria, la stessa che colpì negativamente il giovane Leopardi nel suo soggiorno a Roma: vi cercava gli antichi valori e la virtus degli eroi e vi trovò discussioni di vecchi ammuffiti.

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