Ieri sono stato in una libreria per la presentazione di una bella iniziativa cui parteciperò.
Come mi capita spesso, girando tra i libri, mi sono incuriosito per un titolo. L’ho preso. Non dirò quale. Basti dire che appartiene alla più nobile delle collane poetiche italiane.
Ho letto la quarta di copertina. E ho immediatamente
percepito che era stata scritta con A.I.
«Questo libro interroga la poesia nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere. Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria. […] Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. La poesia diventa allora “soglia”: luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all’altro, accettando che la ferita sia parte della forma.
[…] intreccia voci e testimonianze raccolte dalle guerre di
cui è stata testimone, e affida alla poesia un compito necessario e scomodo:
tenere aperta la domanda sull’umano, quando indifferenza o facili
semplificazioni tendono a ignorarla. Qui la poesia non consola, non assolve, ma
chiede al lettore di fare un passo avanti, di prendere posizione, di sostenere
lo sguardo dell’altro. Perché ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti».
Quali le spie? L’uso sistematico dei due punti, l’abbondanza
di avversative, l’uso spinto del “né…né”, il linguaggio non epico ma
epicizzante.
Lo pongo come problema, temendo una standardizzazione dei
linguaggi, la perdita di quelle peculiarità stilistiche che rendono l’ecosistema
letterario (e le quarte di copertina ne sono parte) ricco e vario. Gli scrittori potrebbero iniziare a scrivere come la macchina.
Non bisogna rinunziare a sperimentare. Ma bisogna essere assai onesti e cauti, avendo il coraggio di rivedere i propri giudizi provvisori.
Conto di ritornare periodicamente sull’argomento, cui avevo dedicato altro post.

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