Ieri, in un luogo accogliente della città, ho partecipato ad
una discussione nel contempo pacata e vibrante sulla scuola. Tanti dei presenti
hanno sentito l’urgenza di testimoniare, contestare, proporre.
L’autore del libro, in maniera sempre pacata e informata, ha
utilizzato la sua esperienza, prima di studente, poi di lavoratore sfruttato,
infine di operatore in questo mondo – in una posizione scomoda e complessa –
per articolare una serie di proposte tutte di grande intelligenza e
sensibilità, debitrici della migliore pedagogia del vecchio e del nuovo secolo,
quella consapevole di quanto sia decisiva la componente “di classe”.
Detto questo, io idealmente ero con chi, intervenendo (penso
ad Amerigo Ciervo e a Norma Pedicini) rivendicava l’urgenza dell’azione
politica.
Negli ultimi anni, mi sono reso conto che la scuola è
specchio della società. Qualcuno dirà: e ci hai messo tanto? Sì, perché per
anni mi sono illuso (sì, illuso) che essa potesse essere (anche) leva di
trasformazione del mondo. Non è così. Quindi, come il servo inutile dell’evangelista,
dobbiamo fare ciò che ci compete, cioè essere professori aperti ai bisogni
profondi dei nostri allievi, “in ascolto”, senza mai esercitare il “potere”,
che è uno dei segni distintivi del Maligno, la pesanteur del mondo. Nel
contempo, l’unica azione veramente trasformativa del reale dobbiamo pensarla
quella politica, che modifichi l’iniquità dominante. Ho scoperto con sgomento
che a Milano c’è un milionario ogni 12 abitanti… Ho sperimentato con mia figlia
che la selezione per entrare a Medicina è inevitabilmente di classe perché solo
gli “eletti”, i benestanti, possono consentirsi i corsi di preparazione senza i
quali è difficilissimo essere ammessi o superare il semestre filtro.
Però, mi scopro troppo vecchio per queste cose, troppo disilluso. Come scritto, mi resta un piccolo residuo, quella che Benjamin chiamerebbe speranza messianica, che poco ha a che fare con la politica. Il sistema (il fasciosistema lo definisce il mio amico Antonio Martone in un libro di imminente uscita) è una sfera quasi perfetta.
Troppi di noi sono rane bollite. Come ha detto Amerigo, siamo stati travolti, alcuni senza neanche accorgersene, alcuni abbracciando le parole del nemico (il merito, come ha ricordato Michele alla fine...).
Non tocca a noi ricostruire un percorso possibile. Possiamo solo offrire ai più giovani le nostre sconfitte, sperando che loro siano più bravi, più tenaci, più scaltri, che non ascoltino i canti delle sirene.
In ogni caso, ne scrivevo nel saggio premiato l’estate scorsa.
Ad esso, alla sua ultima parte, rinvio chi fosse curioso. Ieri ho preferito ascoltare le voci diverse, facendone comunque tesoro.
Grazie a chi rende possibili questi momenti di consapevolezza (per quanto, come nel mio caso, amara).
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