1. Il fine dell’uomo non è essere felice secondo la sua misura, ma cancellare il suo Io, abbandonandosi alla volontà di Dio: farsi trasparenti, per lasciarsi trapassare dalla Sua luce. Il difficile è passare dalla consapevolezza alla pratica: non amplificare le pretese della volontà, ma annullarle del tutto.
2. Ciascuno di noi ha un demone da vincere, e una parte non battezzata dove Cristo non è ancora sceso: lì è facile ricadere nell’antico vizio e nel nichilismo. Basta allontanarsi poco dalla preghiera quotidiana perché quella parte riemerga con veemenza; per questo bisogna invocarLo, perché scenda anche nelle tenebre del cuore.
3. Il male è la separazione. Ogni attimo nasciamo, e ogni ora del giorno può essere l’inizio: a Dio interessa ciò che siamo. Non servono promesse solenni, presto sbugiardate: serve ricominciare ora, sapendo che ci sarà chiesta ragione del tempo concesso.
4. Ci sono momenti in cui le cose essenziali della vita sembrano le uniche importanti; e ci vuole un po’ di indigenza per apprezzarle. Ringraziare per il calore e per il cibo, nel freddo dell’inverno, è già preghiera. Dimagrire in tutti i sensi, badare all’essenziale: è la lezione che arriva quando ci viene tolto il superfluo.
5. Non sarebbe difficile fare l’eroe. Ma l’eroismo che Dio chiede è quello del quotidiano: la lotta contro le proprie paure e le proprie debolezze. Il gesto eccezionale chiede un istante di slancio; la fedeltà ai giorni chiede di cadere, rialzarsi e ricominciare ogni mattina.
6. Di fronte alle tentazioni bisogna fuggire. Ma non si può fuggire da se stessi. Ciclopi e Lestrigoni, ricorda Kavafis, non si incontrano se non li portiamo dentro di noi: i demoni ci seguono ovunque andiamo, e l’unica via è affrontarli lì dove abitano.
7. Nelle evasioni si cerca la varietà del mondo, ma un mondo innocuo, che si può dominare: non la carne vera, con le sue imperfezioni, non la durezza delle cose con cui scontrarsi. Finché si ha un mondo in cui rifugiarsi, privo di conflitti, non si è ancora cresciuti. Ogni fuga è un rifiuto dell’età adulta e del principio di realtà; e l’arte della cura, che altri imparano ogni giorno, resta sconosciuta a chi si nasconde.
8. Ciò che conta è il livello di attenzione che si pone nelle cose, ovvero la presenza: essere qui e ora con tutta l’energia che si ha. Appartenere a Dio vuol dire vivere nell’attimo. Il peccato, come insegna la Weil, non è un atto ma uno stato: la lontananza da Dio. E chi non è tutto di Dio è già tutto dell’altro.
9. Non accettare l’aut aut: o la purezza o la perdizione. Stare nel peccato, se conduce a vedere ciò che si è realmente, può essere la premessa della vera guarigione. Non c’è conversione che possa saltare la ferita: prima bisogna guarirla, poi si potrà edificare dentro di sé un tempio. Solo i vincoli permettono al caos di produrre stelle.
10. La fede cristiana è una fornace, non un giardino di delizie. Fuggiamo la croce perché abbiamo paura del dolore, e ci rifugiamo nel piacere; ma imitare Cristo vuol dire accettare la croce come orizzonte quotidiano, il sacrificio di sé, del sé. Un Dio che dà solo refrigerio spirituale è un feticcio, la proiezione della parte buona e pacificata di noi; e il fuoco che brucia può essere non infernale ma purgatoriale.

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