domenica 18 ottobre 2026

Sparire [OGGI]

 


L’altra sera, durante l’intensa presentazione del Potere del canto alla Libreria BARbarossa, sollecitato dalle acuminate riflessioni di Michele Moccia, ho riconosciuto pubblicamente la mia sconfitta politica. E credo di poter dire che non è soltanto personale: è generazionale. Appartengo a una generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo, o almeno di renderlo un po’ più giusto, e che oggi si ritrova a consegnarlo ai propri figli peggiore di come l’aveva ricevuto.

Mi guardo intorno: l’Italia e mezza Europa sono in fiamme. Ragazzi privati del futuro e della speranza distruggono, pieni di rabbia, mentre il “geronto-fascismo” (la formula è di Bifo) di un Occidente decrepito, avviato al tramonto, vorrebbe prepararli a guerre destinate a nutrire un capitalismo esangue, incapace di reggere il confronto con competitori giovani e rampanti. Ho sempre odiato la violenza, e continuo a odiarla. Ma mai come ora riesco a capirla, di fronte alle scelte miopi di chi governa: è la risposta cieca a una cecità più grande, quella di chi chiede ai giovani di morire per un mondo che non ha più nulla da offrire loro.

Posso solo invocare la sparizione di noi vecchi, o almeno il nostro farci da parte. Senza caricare i “ragazzini” di alcuna mistica alla Elsa Morante (il mondo, temo, non lo salveranno: Il mondo salvato dai ragazzini resta un titolo, non una profezia), sono certo che non potranno fare peggio di noi. Hanno tutto il diritto di costruire un mondo a loro immagine, anche sbagliando, anche contro di noi.

Se potessi, lascerei la scuola: non è giusto che un disilluso porti nelle aule il peso dei propri disastri. Non posso. Dovrò restarci ancora diversi anni. Cercherò di dare ai ragazzi quel po’ di bellezza e di verità che sono riuscito a salvare dal naufragio: una poesia letta bene, una pagina di storia raccontata senza retorica, la fatica di un pensiero che non si accontenta. Non è molto. Forse è l’unica cosa che un insegnante sconfitto può ancora fare senza mentire.

Mi chiedevano, l’altra sera, che cosa allora si debba fare. Ho risposto: io scriverò. Perché lì, nella scrittura, posso salvare pezzi di passato degni di memoria, riscrivere la storia dalla parte dei vinti, immaginare futuri alternativi. Non è una fuga: è ciò che resta a chi ha perso. Custodire, e consegnare.

C’è una poesia bellissima in Questo muro (1973) di Franco Fortini, titolo che dice bene anche la mia condizione di oggi. E viene in mente, quasi negli stessi anni, il “murato” del Muro della terra (1975) di Giorgio Caproni, un poeta che Fortini non amava. Due muri, due modi di stare con le spalle alla parete del tempo. Fortini scrive:

Ma guarda come già stendono le loro stuoie

attraverso la tua stanza.

Come distribuiscono le loro masserizie,

come spartiscono il loro bene, come

fra poco mangeranno la nostra verità!

Di noi spiriti curiosi in ascolto

prima del sonno parleranno.

Questa è l’unica salvezza possibile: pensare a “coloro che verranno”. L’espressione rimanda a Brecht, che Fortini tradusse e amò, e alla sua lettera in versi ai posteri, in cui chiedeva ai nati dopo di giudicare con indulgenza chi, nei tempi bui, non aveva saputo essere gentile. Penso alle loro vite semplici (nel Fortini di allora ispirate alla Cina, che aveva visitato e raccontato in Asia Maggiore), capaci di spartire il bene fuori dalla logica predatoria che domina il nostro tempo.

Nei versi non c’è rancore, c’è quasi sollievo. I nuovi arrivati srotolano le stuoie nella nostra stanza, si dividono le masserizie, “mangeranno la nostra verità”: la consumeranno, la faranno propria, la trasformeranno in nutrimento. E noi, diventati spiriti curiosi, staremo in ascolto, mentre prima del sonno parleranno di noi, come si raccontano le storie degli antenati.

Questo pensiero è l’unico in grado di consolarmi tra le fiamme del mondo presente. Non saremo noi a vedere il mondo nuovo. Ma se qualcosa di ciò che abbiamo amato, una pagina, un verso, un gesto fatto in classe, finirà tra le masserizie che altri si spartiranno, la sconfitta non sarà stata vana.


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