L’altra sera, durante l’intensa presentazione del Potere del canto
alla Libreria BARbarossa, sollecitato dalle acuminate riflessioni di Michele
Moccia, ho riconosciuto pubblicamente la mia sconfitta politica. E credo di
poter dire che non è soltanto personale: è generazionale. Appartengo a una
generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo, o almeno di renderlo un
po’ più giusto, e che oggi si ritrova a consegnarlo ai propri figli peggiore di
come l’aveva ricevuto.
Mi guardo intorno: l’Italia e mezza Europa sono in fiamme. Ragazzi
privati del futuro e della speranza distruggono, pieni di rabbia, mentre il
“geronto-fascismo” (la formula è di Bifo) di un Occidente decrepito, avviato al
tramonto, vorrebbe prepararli a guerre destinate a nutrire un capitalismo
esangue, incapace di reggere il confronto con competitori giovani e rampanti.
Ho sempre odiato la violenza, e continuo a odiarla. Ma mai come ora riesco a
capirla, di fronte alle scelte miopi di chi governa: è la risposta cieca a una
cecità più grande, quella di chi chiede ai giovani di morire per un mondo che
non ha più nulla da offrire loro.
Posso solo invocare la sparizione di noi vecchi, o almeno il nostro farci
da parte. Senza caricare i “ragazzini” di alcuna mistica alla Elsa Morante (il
mondo, temo, non lo salveranno: Il mondo salvato dai ragazzini resta un
titolo, non una profezia), sono certo che non potranno fare peggio di noi.
Hanno tutto il diritto di costruire un mondo a loro immagine, anche sbagliando,
anche contro di noi.
Se potessi, lascerei la scuola: non è giusto che un disilluso porti nelle
aule il peso dei propri disastri. Non posso. Dovrò restarci ancora diversi
anni. Cercherò di dare ai ragazzi quel po’ di bellezza e di verità che sono
riuscito a salvare dal naufragio: una poesia letta bene, una pagina di storia
raccontata senza retorica, la fatica di un pensiero che non si accontenta. Non
è molto. Forse è l’unica cosa che un insegnante sconfitto può ancora fare senza
mentire.
Mi chiedevano, l’altra sera, che cosa allora si debba fare. Ho risposto:
io scriverò. Perché lì, nella scrittura, posso salvare pezzi di passato degni
di memoria, riscrivere la storia dalla parte dei vinti, immaginare futuri
alternativi. Non è una fuga: è ciò che resta a chi ha perso. Custodire, e
consegnare.
C’è una poesia bellissima in Questo muro (1973) di Franco Fortini,
titolo che dice bene anche la mia condizione di oggi. E viene in mente, quasi
negli stessi anni, il “murato” del Muro della terra (1975) di Giorgio
Caproni, un poeta che Fortini non amava. Due muri, due modi di stare con le
spalle alla parete del tempo. Fortini scrive:
Ma guarda come già
stendono le loro stuoie
attraverso la
tua stanza.
Come
distribuiscono le loro masserizie,
come
spartiscono il loro bene, come
fra poco
mangeranno la nostra verità!
Di noi spiriti
curiosi in ascolto
prima del sonno parleranno.
Questa è l’unica salvezza possibile: pensare a “coloro che verranno”.
L’espressione rimanda a Brecht, che Fortini tradusse e amò, e alla sua lettera
in versi ai posteri, in cui chiedeva ai nati dopo di giudicare con indulgenza
chi, nei tempi bui, non aveva saputo essere gentile. Penso alle loro vite
semplici (nel Fortini di allora ispirate alla Cina, che aveva visitato e
raccontato in Asia Maggiore), capaci di spartire il bene fuori dalla
logica predatoria che domina il nostro tempo.
Nei versi non c’è rancore, c’è quasi sollievo. I nuovi arrivati srotolano
le stuoie nella nostra stanza, si dividono le masserizie, “mangeranno la nostra
verità”: la consumeranno, la faranno propria, la trasformeranno in nutrimento.
E noi, diventati spiriti curiosi, staremo in ascolto, mentre prima del sonno
parleranno di noi, come si raccontano le storie degli antenati.
Questo pensiero è l’unico in grado di consolarmi tra le fiamme del mondo
presente. Non saremo noi a vedere il mondo nuovo. Ma se qualcosa di ciò che
abbiamo amato, una pagina, un verso, un gesto fatto in classe, finirà tra le
masserizie che altri si spartiranno, la sconfitta non sarà stata vana.

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