Il 16 ottobre si è svolta la prima presentazione de Il
potere del canto. L’ha condotta, con il garbo di sempre, Elide Apice, anima e animatrice di uno
spazio di lettura raffinato e plurale, dove i libri non si consumano ma si
attraversano insieme.
Le sono grato per le domande che mi ha rivolto, a margine
dell’incontro, e che riporto qui con le mie risposte, un po’ più distese di
quanto il tempo di una presentazione consenta. Per uno scrittore in
apprendistato come me, il confronto con lettori “forti” è uno sprone a
migliorare e uno strumento di consapevolezza: obbliga a guardare il proprio
libro da fuori, a scoprire che cosa vi si è messo dentro senza saperlo.
Chi è Eliseo e che rapporto ha con sua madre?
Eliseo è un adolescente che sta per concludere gli studi
classici quando la madre si ammala e muore. Carattere introverso e umbratile,
trova in Edvige, docente amatissima, il suo punto di riferimento e la sua
guida: non soltanto una madre, ma una maestra, la persona attraverso cui il
mondo, i libri, la fede acquistano un senso.
Qual è il suo rapporto con la fede?
Eliseo cresce in un ambiente intriso di religiosità e sembra
avviato sulle orme della madre. Le sue certezze crollano con la malattia e la
morte di Edvige, che fanno del suo cuore una terra desolata. Da quel momento la
fede non è più un’eredità ricevuta, ma una domanda aperta, che lo accompagnerà
per tutto il romanzo.
Che cosa rappresenta la morte della madre per Eliseo?
La morte di Edvige è un evento devastante. Ho provato a
trasfigurare ciò che accadde a me nel 1990, e la ricostruzione degli stati
d’animo del ragazzo è la parte più autobiografica del romanzo. Il mondo di
Eliseo, come allora il mio, perde il suo centro e rotola nel vuoto. Tutto ciò
che viene dopo, il potere, la missione, le scelte, nasce da quella ferita.
«Nessun uomo è un’isola»: Eliseo lo capisce solo in età
adulta. Che cosa accade nel suo animo dopo questa consapevolezza?
Il potere del canto è, tra le altre cose, un romanzo
di formazione: il protagonista viene seguito nel suo evolversi, attraverso
scoperte anche dolorose. Per molto tempo Eliseo, cavaliere interamente
consegnato alla sua missione “sacra”, non lascia entrare nella propria vita
nessuno, a parte il padre. Solo l’incontro con una fanciulla, che salva da
morte certa, gli rivela la possibilità della “cura” dell’altro: la
responsabilità. È lì che il verso di John Donne smette di essere una citazione
e diventa esperienza.
Chi è Gaia e che cosa rappresenta per il giovane Eliseo?
Gaia è la prima ragazza di Eliseo, timido e impacciato
provinciale che, prima di Roma, non ha avuto esperienze affettive di alcun
tipo. Anima sensibile, capace di accoglienza e di ascolto, Gaia esce dalla vita
del ragazzo perché lui, nel perseguire la sua missione, non ammette distrazioni
di sorta. Diventa così una “vittima collaterale” delle missioni provvidenziali:
il prezzo che chi si crede chiamato a qualcosa di grande fa pagare, spesso
senza accorgersene, a chi gli sta accanto.
Tu scrivi di un ritorno a casa che coincide con il suo
“sentirsi bene”. Che cosa determina una scelta così radicale rispetto a quanto
aveva immaginato per la sua vita?
Eliseo è un ragazzo di provincia, cresciuto in campagna. La
svolta della sua vita, il potere ricevuto, lo spinge a trasferirsi a Roma, dove
è più facile garantirsi l’anonimato e portare avanti la sua missione,
soprattutto quella di “taumaturgo”. Ciò nonostante, resta profondamente legato
alle sue origini, e il ritorno non è una resa ma una riconciliazione: la
scoperta che si può servire il mondo anche da casa, anzi forse soltanto da lì.
Benevento non è mai nominata, ma ci sono delle spie che lasciano intendere come
sia la sua amata città. Anche in questo, credo, ho trasfuso nel romanzo il
grande amore che provo per la mia.
Una visione di qualcosa di trascendente. Che cosa accade a
Eliseo in quel momento?
Nel romanzo ci sono molti momenti di “visione”, o di
“ascolto”, di realtà sovrumane. A cominciare dal sogno, nella notte in cui il
ragazzo resta chiuso in biblioteca, durante il quale un’entità misteriosa gli
conferisce il potere del canto. Ma anche quando ascolta Giorgio Caproni leggere
le sue poesie ed entra, letteralmente, nel mondo creato dal poeta; o quando,
impegnato nella battaglia per la propria vita e per la salvezza di Elykia,
combatte in uno stato di trance mistica. Credo che nella vita esistano dei
momenti, pochi, in cui diventiamo il tramite di forze che ci trascendono. Non
li scegliamo: possiamo soltanto farci trovare pronti.
Che funzione ha la poesia, per te e per Eliseo?
Potrei dire che la poesia mi ha salvato la vita: la sua
lettura e la sua pratica mi hanno accompagnato nell’elaborazione del lutto per
la perdita di mia madre. In quei mesi nacque il nucleo, Matrix, della
mia prima raccolta di versi, Per aspera. Per Eliseo, che pure si
incammina lungo la stessa strada, la poesia è molto di più: è potere di
guarigione, arma per lottare contro il male, portale verso altri mondi. In generale,
il libro vuole rendere omaggio alla poesia e ai poeti, ai grandissimi come ai
minimi, che, come scrive Shelley nella Difesa della poesia, sono «i
legislatori non riconosciuti del mondo».
Mi ha colpito il racconto dell’incontro con Caproni. Che
cosa rappresenta questo poeta per Eliseo e per te?
È uno dei capitoli scritti nell’ultima redazione del romanzo,
che ha avuto una gestazione lunghissima, di cinque anni. Io ho avuto il
privilegio di incrociare Caproni, e la scena della libreria è ispirata a un
fatto reale. E ho avuto il privilegio di studiarlo con una delle sue più grandi
studiose, Biancamaria Frabotta, lei stessa grande poetessa e docente
meravigliosa. Credo che Caproni sia stato il poeta più influente sulla mia
generazione. Per questo mi è piaciuto immaginare che Eliseo, dopo aver
sperimentato attraverso i suoi versi la possibilità di accedere ad altri mondi
possibili, decida di andare a rendergli omaggio. Mi sono concesso anche una
licenza ardita: ho provato a scrivere, alla maniera di Caproni, i versi che
quell’incontro gli avrebbe ispirato. Spero che il Maestro mi perdoni.
Nella dinamica della narrazione, che cosa rappresenta
l’espediente del ritrovamento delle sterline d’oro?
Ogni giorno Eliseo legge centinaia di versi in lingua
originale, per verificare quali abbiano un potere e quale. Un giorno, leggendo
la prima redazione del Faust di Goethe, gli compare davanti un secchio
colmo di sterline d’oro. È un omaggio all’universo fiabesco, tante volte messo
in immagini dai grandi fumettisti: nell’episodio evoco, infatti, uno degli
autori che più amo, Dino Battaglia. Dal punto di vista narrativo, è la
soluzione al problema della sopravvivenza del ragazzo, tutt’altro che marginale
nel fumetto supereroistico: penso al povero Peter Parker, sempre al verde, o a
Luke Cage, “eroe in vendita”. Il dono aureo consente a Eliseo di dedicarsi
interamente alla sperimentazione e allo studio. E, a pensarci bene, è anche un
piccolo risarcimento che mi sono concesso: quanti poeti hanno potuto vivere dei
propri versi?
Eliseo riceve un dono che lo rende un supereroe. Quali
conseguenze avrà per lui la consapevolezza di avere un ruolo diverso nel mondo?
Avrei voluto che lo slogan in copertina fosse: «Da grandi
poteri derivano grandi domande». Chi conosce l’Uomo Ragno coglierà la
variazione sul celebre motto dello zio Ben, che parla invece di responsabilità.
Questo è, se vogliamo, il cuore del romanzo: Eliseo non sa perché gli siano
stati conferiti i poteri, né che cosa debba farne. Si arrovella di continuo,
finché “decide”: la prima volta per difendere sé stesso e la sua casa da due
ladruncoli; la seconda, decisiva, scegliendo di intervenire nella storia del
mondo e deviarne la traiettoria. La responsabilità, per lui, non precede la
scelta: ne è la conseguenza.
Ancora un cambio di registro, e il fantasy si fa ucronia:
Eliseo incontrerà, per esempio, Gorbačëv e sarà protagonista di scelte che
cambieranno lo scenario politico mondiale. Perché questa scelta?
Eliseo trascorre diversi anni a formarsi: amplia lo spettro
del proprio potere, studia storia e politica, si appassiona alle questioni
etiche. Poi, però, come ho detto, si rende conto che, in mancanza di “ordini”
dall’alto, deve agire. Senza fondamento, senza garanzie. Convinto, anche grazie
alla guida esperta di un giornalista-poeta (ispirato alla figura di Tommaso Di
Francesco, che ospitammo tanti anni fa con “La rosa necessaria”), che
l’esperimento sovietico fosse ancora riformabile, interviene nei giorni del
golpe contro Gorbačëv, nell’agosto del 1991. L’ucronia mi permetteva di porre
una domanda che mi accompagna da sempre: che cosa sarebbe accaduto se la storia
avesse preso un’altra strada? Gli sconfitti, a volte, sono gravidi di futuro.
«Stare vicino alla vita che continua» è una delle
espressioni di Eliseo, secondo me, più belle e profonde. È anche il
prolungamento della memoria della madre, di cui accetta l’eredità morale. In
che modo Eliseo si prenderà cura degli altri?
In prima battuta, esercitando ogni giorno il potere della
guarigione, legato a un verso memorabile di Dylan Thomas («Non andartene docile
in quella buona notte»), e imponendosi di seguire a distanza gli sviluppi delle
vite strappate alla morte: soprattutto bambini e giovani, ma anche il suo
vecchio professore di latino e greco, oltre al padre e al cane Flush. Alla fine
del romanzo, nella sua vita entra Elykia, salvata da morte certa, che lo
trasforma. Il mio auspicio è di poter proseguire la narrazione: in un seguito
la fanciulla avrebbe un ruolo assolutamente centrale.
Un’ultima domanda sul titolo, che rimanda a Battiato.
Perché questa scelta?
Battiato è un autore centrale nella mia formazione, e non
solo come musicista: è stato per me un maestro di sguardo, un ponte tra il pop
e la mistica, tra il quotidiano e l’eterno. Mi è parso quasi naturale cercare
il titolo nella sua meravigliosa produzione, e l’ho trovato: perfetto. Nel
romanzo sono disseminate tante microcitazioni del musicista siciliano, al quale
ho voluto rendere tributo anche in un altro romanzo, Rumori di fondo,
che presenterò a un concorso dedicato alla musica.
Grazie ancora a Elide, e a chi era in sala. Le domande dei
lettori sono il modo in cui un libro continua a scriversi anche dopo l’ultima
pagina.

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