Il potere del canto è nato da un “lutto”. Nell’estate del 2019 la schiena mi ha presentato il conto: ernie, protrusioni, artrosi. Sono convinto che in quel dolore, che mi spezzava in due, ci fossero sia la perdita di una persona carissima sia l’inenarrabile delusione politica dell’anno precedente. L’ortopedico mi consigliò di dimenticare il pallone. Può sembrare strano, ma il calcio era per me l’illusione di un pezzo di giovinezza perpetuata, e la sua fine mi è parsa uno spartiacque. Passavo le giornate steso tra letto e divano, a leggere fumetti. Non credo sia un caso che l’intuizione del romanzo sia arrivata a settembre, mentre elaboravo il lutto della mia infanzia da “calciatore”. Il tempo che prima andava agli allenamenti e alle partite, giocate o sognate, è diventato tempo per immaginare. Scrivevo con uno stupore e un piacere che forse non avevo mai provato, e ci mettevo dentro tutte le mie passioni, lacerti di biografia, conoscenze: l’“alto” della poesia accanto al “basso” del fumetto supereroistico, come sognavo da ragazzo. «Non importa se resterà nel cassetto», annotavo nel diario. Agli inizi di novembre la prima stesura era finita; a dicembre usciva a puntate proprio su questo blog, con bizzarre illustrazioni che oggi appaiono giurassiche, per quanto fantasiose.
Poi vennero le riscritture, e le ferite: una stroncatura amica; un quarto
posto al Premio “De Sanctis”, che rifiutai con un certo sdegno; un editore piccolo
piccolo che mi rispose che era ridicolo presentare un romanzo senza dialoghi.
Io ribattei che venivo dalla lettura di Yehoshua (peccato di superbia, lo
ammetto): centinaia di pagine senza dialoghi. Fui costretto, frustrato, a
rivedere, e ancora rivedere. Nel tempo il romanzo ha subito modifiche anche
strutturali. Un centinaio (non scherzo!) di tentativi a vuoto con gli editori e sette anni
dopo, questa folle storia è diventata carta: con Finalmente libri (e mai nome
di editore mi è parso più appropriato!).
Scrivo ininterrottamente dal 1983: diari, poesie, brevi saggi. Qualche volta
ho tentato il racconto, ma senza mai crederci davvero, lasciando nel cassetto
risultati deludenti. L’unico racconto giovanile sopravvissuto, Soglie,
necrofilo e disturbante, l’ho ripescato l’anno scorso per un’antologia horror.
Nel 2022 Antonio Martone mi estorse una prova, Questa ruota è in fiamme,
che divenne una meta-narrazione sulla difficoltà di scrivere un racconto sulla
guerra.
Nella primavera del 2025 la chiusa dell’ingegno si è aperta. Ho lasciato gli
impegni scolastici che andavano oltre l’insegnamento e mi sono ritrovato con
molto tempo libero. Soprattutto, ho trovato storie che non sapevo di avere. Ho
cominciato a chiamare questa stagione il mio “quarto tempo”: la scuola non era
più al centro della mia vita, mia figlia era a Roma, le giornate avevano preso
un ritmo del tutto nuovo.
Mi sembrava di aver aperto la grotta di Montecristo. Racconti, romanzi
storici, fantascienza, gialli, fiabe. Nulla dies sine linea. E poi i
concorsi, a decine, a centinaia, con furia garibaldina e con errori grossolani,
come mandare due volte lo stesso testo allo stesso premio. Nel fiume di storie
c’è anche molta fanghiglia. Ne sono perfettamente consapevole.
Mi affidavo a una vecchia legge hegeliana: oltre una certa soglia la
quantità si muta in qualità. Credo che qualcosa sia accaduto: tre romanzi
pubblicati, un quarto in uscita a dicembre, decine di premi e riconoscimenti,
di cui dirò.
Un amico caro, leggendo un mio racconto, mi ha chiesto: «Sì, è scritto bene,
ma dove sei tu?». Oggi forse so rispondergli. Quanto è accaduto, e sta
accadendo, mi sta cambiando in profondità. La poesia resta uno sguardo sul
mondo, e continua a esserci; ma le si affianca altro: il piacere di indagare le
vite degli altri, o altre vite possibili, di esplorare il mondo tanto nella sua
consistenza reale quanto nelle sue possibilità. Al centro non c’è più l’io che
guarda, e il modo in cui guarda, ma il reale nella sua infinita ricchezza.
Qualcuno potrà pensare che la scelta della narrativa sia legata anche all’ambizione. Ne ho già scritto, non ci torno. Il mio destino, lo so ogni volta che ripenso alla mia intera esistenza, è accettare sentieri marginali, strade poco battute. Non so dove porteranno. So soltanto che non ho mai imitato nessuno, e non comincerò ora. Ciò che conta è restare fedele all’opera. Questo chiedo al Signore del Canto, da cui vengono le parole e le storie.
Oggi, a quasi venti mesi da quando la chiusa si è aperta, se qualcuno mi
chiedesse perché scrivo, risponderei con un’altra domanda: perché un pittore
dipinge? Quando mi sveglio so che devo scrivere. E durante il giorno vivo
immaginando storie. Ogni luogo, ogni incontro, ogni situazione mi sembra poter
generare qualcosa che merita di essere raccontato.
So bene, ne ho scritto e ci tornerò, che probabilmente tutto questo non
sarebbe stato possibile senza l’IA: ancella e talvolta guida, sostegno nei
momenti di stanchezza, mi permette di concentrarmi sull’atto creativo,
sull’idea, liberando tempo ed energie. Eppure, al netto di pochissime
eccezioni, quel che ho prodotto in questi mesi è mio, intimamente mio. Vi ho
trasfuso passioni e ossessioni.
Ah, i premi letterari… Nei dodici anni tra il 2013 e il 2024 avevo raccolto
sei riconoscimenti in tutto, due dei quali primi premi. Tra il 2025 e l’ottobre
del 2026 sono diventati circa sessantacinque: diciassette primi posti e una
ventina tra secondi e terzi, per più di trenta podi, a cui si aggiungono menzioni,
premi speciali e finali. Il 2026 non è ancora finito e i riconoscimenti sono
già il doppio di quelli del 2025. A gennaio avevo ottanta concorsi aperti; a
giugno, più di cento in attesa di esito.
Il dato più sorprendente riguarda la forma. Più di metà dei riconoscimenti,
e tredici primi premi su diciassette, sono arrivati con il racconto, un genere
che fino al 2025 avevo appena sfiorato. I romanzi ne contano una quindicina, la
poesia una dozzina; il resto è saggistica e scritture d’occasione. In meno di
due anni, quindici racconti sono finiti in antologie. E i premi in denaro,
qualche migliaio di euro, hanno pagato le iscrizioni ad altri concorsi: il
circolo virtuoso che speravo, senza gravare sulla famiglia.
I numeri, però, dicono poco. Partecipare ai concorsi è prima di tutto un
atto di umiltà: per uno vinto, ce ne sono venti in cui passo inosservato. Ci si
sottopone a un giudizio spesso severo o percepito come ingiusto. Quante volte,
in questi mesi, mi sono sentito bruciare dalla rabbia? E si impara a
relativizzare: ho vinto con racconti su cui non avrei scommesso una lira e sono
stato bocciato con quelli a cui tenevo di più. Lo sguardo degli altri si
accetta, senza snaturarsi. Soprattutto, i premi aiutano a sfuggire alla
trappola dell’autoreferenzialità, sempre in agguato nei piccoli centri, dove è
facile proclamarsi artisti. E sono una palestra: mi spingono dove, senza
stimoli esterni, non oserei.
A questo primo giro di boa, alla vigilia della prima presentazione in città
del secondo romanzo (che in realtà è il primo scritto e, contando anche Legame
doppio, il terzo pubblicato…), so di essere un apprendista. So anche che in
ogni cosa della mia vita ho riversato intera l’energia che mi abita, insieme
“erotica” (in senso platonico), poetica e spirituale. Navigo a vista nel mio
“quarto tempo”, sapendo che non tutto dipende da me e che molto, delle strade
future, potrebbe deciderlo la Fortuna. Ma, se verrà a cercarmi, mi troverà qui,
alla scrivania, a scrivere, scegliere, limare parole e frasi.
Nel cassetto, intanto, aspettano otto romanzi e quattro raccolte di
racconti. C’è un tribuno della Rivoluzione francese che sogna l’eguaglianza e
la paga con la vita. C’è un’allieva ebrea con il suo maestro, divisi da un
abisso che la storia ha scavato e nessun amore riesce a colmare. C’è un ragazzo
senza nome che deve guadagnarsene uno attraversando il mondo, e un insegnante
inquieto risucchiato dal gorgo delle domande di sempre. C’è una donna nigeriana
che la cronaca aveva ridotto a poche righe e a cui ho provato a restituire una
voce. E c’è il futuro: un uomo comune rapito dalle stelle, una nave in cerca di
un nuovo pianeta che scopre di non essere sola, una ragazzina che nel 2062, tra
api e libri, impara a rifondare una comunità dopo la catastrofe. I racconti,
invece, compongono un abbecedario ironico e affettuoso della scuola italiana,
il mosaico di una vita ricomposta tessera dopo tessera, un’interrogazione sulle
infinite forme del vivente, una sequenza di mondi impossibili attraversati da
un unico personaggio. Rileggendo, mi accorgo che tornano sempre le stesse
ossessioni: gli sconfitti gravidi di futuro, l’educazione, il vivente oltre la
logica del dominio, la responsabilità di chi resta. Cambiano le epoche e i
generi
Verrà presto anche il tempo di riflessioni più serie e rigorose sul senso
dello scrivere oggi, nella fine dell’Occidente e tra le apocalissi temute. Ma
non adesso.

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