martedì 2 giugno 2026

La gloria (opus meum)

In questi giorni comprendo bene cosa intendesse Vattimo interpretando la “volontà di potenza” di Nietzsche in relazione all’arte, vedendo nell’artista la perfetta incarnazione dell’“oltre-uomo”: nella pienezza di giornate in cui sento di essere un “creatore” (e non solo rispetto a “opere” ma anche alla vita stessa). Qual è la differenza radicale, però, che avverto rispetto a quella che mi appare, se analizzata a fondo, una pericolosa tentazione e il compimento di un’intera parabola della cultura occidentale? Il paradosso del pensatore tedesco è che, annunziando contemporaneamente il dissolvimento dell’oggetto («Non esistono fatti ma solo interpretazioni») e del soggetto (che esso stesso è da interpretare), porta a compimento – come ha insegnato la magistrale interpretazione heideggeriana – l’oscura matrice della metafisica occidentale, che oblia l’essere e vuole il dominio dell’ente. Dunque, uscendo da astruserie filosofiche, perché io sento che il mio essere “artista”, creatore, non ha nulla a che fare con la “volontà di potenza”? Perché, come ripeto agli amici che si congratulano per i riconoscimenti, io mi sento e sono solo un “medium”, un tramite. E prego ogni giorno perché tale ruolo ancillare rispetto al Signore del Canto, a Chi mi “ispira”, a Chi “detta”, sia svolto nel migliore dei modi possibili. E chiedo, in preghiera, che tutto ciò che esce “attraverso” di me sia ad maiorem Dei gloriam.

Ma sarei disonesto se non parlassi anche di un altro aspetto.

La vita è un dispositivo “ermeneutico”: interpella la nostra capacità interpretativa.

Nel mio caso, per restare all’ultimo anno: dopo la rottura con la mia Dirigente, uno dei tanti prodotti in serie sfornati dai concorsi ministeriali affinché ottemperino alle direttive, avrei potuto chiudermi nel mio livore, pensando che quanto fatto con spirito di servizio era stato vano. Invece, dopo poche settimane, le energie che profondevo nella scuola si sono riversate sulla scrittura di decine di racconti, svariati romanzi, uno dei quali uscito a dicembre, l’altro in procinto di uscire. Ho vinto da allora decine di premi in tutta Italia. Insomma, Dio ha letteralmente chiuso una porta, divenuta sempre più triste e volgare, e ha dischiuso un maestoso portone

La vita che sto vivendo da un anno ha sanato molte delle contraddizioni insolute delle vite precedenti. Quella che mi preme, però, ora provare a raccontare riguarda la “gloria”.

Se vado a ritroso nel mio Diario, pratica frequente, trovo l’assillo di raggiungere la fama sin dalla giovinezza. Io credo sempre di più che nella vita nulla sia casuale, a partire dai nostri nomi. Il mio è particolarmente impegnativo, perché ha dentro di sé la parola “vittoria” (e la parola “popolo”). Dunque, in questi mesi, quando ero in ansia per i risultati di un concorso, soprattutto quando ero, ad esempio, nella terna dei finalisti, in attesa del responso, percorso da una tensione difficilmente sostenibile, ho dovuto accettare che, sì, ci tenevo… Che in me c’è sempre stato, ben camuffato, una forma di agonismo, che la mia educazione cercava di reprimere o sublimare, mettendosi al servizio, prediligendo il lavoro di squadra, memore degli insegnamenti cristiani relativi alla umiltà.

Ora ho riconosciuto come parte di me, a partire dal nome, come “destino”, questa componente. Sono felice che essa possa realizzarsi non come ambizione di potere (o, peggio, di denaro). Sono felice che a farmi vibrare sia il sogno dell’alloro

C’è contraddizione tra quanto ho scritto nella prima parte e questo? No! Si parva licet (e qui mi rendo conto di poter sfiorare il ridicolo), in una terzina di miracolosa bellezza, scrive Dante:


O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro.


Il poeta sta invocando Dio in quanto Dio del canto, della poesia, unico vero ispiratore, e chiede di diventare un “contenitore” («vaso») degno di ricevere l’alloro, la gloria poetica. Nel più grande dei nostri poeti, dunque, viene reclamato il segno esteriore della “vittoria” poetica nella consapevolezza che solo Dio è il vero autore, che chi scrive è solo “vaso”.

Che tutto ciò che scrivo possa essere viatico ad un mondo che riconcili l’umano e il divino, natura e uomo.

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