Ne Il potere del canto il protagonista, Eliseo, viene
folgorato da un poeta allora vivente (siamo alla fine degli anni Ottanta), che
parla dei suoi versi. Nel romanzo ho trasfuso un’esperienza reale e bellissima.
Per altro, ricordo che Caproni rise moltissimo quando una mia collega, poi
divenuta giornalista, gli disse il nome per la dedica: Fausta Speranza. Nel
tempo ho sempre pensato che il poeta livornese vide in quel nome la negazione
di tutta la sua disillusa visione del mondo, fondata, potremmo dire, su un’“infausta
disperazione”.
Malgrado nel romanzo non sia mai nominata, Benevento è la
città originaria del protagonista. Ho disseminato una serie di spie, alcune
cancellate in fase di editing (ad esempio, il primo capitolo si chiudeva con un’allusione
alla città “magica”, sebbene tecnicamente Benevento non lo sia).
La spia più evidente è proprio legata all’incontro del
protagonista con il poeta:
Andando a ritroso nei miei scritti, come mi capita spesso, per ricordare a me stesso chi sono o trovare qualcosa che sia degno di essere ripubblicato, trovo una paginetta in merito del 2014, che mi fa piacere pubblicare sul blog (uscì illo tempore su «Messaggio d’oggi»). Bastano le riflessioni finali di Biancamaria Frabotta a dare un senso a questa ripubblicazione, che illuminano sulla bellezza e la profondità che un poeta può sprigionare quanto esercita il suo talento su un altro poeta.
Lo faccio oggi in cui incontrerò, e non nascondo emozione, classi di due Licei di Benevento per parlare del libro.
Ahi treno lungo e
lento
(nero) fino a
Benevento.
Mio padre piangeva
sgomento
d’essere cosi
vecchio.
Piangeva in treno,
solo,
davanti a me, suo
figliolo.
Che sole nello
scompartimento
vuoto, fino a
Benevento!
Io nulla gli avevo
detto
standogli di rimpetto.
Per Bari proseguì
solo:
lo lasciai li: io,
suo figliolo.
Il testo, che apre la seconda sezione de Il Seme del Piangere (1959), risale al
maggio del 1955, libro dominato dalle figure “parentali”, soprattutto la madre
(nei celebri “Versi livornesi”).
La relazione padre/figlio è decisiva nella prima
parte della poesia caproniana (basti pensare al mito di Enea recuperato ne “Il
passaggio di Enea”, dove l’eroe troiano, «che in spalla / un
passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo /
ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da
non reggersi ritto», diventa emblema di un intero transito epocale).
Qui la relazione si intreccia ad un altro tema-chiave del grande poeta
livornese, quello del viaggio. Le tre quartine sono dominate dal senso di
colpa, accentuato da una sonorità
particolarmente cupa e chiusa, che contrasta con l’ariosità dei versi dedicati
alla madre nella stessa raccolta.
Benevento (che probabilmente entra nella poesia
solo per esigenze rimiche) viene incastonata tra il «lento» treno e lo
«sgomento» del padre del poeta, dovuto alla consapevolezza della sua vecchiaia.
Domina su tutto un senso di solitudine, malgrado il «sole», e di
incomunicabilità.
Da me sollecitata sulla
poesia, una delle massime studiose dell’opera di Caproni, Biancamaria Frabotta
(curatrice, tra l’altro, della mostra romana per il centenario della nascita
del poeta) mi ha scritto: «In questo lento treno che arranca verso il sud
(quanti treni incamminati sui binari del destino nella poesia di Caproni!) mi
sono sempre chiesta se Giorgio fosse nella realtà della memoria
seduto accanto o davanti al padre Attilio in lacrime. Oppure se se lo
immaginasse viaggiare da solo verso la destinazione finale. Chi è il fantasma
dei due? Il padre? Il figlio? E Benevento segna forse la frontiera della loro
destinazione? La poesia di Caproni è realista e trasparente. E tutto vi si può
vedere. Ma nell’intrico delle rime e delle parentesi tutto sbiadisce, si
annebbia, si perde».

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