lunedì 26 ottobre 2026

Caproni e Benevento (ποίησις)

Ne Il potere del canto il protagonista, Eliseo, viene folgorato da un poeta allora vivente (siamo alla fine degli anni Ottanta), che parla dei suoi versi. Nel romanzo ho trasfuso un’esperienza reale e bellissima. Per altro, ricordo che Caproni rise moltissimo quando una mia collega, poi divenuta giornalista, gli disse il nome per la dedica: Fausta Speranza. Nel tempo ho sempre pensato che il poeta livornese vide in quel nome la negazione di tutta la sua disillusa visione del mondo, fondata, potremmo dire, su un’“infausta disperazione”.

Malgrado nel romanzo non sia mai nominata, Benevento è la città originaria del protagonista. Ho disseminato una serie di spie, alcune cancellate in fase di editing (ad esempio, il primo capitolo si chiudeva con un’allusione alla città “magica”, sebbene tecnicamente Benevento non lo sia).

La spia più evidente è proprio legata all’incontro del protagonista con il poeta:

 «“Lo sa che credo di averla citata la sua città, di cui so poco, confesso, in una poesia che scrissi ricordando mio padre Attilio. Che bella coincidenza!” e rise di gusto.»

Andando a ritroso nei miei scritti, come mi capita spesso, per ricordare a me stesso chi sono o trovare qualcosa che sia degno di essere ripubblicato, trovo una paginetta in merito del 2014, che mi fa piacere pubblicare sul blog (uscì illo tempore su «Messaggio d’oggi»). Bastano le riflessioni finali di Biancamaria Frabotta a dare un senso a questa ripubblicazione, che illuminano sulla bellezza e la profondità  che un poeta può sprigionare quanto esercita il suo talento su un altro poeta.

Lo faccio oggi in cui incontrerò, e non nascondo emozione, classi di due Licei di Benevento per parlare del libro.

 

Ahi treno lungo e lento

(nero) fino a Benevento.

Mio padre piangeva sgomento

d’essere cosi vecchio.

 

Piangeva in treno, solo,

davanti a me, suo figliolo.

Che sole nello scompartimento

vuoto, fino a Benevento!

 

Io nulla gli avevo detto

standogli di rimpetto.

Per Bari proseguì solo:

lo lasciai li: io, suo figliolo.

 

Il testo, che apre la seconda sezione de Il Seme del Piangere (1959), risale al maggio del 1955, libro dominato dalle figure “parentali”, soprattutto la madre (nei celebri “Versi livornesi”).

La relazione padre/figlio è decisiva nella prima parte della poesia caproniana (basti pensare al mito di Enea recuperato ne “Il passaggio di Enea”, dove l’eroe troiano, «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto», diventa emblema di un intero transito epocale).

Qui la relazione si intreccia ad un altro tema-chiave del grande poeta livornese, quello del viaggio. Le tre quartine sono dominate dal senso di colpa, accentuato da una sonorità particolarmente cupa e chiusa, che contrasta con l’ariosità dei versi dedicati alla madre nella stessa raccolta.

Benevento (che probabilmente entra nella poesia solo per esigenze rimiche) viene incastonata tra il «lento» treno e lo «sgomento» del padre del poeta, dovuto alla consapevolezza della sua vecchiaia. Domina su tutto un senso di solitudine, malgrado il «sole», e di incomunicabilità.

Da me sollecitata sulla poesia, una delle massime studiose dell’opera di Caproni, Biancamaria Frabotta (curatrice, tra l’altro, della mostra romana per il centenario della nascita del poeta) mi ha scritto: «In questo lento treno che arranca verso il sud (quanti treni incamminati sui binari del destino nella poesia di Caproni!) mi sono sempre chiesta  se Giorgio fosse nella realtà  della memoria seduto accanto o davanti al padre Attilio in lacrime. Oppure se se lo immaginasse viaggiare da solo verso la destinazione finale. Chi è il fantasma dei due? Il padre? Il figlio? E Benevento segna forse la frontiera della loro destinazione? La poesia di Caproni è realista e trasparente. E tutto vi si può vedere. Ma nell’intrico delle rime e delle parentesi tutto sbiadisce, si annebbia, si perde».


Nessun commento: