Ritengo che l’incontro con Sgalambro, un filosofo nichilista, non sia stato positivo.
Oggi continuo a riconoscere la grandezza artistica e umana del Maestro, ma sento anche l’esigenza di andare oltre alcuni aspetti della sua visione del mondo. In particolare, mi allontana il suo impianto gnostico, con la tendenza a considerare la materia e il mondo come realtà da oltrepassare. Il percorso che sento più vicino è quello di un’etica dell’alterità, capace di valorizzare la relazione con gli altri esseri e con il mondo vivente.
Ciò non toglie che da Battiato abbia imparato molto. Ho ammirato la sua concezione dell’arte come mediazione tra cielo e terra, la sua idea di un’aristocrazia dello spirito intesa non come privilegio sociale ma come conquista interiore, frutto di un lavoro quotidiano su di sé. Ho condiviso la sua convinzione che ogni autentico cambiamento collettivo debba partire dalla crescita individuale e dalla conquista della libertà interiore. Mi hanno colpito la sua apertura alla ricerca spirituale, il suo rifiuto dei fondamentalismi, il dialogo costante tra Oriente e Occidente e la sua opposizione a ogni forma di xenofobia. In lui convivevano suggestioni provenienti dal cristianesimo mistico, dal sufismo, dalle tradizioni orientali e dall’esoterismo occidentale, fuse in una personale ricerca dell’Assoluto. Continuo a nutrirmi di queste suggestioni. Con una formula: con Battiato oltre Battiato.
La riflessione sull’amore nella sua opera mi ha consentito di capire cosa non mi soddisfacesse più.
Andando a fondo nell’analisi dei suoi testi, ho scoperto come l’eros è spesso visto come una forza ambivalente: da un lato esercita un fascino irresistibile, dall’altro rischia di trasformarsi in dipendenza, ossessione o perdita della libertà.
Mi limito ad alcuni esempi. In Stranizza d’amuri l’amore appare come una febbre.
In Sentimento nuevo assume i tratti della possessione; in Personal computer viene ridotto a gesto meccanico e svuotato di autenticità. In E ti vengo a cercare, invece, l’attrazione per l’altro diventa occasione per elevarsi al di sopra dei desideri immediati e orientarsi verso l’Uno. Per altro, molte di queste canzoni possono ingannare (e credo sia una scelta voluta) ad un ascolto superficiale. Il messaggio profondo, però, è sempre lo stesso: l’uomo dovrebbe cambiare l’oggetto dei suoi desideri, spostarlo dall’umano al divino, emancipandosi dall’incubo delle passioni. Non a caso, ritengo che la versione più fedele alle intenzioni dell’autore sia quella data da Giovanni Lindo Ferretti. Insomma, E ti vengo a cercare è una canzone “contro l’amore”, non un esaltazione dell’amore umano.
Ne Il mito dell’amore emerge con chiarezza la tensione che percorre gran parte della sua poetica: il desiderio di comunione e, nello stesso tempo, il timore che il legame possa limitare la libertà personale. L’innamoramento nasce da un bisogno di unità, ma è destinato a confrontarsi con la caducità dei sentimenti e con l’inevitabile esperienza della separazione. Da qui il valore attribuito alla solitudine, intesa non come chiusura ma come condizione per continuare il proprio viaggio interiore.
Sicuramente il testo più crudo dedicato all’argomento è L’animale dove l’eros viene visto come cedimento al lato animale dell’uomo.
Nell’immaginario collettivo La cura è il capolavoro del musicista catanese. Non condivido il giudizio, ma in ogni caso ci troviamo di fronte ad un pezzo straordinario, nato nel sodalizio con Sgalambro. Sicuramente le parti più poetiche del testo appartengono a Battiato.
In questa canzone l’essere umano appare fragile, esposto alla paura, all’ipocondria, alle ossessioni, alla malinconia. A lui si rivolge una forza amorevole che promette protezione, guarigione e accompagnamento. Il dialogo può essere letto come un colloquio tra il divino e l’anima, secondo una tradizione che richiama il Cantico dei Cantici e la grande mistica. Il vagare rappresenta lo smarrimento esistenziale; i fiori bianchi evocano la purezza e il desiderio di una dimensione più alta dell’essere; il mare e il viaggio richiamano la metafora filosofica e spirituale della navigazione dell’anima. In questa prospettiva, la cura non riguarda soltanto lo spirito, ma anche il corpo, coinvolto in un processo di guarigione e di pacificazione. Dunque, non una canzone d’amore umano.
La duplicità di Battiato nei confronti del fenomeno amoroso emerge in uno dei suoi ultimi capolavori, Tutto l’universo obbedisce all’amore, che sembra riprendere un celebre (e tragico) verso virgiliano: Omnia vincit amor. L’universo sembra obbedire a questa forza che lega ogni cosa e che nessuno riesce davvero a nascondere o a dominare. Torna l’immagine delle catene, dunque della prigionia. L’unica possibilità di salvezza, sembra suggerire il musicista, è trascendere la dimensione terrena.
Perché, dunque, con Battiato oltre Battiato? Perché in lui vedo operare quella segreta corrente gnostica presente nella cultura occidentale e che svaluta il mondo, visto come preda di forze demoniache. Come ignorare le visioni apocalittiche presenti ne L’arca di Noè o i viaggi interstellari di un’umanità alla ricerca di nuovi mondo meno corrotti?
Ciò nonostante, sarei mai giunto alla consapevolezza di un divino comunque presente nel mondo e alla necessità di abitarlo in maniera integrale senza suggestioni giuntemi insieme a musiche che tuttora ritmano la mia esistenza e il mio lavoro di scrittore?
Post scriptum
Il romanzo in uscita non solo deve a Battiato il titolo ma è pieno di microcitazioni dalla sua opera, soprattutto nei primi capitoli, omaggio necessario a un Maestro... necessario.


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