Nel 2012 pubblicai il mio primo libro, oramai introvabile. Si intitolava In quieta ricerca.
Il capitolo
centrale era dedicato ai “Maestri eretici”. Tra essi Edgar Morin, scomparso
oggi. Un titano del pensiero.
Estrapolo alcuni
passaggi di quel breve saggio.
«Edgar Morin (cognome che assume durante la Resistenza) è nato a Parigi nel 1921 da genitori ebrei sefarditi. Il suo cosmopolitismo è sicuramente riferibile a questa origine ebrea e meticcia […].
L’opera di Morin è senza dubbio il tentativo più ardito di
porre le basi di un nuovo sapere che contrasti con la fondazione
filosofico-scientifica della modernità cartesiana e baconiana, riattivando tradizioni
diverse (non solo occidentali) e spesso marginalizzate del nostro sapere
(Pascal o Montaigne, ad esempio). L’aspetto più intrigante di questo grande
edificio intellettuale è la sua vocazione ad incidere sui processi reali. Per
questo Morin è impegnato in sfide molto concrete: in lui la riforma del
pensiero si deve tradurre in una pratica di cambiamento (l’eredità, l’unica, di
Marx!) […].
La premessa di Morin è che la riforma del pensiero (e della
scuola) è paradigmatica, non programmatica un’analisi del presente che utilizza
la categoria della complessità contro ogni riduzionismo. In particolare bisogna
prendere atto dell’inaudito passaggio d’epoca che ci apre ad una civiltà
planetaria rispetto a cui la cultura appare ancora non attrezzata, una cultura
che deve sempre di più rompere gli steccati verso un sapere che sia anch’esso
globale, sanando prima di tutto quella “frattura fonda” tra sapere
tecnoscientifico e studia humanitatis che appare un tratto distintivo
della modernità.
La “testa ben fatta” significa che, «invece di accumulare il
sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine
generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettono
di collegare i saperi e di dare loro senso» […].
Urge poi un nuovo spirito scientifico, anche a seguito di
quella rivoluzione scientifica novecentesca di cui non è ancora arrivata
notizia alla maggior parte degli insegnanti delle nostre scuole. Una scienza
necessariamente sistemica che integri ecologia, scienze della terra e
cosmologia. L’uomo non può essere compreso senza il contributo delle scienze,
l’uomo che è un essere naturale e sovrannaturale nello stesso tempo. Quindi, sapere
“scientifico” ed “umanistico” non possono continuare a vivere nella separatezza
ma devono contribuire a formare un’etica di appartenenza alla specie umana e la
coscienza del carattere “matriciale” della Terra: «Tutto ciò deve concorrere
anche all’abbandono del sogno demente della conquista dell’Universo e di
dominio della natura formulato da Bacone, Cartesio, Buffon, Marx, e che ha
animato l’avventura conquistatrice della tecnica occidentale».
Il compito principale delle “scienze umane” è insegnare che
«non ci sono “leggi” della storia, ma una dialogica caotica, aleatoria,
incerta». […]
La storia non è magistra! Eppure va studiata proprio
perché ci insegna un’attitudine aperta e problematica, e ci responsabilizza
eticamente (a differenza di qualunque teleologismo, sia esso cristiano o
hegelo-marxista): imparare ad affrontare l’incertezza.
Il punto centrale della proposta è che la scuola dovrebbe
essere fondata sulla trasformazione delle informazioni in conoscenza:
«Letteratura, poesia e cinema devono essere considerati non solamente, né
principalmente, come oggetti d’analisi grammaticale, sintattica o semiotica, ma
come scuole di vita» . La rivoluzione scientifica del XX secolo ha dimostrato
l’infondatezza del sogno diabolico di conoscere tutto dell’uomo moderno:
abbiamo scoperto invece i limiti – invalicabili – della conoscenza, con qualche
millennio di ritardo rispetto a Socrate. La vita dell’uomo si fonda
sull’incertezza: «conoscere è dialogare con l’incertezza» (della storia, della
natura, della psiche umana). Il nuovo sapere, coniugando il meglio
dell’Occidente (e dell’Oriente) dovrebbe essere: fede incerta (meglio direi:
problematica) + razionalità autocritica. […].
La “missione” (così la chiama, Deo gratias, Morin e
così la chiamerò io per sempre) dell’insegnamento richiede l’eros, «che
è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di
trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi. L’eros permette
di tenere a bada il piacere legato al potere, a vantaggio del piacere legato al
dono. È ciò che in primo luogo può suscitare il desiderio, il piacere e l’amore
dell’allievo e dello studente. Là dove non c’è amore, non ci sono che problemi
di carriera, di retribuzione, di noia per l’insegnamento».
Il sogno che la scuola potesse essere leva di trasformazione della società è meraviglioso. Ora so che è un sogno. Ma la mia gratitudine nei confronti di Morin è enorme, imperitura.
L’anno prossimo, incuneandomi negli interstizi delle riforme
scolastiche, lo farò leggere e studiare ai miei alunni, soprattutto un saggio
incredibile intitolato Il complesso d’amore (dove la bocca viene descritta come strumento delle tre azioni fondamentali dell’uomo:
nutrirsi, amare, dialogare), che è anche esempio di alta letteratura.

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