Bello esserci. Quando vidi il bando, solo a cose fatte capii
che era promosso nella mia città. E nei fui doppiamente felice.
Ieri è stato presentato il libriccino che raccoglie racconti
anonimi ispirati dalla malattia.
Il luogo amico sta diventando spazio capace di accogliere
approfondimenti, discussioni, emozioni, testimonianze, tessendo insieme – la metafora
è appropriata – esperienze le più diverse: il mio ideale di una “cultura” che
rimane fedele al suo etimo, che è costruzione corale, partecipata, “dal basso”
(e non, come accade in altri luoghi meno amici, ambizione personale, mercimonio di libri
e visibilità, arroganza, maleducazione). Un elogio, dunque, ai “tessitori”, a coloro che
uniscono mondi lontani e fanno scaturire da questi cortocircuiti lampi di
magia, mettendoci denaro, tempo, idee. Ma donando… senso!
Per me esserci ha significato continuare a raccontare l’evento
che ha deciso la mia vita, ciò che sono divenuto: la malattia e la morte di mia
madre.
Ho iniziato a scrivere, in fondo, per elaborare quanto stava accadendo al me adolescente. Oggi mia madre, attraverso questo lavoro arduo, è diventata una “presenza benigna”, è dentro di me, in ciò che scrivo e cerco di fare. E sarà un personaggio trasfigurato del romanzo che sta per uscire, Il potere del canto.
Dunque, grazie a Elide e al dottore Febbraro, grazie ad
Antonella e Alessandra, grazie a tutte e tutti coloro che hanno deciso di
condividere la propria esperienza della malattia, dando un piccolo e prezioso “amuleto”
per affrontare l’oscurità.
Il mio contributo si chiude con queste parole.
«Ora ho più o meno gli anni che aveva lei quando è volata via. E a volte mi sorprendo a specchiarmi nel suo sguardo, come se il tempo fosse un cerchio e io tornassi bambino, seduto al tavolo della cucina mentre lei mi corregge i temi.
Quando penso a lei, mi viene in mente prima di tutto il sorriso — quella curva lieve che sapeva tenere insieme la forza e la grazia.
Perché da quella fine è nato tutto.
Il mio scrivere, la mia voce, la mia fede silenziosa nella continuità delle anime.
Ogni poesia che nasce è un modo per dirle che non se n’è mai andata davvero.
E così la storia della sua malattia, che fu anche la mia, si chiude nel luogo dove tutto è cominciato: la parola.
La parola che salva, che guarisce, che tiene insieme i vivi e i morti in un unico respiro».



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