domenica 26 aprile 2026

pandemia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva cinquantatré anni nei giorni in cui il mondo, all’improvviso, sembrò arrestarsi. Le strade deserte, il silenzio innaturale delle città, l’eco inquieta delle sirene che attraversavano la notte. Ma soprattutto il senso di attesa e impotenza che si impadronì di tutti. Come un tempo dilatato all’inverosimile, in cui ogni gesto – anche il più semplice, come toccarsi il volto o aprire una finestra – sembrava carico di un’intensità nuova, drammatica.

Si era chiuso in casa con la famiglia, seguendo con diligenza ogni direttiva, ogni ordinanza. Aveva disinfettato le maniglie, evitato le uscite, controllato compulsivamente le scorte in dispensa. Ma dentro, qualcosa si agitava. Non era solo la paura – per sé, per gli altri, – ma un senso più profondo di smarrimento, come se quel virus avesse scrostato la patina delle abitudini, rivelando sotto una nudità spirituale che da tempo cercava di ignorare.

Non si trattava solo di affrontare l’emergenza sanitaria, ma di guardare in faccia il vuoto che la frenesia dei giorni aveva sempre coperto. Ogni rumore sembrava amplificato. Ogni silenzio, una domanda. Ogni giorno, un altare improvvisato per sacrificare il proprio orgoglio, le proprie certezze, il proprio tempo. La casa diventò una cella e un santuario, un luogo di costrizione ma anche di rivelazione. La routine crollata, gli orari stravolti, le pareti come specchi che riflettevano la verità: non eravamo pronti. Non lo eravamo mai stati.

Eppure, in quella sospensione surreale, iniziò anche una metamorfosi. Marco tornò a guardare le cose lente, essenziali: la luce che filtrava al mattino tra le tende, la voce di sua figlia che leggeva ad alta voce, la preghiera recitata insieme, ogni sera, con voce incerta. Fu un ritorno all’essenziale.

Anche la scuola si era fermata. O meglio: era passata sullo schermo. Le videolezioni, i registri elettronici, le circolari continue — come se bastasse mantenere in vita l’apparato burocratico per poter dire che tutto era sotto controllo. Marco si era adattato in fretta, da bravo insegnante coscienzioso: microfono, connessione, sfondo neutro, condivisione dello schermo. Ma dietro quello sforzo organizzativo, dietro l’efficienza apparente, vedeva altro. Vedeva volti stanchi, spesso oscurati. Vedeva lo sguardo perso dei ragazzi, quando c’era. Sentiva l’imbarazzo del silenzio che si prolungava dopo ogni domanda. E capiva che non era solo stanchezza: era smarrimento. Era solitudine.

C’erano studenti che seguivano le lezioni dal letto, altri che restavano zitti per ore, col microfono disattivato, immersi in chissà quali pensieri. C’era chi non accendeva mai la videocamera, e chi la spegneva di colpo, come per fuggire. Marco intuiva dietro ogni gesto un grido non espresso. Il disagio di chi non aveva una stanza propria, di chi divideva un unico dispositivo con fratelli e genitori, di chi viveva in case piccole, piene di rumori e di tensione.

E si accorse, per la prima volta con tale chiarezza, che la scuola non era solo trasmissione di contenuti ma una trama invisibile fatta di gesti, di sguardi, di presenze. Era un corpo collettivo, una comunità viva, che aveva bisogno di vicinanza, di contatto, di respiro. E ora quel corpo era stato smembrato, disperso in tante isole solitarie.

Ogni mattina, davanti allo schermo, Marco si sentiva un attore in un teatro vuoto. Continuava a parlare, a spiegare, a fare il suo dovere. Dentro avvertiva un’inadeguatezza radicale. Come se ogni parola detta online avesse perso una parte del suo peso specifico. L’aula vera, con i suoi rumori, i suoi odori, le sue irregolarità, gli mancava come un organo amputato. E con essa, gli mancavano anche gli imprevisti, gli occhi che si illuminano, i silenzi carichi, le domande improvvise. Tutto ciò che rende viva la scuola.

Nessun commento: