Marco aveva cinquantatré anni nei giorni in cui il
mondo, all’improvviso, sembrò arrestarsi. Le strade deserte, il silenzio
innaturale delle città, l’eco inquieta delle sirene che attraversavano la
notte. Ma soprattutto il senso di attesa e impotenza che si impadronì di tutti.
Come un tempo dilatato all’inverosimile, in cui ogni gesto – anche il più
semplice, come toccarsi il volto o aprire una finestra – sembrava carico di
un’intensità nuova, drammatica.
Si era chiuso in casa con la famiglia, seguendo con
diligenza ogni direttiva, ogni ordinanza. Aveva disinfettato le maniglie,
evitato le uscite, controllato compulsivamente le scorte in dispensa. Ma
dentro, qualcosa si agitava. Non era solo la paura – per sé, per gli altri, –
ma un senso più profondo di smarrimento, come se quel virus avesse scrostato la
patina delle abitudini, rivelando sotto una nudità spirituale che da tempo
cercava di ignorare.
Non si trattava solo di affrontare l’emergenza
sanitaria, ma di guardare in faccia il vuoto che la frenesia dei giorni aveva
sempre coperto. Ogni rumore sembrava amplificato. Ogni silenzio, una domanda.
Ogni giorno, un altare improvvisato per sacrificare il proprio orgoglio, le
proprie certezze, il proprio tempo. La casa diventò una cella e un santuario,
un luogo di costrizione ma anche di rivelazione. La routine crollata, gli orari
stravolti, le pareti come specchi che riflettevano la verità: non eravamo
pronti. Non lo eravamo mai stati.
Eppure, in quella sospensione surreale, iniziò anche
una metamorfosi. Marco tornò a guardare le cose lente, essenziali: la luce che
filtrava al mattino tra le tende, la voce di sua figlia che leggeva ad alta
voce, la preghiera recitata insieme, ogni sera, con voce incerta. Fu un ritorno
all’essenziale.
Anche la scuola si era fermata. O meglio: era
passata sullo schermo. Le videolezioni, i registri elettronici, le circolari
continue — come se bastasse mantenere in vita l’apparato burocratico per poter
dire che tutto era sotto controllo. Marco si era adattato in fretta, da bravo
insegnante coscienzioso: microfono, connessione, sfondo neutro, condivisione
dello schermo. Ma dietro quello sforzo organizzativo, dietro l’efficienza
apparente, vedeva altro. Vedeva volti stanchi, spesso oscurati. Vedeva lo
sguardo perso dei ragazzi, quando c’era. Sentiva l’imbarazzo del silenzio che
si prolungava dopo ogni domanda. E capiva che non era solo stanchezza: era
smarrimento. Era solitudine.
C’erano studenti che seguivano le lezioni dal letto,
altri che restavano zitti per ore, col microfono disattivato, immersi in chissà
quali pensieri. C’era chi non accendeva mai la videocamera, e chi la spegneva
di colpo, come per fuggire. Marco intuiva dietro ogni gesto un grido non
espresso. Il disagio di chi non aveva una stanza propria, di chi divideva un
unico dispositivo con fratelli e genitori, di chi viveva in case piccole, piene
di rumori e di tensione.
E si accorse, per la prima volta con tale
chiarezza, che la scuola non era solo trasmissione di contenuti ma una trama
invisibile fatta di gesti, di sguardi, di presenze. Era un corpo collettivo,
una comunità viva, che aveva bisogno di vicinanza, di contatto, di respiro. E
ora quel corpo era stato smembrato, disperso in tante isole solitarie.
Ogni mattina, davanti allo schermo, Marco si sentiva
un attore in un teatro vuoto. Continuava a parlare, a spiegare, a fare il suo
dovere. Dentro avvertiva un’inadeguatezza radicale. Come se ogni parola
detta online avesse perso una parte del suo peso specifico. L’aula vera, con i
suoi rumori, i suoi odori, le sue irregolarità, gli mancava come un organo
amputato. E con essa, gli mancavano anche gli imprevisti, gli occhi che si
illuminano, i silenzi carichi, le domande improvvise. Tutto ciò che rende viva
la scuola.

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