Giorgio
cammina lungo i vicoli in salita. Non ha fretta: gli piace sfiorare, con lo
sguardo, i panni stesi tra una finestra e l’altra, i balconi fioriti in
ritardo, i mosaici sparsi di luce che lasciano le insegne sul selciato ancora
umido. La stazione della funicolare arriva come un varco: un rettangolo di
ombra e lampade pallide, vetri con la condensa a bordo e un banco di
biglietteria che riflette il suo profilo in miniatura.
Saluta
con un cenno la donna del bar. Lei gli restituisce un sorriso di consuetudine,
asciugandosi le mani nel grembiule. Resta sempre lì, a quell’ora, come una
custode di bordo. Davanti a lei, la macchina del caffè borbotta.
Il
vagone attende, basso e composto. La fune, tesa e lucida, sparisce nel nero del
tunnel e da lì fa ritorno in una curva che sembra conoscere ogni segreto di
attrito. Giorgio appoggia una mano sul corrimano freddo e sente un fremito
passargli dalla pelle alle ossa: la memoria di tutti i viaggi compiuti, la
solita promessa di salire, scendere, e poi ancora.
Vede
le ruote dentellate davanti a lui: flange scure, bordi smussati, il metallo
lucidato all’ombra dei lampioni. Il binario curveggia, fissato alle traverse di
legno con bulloni di ferro arrugginito, con ogni traversa che odora ancora di
olio.
Nessuno
parla. Un ragazzo controlla il telefono; un uomo in cappotto tiene tra le
braccia una piantina avvolta nella carta. C’è pure un vecchio con un giornale
piegato in quattro. Giorgio si siede e posa lo sguardo sul vetro: fuori, la
luce ha perso colore. Tutto promette l’arrivo d’un’ora, e allo stesso tempo
tutto si attarda.
Lo
strappo è lieve. Il vagone si mette in movimento. Giorgio sente il corpo
allinearsi a quella forza invisibile.
Nel
passaggio dalla luce al buio, la mente, per un istante, diventa cieca. Poi
ricomincia a vedere: una scala di servizio che s’infila in obliquo, una
lampadina che pulsa, una parete con vecchie affissioni lacerate. In quella
semioscurità, Giorgio pensa spesso al nome degli inferi. “Erebo”, dice
mentalmente, per provare il suono. Non ha niente di terribile: sembra piuttosto
una cavità piena d’aria.
Giorgio
sa che, in fondo a ogni tunnel, c’è un varco di luce che non appartiene né al
giorno che finisce né a quello che inizia. Lui vive per quell’istante: ci viene
ogni sera a bordo, come fosse un appuntamento.
* * *
Il racconto integrale si trova in Liguria terra di emozioni. Secondo premio letterario, Termanini, 2026.
Mi sono divertito a "mettere in prosa" con molte licenze un capolavoro poetico di Giorgio Caproni.
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