martedì 28 aprile 2026

La funicolare [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 


Giorgio cammina lungo i vicoli in salita. Non ha fretta: gli piace sfiorare, con lo sguardo, i panni stesi tra una finestra e l’altra, i balconi fioriti in ritardo, i mosaici sparsi di luce che lasciano le insegne sul selciato ancora umido. La stazione della funicolare arriva come un varco: un rettangolo di ombra e lampade pallide, vetri con la condensa a bordo e un banco di biglietteria che riflette il suo profilo in miniatura.

Saluta con un cenno la donna del bar. Lei gli restituisce un sorriso di consuetudine, asciugandosi le mani nel grembiule. Resta sempre lì, a quell’ora, come una custode di bordo. Davanti a lei, la macchina del caffè borbotta.

Il vagone attende, basso e composto. La fune, tesa e lucida, sparisce nel nero del tunnel e da lì fa ritorno in una curva che sembra conoscere ogni segreto di attrito. Giorgio appoggia una mano sul corrimano freddo e sente un fremito passargli dalla pelle alle ossa: la memoria di tutti i viaggi compiuti, la solita promessa di salire, scendere, e poi ancora.

Vede le ruote dentellate davanti a lui: flange scure, bordi smussati, il metallo lucidato all’ombra dei lampioni. Il binario curveggia, fissato alle traverse di legno con bulloni di ferro arrugginito, con ogni traversa che odora ancora di olio.

Nessuno parla. Un ragazzo controlla il telefono; un uomo in cappotto tiene tra le braccia una piantina avvolta nella carta. C’è pure un vecchio con un giornale piegato in quattro. Giorgio si siede e posa lo sguardo sul vetro: fuori, la luce ha perso colore. Tutto promette l’arrivo d’un’ora, e allo stesso tempo tutto si attarda.

Lo strappo è lieve. Il vagone si mette in movimento. Giorgio sente il corpo allinearsi a quella forza invisibile.

Nel passaggio dalla luce al buio, la mente, per un istante, diventa cieca. Poi ricomincia a vedere: una scala di servizio che s’infila in obliquo, una lampadina che pulsa, una parete con vecchie affissioni lacerate. In quella semioscurità, Giorgio pensa spesso al nome degli inferi. “Erebo”, dice mentalmente, per provare il suono. Non ha niente di terribile: sembra piuttosto una cavità piena d’aria.

Giorgio sa che, in fondo a ogni tunnel, c’è un varco di luce che non appartiene né al giorno che finisce né a quello che inizia. Lui vive per quell’istante: ci viene ogni sera a bordo, come fosse un appuntamento.

* * *

Il racconto integrale si trova in Liguria terra di emozioni. Secondo premio letterario, Termanini, 2026.

Mi sono divertito a "mettere in prosa" con molte licenze un capolavoro poetico di Giorgio Caproni.

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