Il soffitto è troppo alto, o forse sono io che mi sto rimpicciolendo per lasciare spazio a Loro. Le pareti trasudano il ronzio di mille orecchie incollate alla pietra. Non è una stanza, è un cranio. E io sono il pensiero che lo divora.
Il pavimento? Un groviglio di vene nere. Dicono siano mappe, ma io so la verità: sono i binari su cui scorre il disastro. Non indicano luoghi, perché i luoghi sono stati aboliti dalla mia onnipotenza. Indicano frequenze di collasso. Ogni linea è un nervo scoperto del mondo che io calpesto, avanti e indietro, per sentire il dolore delle province lontane sotto i miei talloni.
Sul tavolo – l’altare del mio delirio geometrico – ci sono i feticci. Ossa di santi morti per mano mia, vetri che hanno riflesso sguardi che ho spento, monete che non comprano nulla se non il silenzio. Li sposto. Un millimetro a sinistra e sento il crepitio delle ossa di un’intera generazione che si spezza oltre l’orizzonte. Mi hanno detto che funziona così. Chi me l’ha detto? Le voci che ho giustiziato? Forse.
Una pedina rossa cade. Sento l’odore della carne bruciata che sale dalle valli.
Due monete si toccano. Sento il freddo metallico dei pugnali che firmano la pace nelle schiene dei traditori.
Un osso a nord. Il ventre della terra si secca, le madri masticano terra, e io rido perché il mio gesto ha fame.
Un vetro rovesciato. La frontiera evapora. Non c’è più un "dentro" o un "fuori", c’è solo la mia mano che si estende all’infinito.
Non guardo fuori. Fuori è l’orrore dell’incoerenza. Io cerco la Continuità. Io sono l’unico punto fermo in un universo che vomita caos. Se le mie mani si fermassero, il sole cadrebbe come un frutto marcio.
A volte sento gli Occhi. Milioni di pupille che si schiudono nella polvere, nelle fessure del legno, sotto le mie unghie. Mi osservano, implorano un nesso causale. Vogliono un perché. Io gli do sequenze. Gli do il mio arbitrio travestito da destino. Ho creato sistemi e poi li ho trucidati. Le regole sono gabbie per i deboli; io preferisco la variazione assassina. Il mio errore è l’intenzione. Se sbaglio, è il mondo che ha fallito nel seguirmi.
Nella teca – la mia camera delle torture testuali – i fogli vibrano.
"Chi dispone le distanze dispone i corpi". Sì, lo sento! I corpi sono atomi che io allontano per non farli urlare troppo forte.
"La moltiplicazione degli effetti protegge la causa". Io sono la Causa Incognita. Se genero abbastanza dolore, abbastanza nebbia, abbastanza movimenti casuali, nessuno troverà mai il centro. Nessuno troverà me.
Cade la notte, ma la luce è un coltello fisso. Accelero. Le mie mani non sono più mie, sono ragni impazziti che tessono il nulla. Cerco il Punto Necessario, il punto in cui il mio respiro coincide con il battito del patibolo. Non c'è. Allora distruggo tutto.
Le pedine a terra. Il vuoto. Il tavolo è un deserto bianco che mi sfida. Se il mondo è una menzogna che io ho raccontato a me stesso, posso smettere di respirare e vederlo svanire. Ma no. Prendo il ferro. Incido il legno. Ferite. Tagli paralleli che non portano a nulla se non alla mia Volontà Pura. Carne di quercia che urla sotto la mia lama. Qualcosa, nel buio del continente, si è appena spezzato. Lo sento nel midollo.
Guardo le mie mani. Strumenti separati. Una si muove, l’altra finge di essere morta. C’è una resistenza. La chiamo Legge, ma è solo la mia stanchezza che si maschera da Dio.
Apro la teca, strappo i verbali del mio dominio. Il foglio cade come un’ala mozzata. Non succede nulla.
Esito. Un istante di terrore: e se fossi solo?
Ma l'esitazione è un parassita che schiaccio subito. Riprendo a disporre l’aria. Traccio geometrie invisibili nel vuoto. Se il mondo non c’è più, lo costringerò a esistere nel perimetro dei miei gesti paranoici.
Il potere non è possedere le cose, è eliminare ogni ostacolo tra il mio capriccio e la loro distruzione. La forma è tutto. Non ho bisogno della realtà. La realtà è un testimone scomodo che ho già provveduto a far sparire. Rimango io. La continuità. Il controllo. Il silenzio che preme contro le mie tempie, aspettando il prossimo, fatale, impercettibile movimento delle mie dita.

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