giovedรฌ 23 aprile 2026

5. Vita comune [๐š€๐šž๐šŽ๐š• ๐šŒ๐š‘๐šŽ ๐š›๐šŽ๐šœ๐š๐šŠ ๐š๐š’ ๐š—๐š˜๐š’]

 
Vivevano nello stesso appartamento da alcuni anni. Non ricordavano piรน quando avevano deciso di farlo. All’inizio c’erano state due case. Poi una sola. Senza passaggi formali. La scelta non era stata discussa a lungo. Era accaduta. La casa era lรฌ, disponibile, abbastanza vicina all’universitร , abbastanza vicina al laboratorio. Bastava.

Le stanze erano poche. Un soggiorno stretto, attraversato dalla luce solo in alcune ore del giorno. Una cucina separata, con un tavolo che non permetteva di sedersi uno di fronte all’altro senza spostare qualcosa. Una camera. Un bagno. L’arredo essenziale. Mobili presi in momenti diversi, senza un disegno. Nessun oggetto scelto insieme dall’inizio. Alcuni erano arrivati prima di Irene. Altri prima di Riccardo. Nessuno era stato sostituito per accordo o per coerenza.

Le cose si erano accumulate senza un criterio comune. Una libreria troppo piena, con libri disposti in doppia fila. Tazze diverse, mai in numero pari. Sedie non uguali, una piรน bassa delle altre. Un tappeto sottile, consumato in un punto preciso, vicino alla porta della cucina. C’era un ordine sufficiente a rendere possibile muoversi, non abbastanza da dare un’impressione stabile.

Ogni oggetto conservava una provenienza. Non era stato necessario raccontarla. Rimaneva implicita, come un dato non richiesto. Irene riconosceva ciรฒ che era entrato con Riccardo. Riccardo riconosceva ciรฒ che apparteneva a Irene. Le cose non si erano fuse. Erano rimaste accostate.

Anche gli spazi seguivano una divisione non dichiarata. Alcuni ripiani erano occupati sempre dagli stessi oggetti. Alcuni cassetti non venivano aperti da entrambi. Non c’erano regole esplicite, eppure le abitudini avevano stabilito dei limiti. Nessuno li metteva in discussione.

La casa funzionava. Permetteva di vivere, studiare, lavorare. Non richiedeva decisioni frequenti. Non obbligava a scegliere. Era sufficiente cosรฌ.

La mattina si alzavano a orari diversi. Irene usciva prima. Preparava il caffรจ. Usava sempre la stessa tazza. La lasciava nel lavello. Riccardo la trovava piรน tardi. Non la spostava subito. Faceva colazione in piedi. Controllava il telefono. Guardava l’orologio. Usciva.

A volte Irene lasciava un foglio sul tavolo. Appunti per una lezione. Titoli. Nomi. Riccardo non li leggeva. Li spostava se serviva spazio. Li rimetteva nello stesso punto. Irene non faceva caso all’ordine. Ritrovava le cose senza cercarle davvero.

La sera rientravano quasi sempre entrambi. Non alla stessa ora. Irene cucinava piatti semplici. Pasta. Verdure. Riso. Riccardo mangiava ciรฒ che trovava. A volte cenavano insieme. A volte uno finiva prima. Non si aspettavano. Non si scusavano. Non chiedevano spiegazioni.

Il tavolo restava apparecchiato anche dopo. Piatti da lavare. Bicchieri mezzi pieni. Nessuno si affrettava. Le cose venivano fatte quando serviva. Non c’era un turno stabilito. Non c’erano conti.

Parlavano poco del lavoro dell’altro. Per rispetto del campo. Irene raccontava episodi minimi. Uno studente che aveva letto male un verso. Una domanda fuori tema. Riccardo ascoltava. Non cercava parallelismi. Non riportava al laboratorio.

Irene non chiedeva dettagli tecnici. Chiedeva se la giornata era stata lunga. Riccardo rispondeva con un sรฌ o con un no. A volte aggiungeva “normale”. Questo bastava.

I libri di Irene occupavano piรน spazio. Tavoli, sedie, mensole. Anche il pavimento, in alcuni periodi. Non c’era un ordine stabile. Alcuni volumi restavano aperti per giorni. Segnati con biglietti. Con matite lasciate dentro. Riccardo li spostava solo quando serviva. Li richiudeva senza segnare la pagina. Irene non se ne accorgeva quasi mai. Quando se ne accorgeva, non diceva nulla.

Il computer di Riccardo era sempre acceso. Anche quando non lo usava. Schermo scuro. Una finestra di lavoro pronta. Irene passava davanti senza guardare. A volte si fermava. Chiedeva cosa stesse facendo. Riccardo rispondeva in modo pratico. Irene ascoltava. Non commentava. Non chiedeva di piรน.


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