martedì 14 aprile 2026

bestie [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva quarantotto anni quando decise che era maturo il tempo per rendere integralmente coerente la scelta fatta trent’anni prima.

Era il gennaio di un anno dispari, e la neve posava ora lieve sul parabrezza mentre lui, fermo in macchina davanti al supermercato, guardava le mani di un vecchio che sistemava le cassette della carne nel banco frigo. Quelle mani sembravano aver perso ogni ritegno. Trattavano le carni come oggetti. Come cose senza volto, senza sangue, senza grido.

Fu allora che sentì dentro una fitta — non allo stomaco ma al cuore. Come una vergogna che non era più evitabile. Aveva letto, studiato, riflettuto per anni. Ma continuava a mangiare formaggio, a ignorare le uova della gabbia 3. Aveva smesso di mangiare carne a diciassette anni, per pietà verso gli animali, senza modelli, per puro istinto, per empatia universale. Ma ora sentiva che non bastava più. Quella mezza coerenza era diventata ipocrisia.

Ricordò il primo grido ascoltato davvero — il maiale sotto casa, il sangue che si mescolava alla ghiaia, la lama che squarciava la pancia come fosse rito e non delitto. Da lì era nata la sua prima rivolta. Una rivolta muta, solitaria, non capita. Non aveva avuto maestri né guide. Solo Davide, un amico d’infanzia, che per un po’ gli era stato sodale in quella strana alleanza con gli ultimi, con i muti, con i vinti.

Il vegetarianesimo era stato, per anni, il suo modo di abitare la ferita. Ma ora non bastava più. La sua coscienza chiedeva un passo ulteriore. Un salto. Come un richiamo dalla parte più profonda della sua adolescenza, quella che aveva scritto frasi tremende nei diari: “Anche quando mangio spaghetti alla carbonara soffro. La sofferenza di ogni essere è la mia sofferenza, la morte di ogni essere è la mia morte.”

Tornò a casa e scrisse su un foglietto: “Da oggi, nessun essere senziente dovrà più soffrire per colpa mia”. Lo mise nel portafoglio, tra la foto sbiadita della madre e la tessera della biblioteca. Poi aprì la dispensa, e iniziò a leggere ogni etichetta come se fosse una sentenza.


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