martedì 31 marzo 2026

"La carne, il sangue, il bosco" di Amerigo Ciervo

 


Premetto che ogni mia parola relativa ad Amerigo Ciervo è condizionata dal rapporto oramai ventennale che mi ha visto prima “discepolo” in un corso abilitante (con l’indimenticabile Diodoro Cocca), poi collega al “Giannone”, in una fase piena di idee condivise e un’innovazione sostanziale (che ha dotato, ad esempio, il Liceo de «Le api ingegnose»), e, dunque, amico, uno dei pochi della mia età adulta. Prima c’era la grande ammirazione per il musicista che aveva composto alcune canzoni da me amatissime, e di cui nel libro è raccontata la genesi. Inutile dire che sono le parti che più mi hanno emozionato, costituendo quelle melodie un pezzo importante della colonna sonora della mia vita.

Il volume di Amerigo Ciervo (La carne, il sangue, il bosco. Ciò che è vivo e ciò che è morto nella cultura popolare, Edizioni "La Cittadella") si configura come una raccolta stratificata di saggi che attraversano circa mezzo secolo di ricerca sul campo, riflessione teorica e pratica musicale. L’impianto non è unitario in senso sistematico, ma coerente per nuclei tematici: tradizione, ritualità, cultura popolare, trasmissione dei saperi. L’autore intreccia costantemente approccio storico, antropologico e filosofico, evitando sia la riduzione folklorica sia l’astrazione accademica.

Uno degli assi portanti del libro è la ridefinizione della nozione di “tradizione”. Ciervo la sottrae a ogni fissità: non patrimonio immobile né semplice eredità da conservare, ma processo dinamico, soggetto a trasformazioni, perdite e riattivazioni. La proposta interpretativa più efficace è quella della “tradizione come spirale”, che supera sia il modello lineare sia quello ciclico e consente di leggere le pratiche culturali come forme in continua rielaborazione . In questa prospettiva, la conservazione non coincide con la ripetizione, ma con una trasmissione che implica anche tradimento e metamorfosi.

Il libro si articola in tre ambiti principali.

La prima sezione analizza i rituali devozionali e le pratiche simboliche, letti come dispositivi di coesione comunitaria. Il rito viene interpretato non come residuo arcaico, ma come spazio attivo di costruzione di senso, con una funzione pedagogica ed etica. L’attenzione è rivolta soprattutto alla dimensione incarnata e collettiva del rito, che permette agli individui di riconoscersi come parte di un corpo sociale .

La seconda sezione è dedicata alla musica popolare e alle ricerche etnomusicologiche condotte nell’area sannita. Qui emergono temi come la zampogna, i canti di lavoro, la canzone politica e i processi di trasformazione dei repertori. Particolarmente significativa è la riflessione sulla folklorizzazione: Ciervo mostra come materiali originariamente situati in contesti specifici vengano progressivamente decontestualizzati e riutilizzati, spesso senza consapevolezza delle fonti. Ne deriva una posizione netta sull’esigenza di rigore nello studio e nella riproposizione dei materiali tradizionali.

La terza sezione raccoglie ritratti intellettuali e confronti con figure rilevanti della cultura popolare. Questi incontri funzionano come modelli interpretativi: documentazione scientifica, rielaborazione artistica e impegno politico-sociale vengono presentati come tre modalità complementari di rapporto con la tradizione .

Un elemento trasversale è la critica alla patrimonializzazione e alla spettacolarizzazione della cultura popolare. Ciervo contesta la riduzione delle tradizioni a oggetti turistici o identitari, insistendo invece sulla loro fragilità e sulla necessità di un uso consapevole. In questa linea si inserisce anche la riflessione sulla desacralizzazione contemporanea: la perdita dei codici simbolici condivisi viene letta come frattura culturale, visibile tanto nei rituali quanto nei comportamenti collettivi.

Dal punto di vista metodologico, il libro alterna analisi e memoria personale. L’esperienza diretta dell’autore – come ricercatore, musicista e operatore culturale – non è elemento decorativo, ma parte integrante del discorso. Questo produce un equilibrio tra testimonianza e interpretazione, evitando sia l’autobiografismo sia la neutralità artificiale.

Ho sempre ammirato in Amerigo due cose: la capacità di tenere insieme “alto” e “basso” e la fusione nel corpo della proposta saggistica di elementi di vita vissuta, in cui l’autobiografia non è mai autoreferenziale ma sempre radicata in una storia corale, nelle trasformazioni storiche e antropologiche del nostro paese. 

Questo libro, si intuisce e viene esplicitamente affermato, è la chiusura di un cerchio: esauritasi (e per me è stata consapevolezza amara) la storia de “i Musicalia”, che mi auguro venga in futuro collocata nel posto che merita all’interno della storia musicale italiana tout court, non solo quella della nicchia “folk” (e questo al di là di quel capolavoro oramai entrato nell’immaginario musicale che è Serenata), Amerigo ha voluto raccogliere studi già pubblicati o oggetto di interventi pubblici (che vanno dal 1984 ad oggi). 

Il volume è impreziosito dalla copertina di un antico sodale di Ciervo, Gaetano Cantone, che ha voluto mettere in primo piano un “battente”, poiché ai riti guardiensi è dedicato uno dei saggi più densi dove tutte le caratteristiche di uno studioso atipico, che rivendica sempre di essere “dentro” le esperienze descritte, mai da semplice spettatore post-moderno, sono visibili. E il grappolo di uva, perché il vino (anche nella sua allusività al sangue del titolo) è presente come filo (letteralmente) rosso nei vari saggi. Così come il bosco. 

Per me, dunque, La carne, il sangue, il bosco è un motivo ulteriore per amare la storia intellettuale di un maestro/amico. Per molti spero sia l’occasione per scoprire chi ha scelto la misura, la compostezza, evitando “amichettismo” e scorciatoie, e divenendo così punto di riferimento culturale e morale per giovani e meno giovani.


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