martedì 9 febbraio 2016

populismo II


Giovanni Barra ha dedicato una riflessione al tempo “post-ideologico” che staremmo vivendo che merita di essere discussa, piena di spunti felicemente polemici.
Lo faccio, però, partendo da un’assunzione di campo, che è parte integrante del mio modo di concepire la politica. Gramsci mi ha insegnato che bisogna essere “partigiani”. Detesto anch’io «il piagnisteo degli eterni innocenti». Dunque, mi assumo l’onere dell’errore, inevitabile quando si fanno scelte in tempo reale, nel qui ed ora della storia, «che non passa la mano». Il mio discorso, allora, di filosofia politica proverrà dal campo in cui ho scelto di militare nell’ultimo anno, quello del Movimento 5 Stelle, che è uno degli oggetti polemici della riflessione di Barra. E sarà, dunque, la mia una risposta “polemica”, conflittuale, agonistica.
Partiamo dalla domanda iniziale. «Le ideologie hanno davvero esalato l'ultimo respiro?» Nel senso novecentesco, direi, sicuramente sì. Ma questo non è necessariamente un male, come invece, mi pare, emerga dal discorso di Giovanni, in cui il il post-ideologico appare come «un meccanismo di difesa della politica – sempre più volutamente miope nell'interpretare le turbolenze sociali – rispetto al proprio ruolo». Davvero oggi la politica è miope rispetto alle turbolenze sociali? Io vedo, al contrario, un’accelerazione in molti luoghi del mondo e in Italia di processi impensabili con le categorie novecentesche (in particolare l’asse, di derivazione rivoluzionaria, destra/sinistra). Insomma, io credo che Barra, leggendo con strumenti analitici ereditati dal grande Novecento (politico e filosofico) risulti lui miope rispetto a quanto sta accadendo che va non solo interpretato ma, soprattutto, vissuto, fatto proprio, anche a costo di sofferenze personali (come, non nascondo, nel mio caso).
Un’altra categoria utilizzata da Barra è quella, resa celebre da Bauman, di “liquidità”: sia il PD renziano che il M5S farebbero della «liquidità dottrinaria» «una risorsa da sfruttare nella ricerca machiavellica del voto». Qui inizia ad emergere l’impossibilità di applicare uno strumento unico nell’analisi di fenomeni completamente diversi. Per chiunque frequenti il M5S o lo analizzi attentamente risulta evidente che non solo l’obiettivo non è la ricerca del consenso ma che talvolta si pongono in atto strategie che sembrano andare in direzione opposta. Questo accade perché il M5S non ricerca elettori in prima battuta ma attivisti, cerca di costruire nei territori nuclei di cittadinanza attiva. Ma, qui Bauman ci aiuta, sicuramente il M5S è un “movimento” liquido. Prima di tutto perché tale è la caratteristica dei movimenti, lontanissimi dal modello di partito l’archetipo del quale è l’SPD tedesca nata nella seconda metà dell’Ottocento, e poi perché non richiede l’adesione ad una “ideologia” capace di coprire tutti gli ambiti della politica, come accadeva, ad esempio, con il comunismo.
Inutile dire che l’analisi sul PD di Barra la condivido. Non è più un partito di “sinistra”. Ma attenzione a sottovalutare l’innovazione di Renzi nella politica italiana: per la prima volta il decisionismo e il merito diventano le parole d’ordine di un partito che si definisce di sinistra. Questo ci dice, dunque, che l’asse novecentesco non funziona più per l’interpretazione della politica italiana. Ma questo accade anche in Francia, dove sta avendo grande successo un libro di Jack Dion (Le mépris du Peuple, Il disprezzo del popolo) dove leggiamo: «centrodestra e  centrosinistra difendono gli stessi precetti, quelli del neoliberismo». E Dion introduce, sulla scia di Laclau (e, aggiungo io, McCormick) una categoria, quella di “populismo”, che potrebbe diventare lo strumento euristico per la comprensione della metamorfosi della politica in atto in molti paesi. Tratti populistici sono presenti nell’esperienza di Syriza e di Podemos, tratti populistici sono presenti (si ricordi la rivendicazione accorata fattane da Dario Fo sul palco a Roma) nel M5S, che è stato, in Europa, il primo movimento con tratti così innovativi.
Barra elenca una serie di critiche al M5S. Per carità, alcune sono legittime e addirittura condivisibili. A me, però, interessa il processo in atto. Mentre in Italia si è plasticamente strutturata un’alleanza di oligarchie (i governi Monti, Letta, Renzi, il patto del Nazareno et cetera) il cui collante è il neoliberismo che (ripetendo il mantra di competitività, flessibilità, liberalizzazioni e costo del lavoro) tuteli gli “oligoi” e circoscriva il potere del “demos”, guidata dalle aristocrazie del capitale globalizzato, sta nascendo, a fatica e tra mille, inevitabili contraddizioni, un polo “populistico” che cerca di dar voce a quello che “Occupy” definì il 99%. La battaglia sul reddito di cittadinanza ne è testimonianza.
Forti dosi di democrazia diretta, un ecologismo radicale, la giustizia sociale (perseguibile solo all’interno, come insegna Latouche, di “limiti”), la decrescita conviviale (che significa anche, qui ed ora, far diventare Benevento città OGM free...): questo costituisce una «ideologia debole», per citare Barra (e Vattimo), che non rinunzia però al conflitto. 

(Articolo apparso su «Il Vaglio» nel marzo 2015)

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