lunedì 8 giugno 2026

Sfigati (σχολή)

 

Non vorrei che queste parole fossero (solo) il frutto di una disillusione personale, dell’età che avanza, delle distanza che sta diventando siderale tra me e i miei allievi. Vorrei che fosse, invece, anche un’analisi lucida di trasformazioni che riguardano noi docenti e il mondo in cui operiamo.

La percezione che ho maturato negli ultimi anni è che – lo voglio dire brutalmente e senza infingimenti -, mentre noi continuiamo a percepirci “romanticamente” come figure-chiave nella crescita dei giovani, dalla maggior parte di loro siamo visti come “sfigati” e “morti di fame”, vendicativi e livorosi.

Argomento: la nostra epoca ha un unico parametro per valutare il valore, cioè il denaro. Nessuna “agenzia formativa” (e già il fatto che si definisca così la scuola significa il trionfo della ragione economica, dunque del denaro) può scalfire tale centralità. Vano appellarsi ai “valori” (torniamo alla centralità dell’economico, anche se nessuno ci pensa mai al fatto che “valori” indica gioielli et similia). Quali, d’altronde, potrebbero essere tali valori alternativi? Il trionfo della borghesia, oramai di vecchia data, ha portato in primo piano un metro di valutazione delle persone alternativo al “sangue”. Oggi le persone vengono bombardate sin dall’infanzia, persuase che con in denaro è possibile tutto, che la vita sia una guerra feroce in cui solo i migliori ce la faranno. Le famiglie si strutturano in modo da garantire ai propri rampolli un tenore di vita analogo o superiore al proprio. Paradossalmente, in tal modo la nostra è diventata una società “neofeudale”, in cui il “figlio di…” segue quasi meccanicamente le orme paterne e materne.

Noi docenti ci aggrappiamo ai pochi casi in cui “accade” misteriosamente un incontro trasformativo: le cose di cui parla spesso Recalcati nei suoi libri. Vere ma purtroppo marginali, rispetto allo standard: agli occhi di ragazzi educati al culto “religioso” (tornare sempre alle auree pagine di Benjamin) del denaro, il professore è un animaletto quasi del tutto inutile, un fastidio sulla strada del successo che sarà decretato da virtù che nulla hanno a che fare con impegno, merito, talento et cetera

Un mio allievo, nell’esternarmi i suoi dilemmi sulle scelte post-diploma, mi ha illuminato: la scelta di una facoltà umanistica lo avrebbe segnato come un paria

Non perderò tempo a spiegare perché lo considero ancora un “lavoro” gratificante. Credo, ad esempio, che poter continuare a studiare (per chi lo fa), a leggere, a formarsi, godendo di una quantità di tempo “liberato” sconosciuta alla maggior parte dei lavori, sia importante. Dico, però, a me stesso che da ora in poi ricorderò sempre che agli occhi della Gen Z io sono una “sfigato” che prende 2000 euro al mese, un “poveraccio” che deve fare i conti della serva per arrivare virtuosamente alla quarta settimana. 

Dunque, come ripete spesso e ha scritto Amerigo Ciervo, o si riparte da qui, dalla remunerazione dei docenti, o ogni riforma della scuola, come accade da circa trent’anni sarà solo un’altra picconata nel muro.

Io sono all’ultimo terzo di carriera. La vivrò di slancio, sgravatomi della zavorra di compiti burocratici e relazioni tossiche. Ma sento che il fuoco è spento, che altrove ardono fiamme creative, che non tra i banchi posso trovare terreni fertili. Continuerò a fare con scrupolo il mio lavoro. 

Senza illusioni. 


Post scriptum


Poco dopo leggo articolo.




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