domenica 1 marzo 2026

Spigolature I

 


Mi ripeto spesso che la nuova configurazione della mia esistenza, che colloca, accanto alla vita familiare, la scrittura narrativa come “lavoro” quotidiano è anche il tentativo di rispondere, in maniera non nichilista, alla smarrimento del nostro tempo, in cui tutte le coordinate usuali sembrano spazzate vie. Le persone della mia generazione, cresciute nel crepuscolo di un mondo (quello della guerra fredda e del grande, tragico sogno del comunismo) e in una serie di illusioni sgretolatesi un po’ alla volta (l’Europa, il mondo globalizzato e pacificato), oggi non possono che sentirsi sgomente, soprattutto di fronte alla normalizzazione della guerra. I Racconti minimi che sto pubblicando qui non sono altro che raccontare questo smarrimento, questo sentirsi fuori posto. Riesco a parlare solo al condizionale, mi rendo conto (e in classe la cosa mi pesa non poco) di non avere né certezze né direzioni. Allora scrivere storie è diventato il modo di eludere le gabbie di ferro di ideologie e visioni del mondo. Per decenni ho cercato nell’ossimoro questa conciliazione impossibile. Oggi accetto semplicemente di accogliere di volta in volta un punto di vista pro tempore, di raccontarlo, sapendo che l’unico porto sicuro sono mia moglie e mia figlia, la mia casa, questa scrivania. Nessuna illusione più: né sulla possibilità di cambiare il mondo né di comprenderlo realmente. Mi si potrebbe obiettare che questo è nichilismo compiuto. Io mi auguro di no, mi auguro che l’aureo esempio del “servo inutile” evangelico continui segretamente ad operare nel mio agire.

Infatti, qualche giorno fa dicevo ad Eraldo Affinati, autore di un commovente libriccino sulla scuola, che, purtroppo, il suo eroismo etico e comunitario si infrange contro l’ottusità burocratica e tecnocratica che vuole i ragazzi plasmati per essere bravi consumatori e lavoratori flessibili, dentro un sistema che non ammette alternative. Unica salvezza – ma individuale – è il volto dell’altro, il prendersi “cura” del singolo che incontriamo. Insomma, la “salvezza”, la “salute”.

Confesso che sento potentemente emergere, tra l’approfondimento della figura di Gustav Landauer, su cui sto scrivendo un breve romanzo, cui dovrò lavorare ancora e il sempre presente insegnamento di Ivan Illich, la tentazione di credere che l’unica via di uscita sia la secessione, la creazione di luoghi “a parte”, fondati prima di tutto sulla philia, poi sul cooperativismo. Se lo Stato, qualunque Stato, è il trionfo della tecnica e della burocrazia, in esso, chiunque lo guidi, non può esserci alcuna liberazione. Non so se è l’inizio di un percorso nuovo. Lo segnalo a me stesso.

Ieri pomeriggio, in sogno ho visto il fantasma di un caro amico, scomparso troppo presto. Si chiamava Gerardo Mercurio. L’ho conosciuto nel M5S. Una brava persona, piena di passione e di amore per i fiori, di cui era conoscitore chiamato anche all’estero come esperto. Mi sono inginocchiato davanti al suo volto etereo, sorridente. Gli ho detto che prego ogni giorno per lui e per tutti i morti che mi sono cari, soprattutto chi se n’è andato giovane come Stefania, Marilena, Armin, Pasquale, Salvatore. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che lo sa. Mi conforta sapere che, in questa stagione di trapasso della mia vita, verso una nuova configurazione, riesca a vivere in comunione quotidiana con i morti.

L’incontro con Davide Rondoni di qualche settimana fa ha lasciato in me un’eco profonda. Anche lui ha battuto molto sul tema dell’amicizia, ha ricordato come tutta la predicazione di Francesco si fondi sull’amicizia. Vorrei ripartire anche io da qui.

Eppure, sento riemergere, come altre volte nella vita, il desiderio di solitudine, il disagio nelle relazioni umane, l’insofferenza addirittura che a stento riesco a dissimulare con la diplomazia e la disciplina apprese in anni di frequentazioni, di “obblighi” sociali. Come se l’unica “verità” fosse la dimensione domestica degli affetti e questa scrivania dove curo la parola, dove mi curo con la parola.

Sta per finire l’inverno del nostro smarrimento? O dovrò abitarlo, insieme a tanti altri, ancora per lungo tempo?


14. Mano [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La mano era la prima cosa che Elia notò.

Non il volto, non la voce. La mano appoggiata sul tavolo del bar, le dita distese con una calma che non sembrava cercata. Restava lì, come se avesse dimenticato un compito.

Si erano incontrati per parlare di lavoro. Così avevano detto. Un progetto, una scadenza, poche frasi funzionali. Elia ascoltava, rispondeva a tratti. Intanto seguiva quella mano, il modo in cui cambiava posizione senza decidersi mai del tutto.

A volte le dita si chiudevano, poi tornavano ad aprirsi. Un gesto incompleto, ripetuto. Elia ebbe la sensazione che quel movimento lo riguardasse, senza sapere perché.

Quando lei smise di parlare, il silenzio non arrivò come una pausa. Si posò. Elia sentì che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole non trovavano una forma adatta. Non mancavano. Non si ordinavano.

Posò la propria mano sul tavolo. Non accanto. A una distanza che poteva essere misurata. Si accorse di aver scelto quel punto con attenzione e insieme senza volontà.

Lei guardò il gesto, poi lo sguardo di Elia. Non sorrise. Non chiese.

Le dita si sfiorarono per un istante. Un contatto breve, impreciso. Elia ritrasse la mano, poi la lasciò tornare. Questa volta senza correggersi. Sentì il calore dell’altra pelle, il polso, una tensione leggera che non chiedeva sviluppo.

Non pensò al seguito. Non pensò a un gesto successivo. Avvertì soltanto una difficoltà nuova nel riconoscere il proprio posto. Come se quel contatto avesse spostato di poco il centro delle cose.

Lei non avanzò. Non si ritrasse. 

Elia capì che il desiderio non era sempre movimento. A volte era restare in una posizione che non si sa nominare. Un fermarsi che non coincideva con una scelta.

Pagò il conto. Uscirono insieme. Sulla soglia le mani si separarono senza esitazione, come se non si fossero mai toccate.

Camminarono per un tratto senza parlare. Elia sentiva ancora la presenza di quel gesto minimo, e insieme l’impossibilità di collocarlo in una storia.

Non sapeva se avrebbe voluto rivederla. Non sapeva se la stava perdendo o se non l’aveva mai avuta.

Capì solo che qualcosa, per un momento, lo aveva sottratto alle coordinate consuete, lasciandolo senza appigli, senza direzione.

Camminò ancora, con la sensazione precisa di aver toccato qualcosa che non gli apparteneva.

E di essere rimasto, da allora, in una lieve assenza.