domenica 11 maggio 2008

un Dio debole (Τέως)


La sera, prima di coricarmi, prego. Ringrazio Dio per i doni avuti. Ieri sera, per esempio, pensavo alla morte, a quando morirà un caro amico e andrò sulla sua tomba. E questo pensiero triste ha evocato tutte le grandi gioie della mia vita, che non potrei mai elencare tutte (forse un giorno lo farò, come Borges). E poi pensavo al Dio debole e fragile cui mi rivolgo, il Dio che ha rinunciato, creandoci, alla sua onnipotenza, facendo di noi cooperatori nella storia della salvezza del mondo (idea formatasi nel confronto con le tragiche riflessioni di Quinzio e quelle più pacate ma profondissime di Jonas). E, recitando il Pater, sentivo oscuramente come quei congiuntivi esortativi siano la profonda verità di questo Dio: «Sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno...». Il crocifisso per me è il simbolo di questo Dio. Ma allora, mi dico, la mia fede non si fonda sulla resurrezione del Cristo. Non si fonda sul Cristo. Un Dio debole annunciato da un profeta che nella sua crocifissione testimonia come Dio stesso penda dal tempo della creazione dall'albero della vita e della morte, e affidi a noi la sua e la nostra salvezza!
Ripenso spesso ai versi di Caproni, del Lamento del preticello deriso:

e prego; prego non so ben dire
chi e per cosa; ma prego:
prego (e in ciò consiste
- unica! - la mia conquista)
non, come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste:
ma, come uso soffrire
io, perché Dio esista.


Ripeto: non perché Dio (r)esiste ma perché (D)io resista.

* * *
Post scriptum 2026

Parto dall’immagine: è la rielaborazione con A.I. di un anonimo crocifisso ligneo che si trova in una piccola chiesa di Matera, visto per caso, e che mi ha molto colpito. Amo le rappresentazioni di Gesù che mettono in evidenza il dolore dell’uomo. 
Per il resto, ritrovo in questo post la consapevolezza di un punto di svolta: il combinato disposto di scoperta della questione “gesuana” (avvenuta proprio il quel giro di anni) e di riflessione sulla non onnipotenza di Dio mi spinse ad abbandonare il cattolicesimo nella sua ortodossia (fu potente anche la delusione per l’elezione di un teologo conservatore e poco pastorale come Ratzinger alla guida della Chiesa).
Mi pare che, lustri dopo, i miei primi due romanzi siano figli in qualche modo di questa idea: in entrambi l’uomo deve cooperare con l’opera divina, imperfetta. Il mondo appare preda di forze oscure che appaiono inestirpabili. Credo che continuerò a girare intorno a queste ossessioni.

1 commento:

François-Marie Arouet ha detto...

Sono d'accordo con lei,professore.Anche per me Dio ha sacrificato la sua onnipotenza per noi.Mi piace considerare sempre l'umanità come realizzazione dell'irrealizzabilità di Dio;io credo che il Cristo crocifisso e sofferente sia il ritratto del sacrificio "sovrumano" di Dio consumato per la nostra creazione.Nostro è il compito di ripagare lo sforzo di Dio e di agire sempre secondo le leggi che il Signore ha collocato nella nostra anima e che appartengono a tutti gli uomini indistintamente.Solo cosi potremmo a poco a poco riconsegnare a Dio quell'energia che Egli stesso ha consumato per crearci e per racchiudere la sua infinitezza in una prigione di carne e passioni.