mercoledì 22 aprile 2026

macerie [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 
Marco aveva quarantun anni anni quando, per l’ennesima volta, un discusso imprenditore — di quelli che fanno della parola uno strumento d’offesa o di dominio — vinse le elezioni. Non era la prima volta. Non sarebbe stata l’ultima. Ma quella volta, qualcosa si ruppe in modo definitivo. Non solo in lui. In un’intera generazione. Una stanchezza antica tornava a galla

Nei giorni successivi non aprì i giornali. Li lasciava impilati sul mobile dell’ingresso, come fossero carte di un gioco truccato. Evitava i talk show, che parevano più interessati allo share che alla verità. Spegneva la radio quando partiva la sigla del notiziario, come se ogni parola fosse un rumore in più nel già troppo pieno.

Camminava piano, per le stesse strade di sempre ma come smarrito. Aveva smarrito il senso. Aveva la sensazione di essere un sopravvissuto a un naufragio che nessuno voleva riconoscere. Le persone intorno continuavano a vivere, a parlare del tempo, delle bollette, della spesa. I bar erano pieni, le scuole aperte, le automobili in coda come ogni mattina. Ma per Marco, tutto aveva un suono ovattato, irreale, come nelle ore successive a un trauma.

Non era dolore, non ancora. Era una stanchezza sorda, una disillusione minerale, che si depositava dentro come polvere fine. Più della sconfitta, lo feriva la rassegnazione. Quel “si sapeva”, quel “sono tutti uguali”, quel “tanto non cambia nulla” pronunciati con leggerezza, come se la democrazia fosse una recita, un fastidio, una superstizione di chi crede ancora nel potere della parola.

Marco si sentiva fuori luogo. Come se quella crisi fosse giusta, necessaria. Ma troppo profonda per essere detta. Una verità che, una volta vista, non si può più ignorare. E allora taceva. Non discuteva più. Non provava a convincere. Osservava. Ascoltava. Registrava.

Iniziava a capire che certe ferite non si curano con slogan. Che occorre imparare di nuovo a guardare: i volti, i legami, le radici spezzate.

Sapeva che un tempo era finito. E non per colpa di un solo uomo. Non bastava più l’alibi del leader sbagliato, del tradimento interno, dell’avversario sleale. Era finito dentro ognuno, come finisce un amore che non sa più rigenerarsi. Era finito anche in lui, anche se faticava ad ammetterlo. Finito per stanchezza, per quella usura lenta che corrode le passioni più pure. Finito per ripetizione, perché troppe volte aveva ascoltato le stesse parole dette da volti diversi, come formule svuotate di fede. Finito per inadeguatezza, perché i bisogni mutano, e le risposte non possono restare ferme, inchiodate a un secolo che non c’è più.

Era un tempo che si era consumato senza rumore, come certe liturgie che si continuano per inerzia, senza più anima. Una stagione che aveva dato molto, ma che non aveva saputo imparare a trasformarsi.

Un ciclo storico concluso. Come un rito che perde il senso, un’assemblea che si scioglie per assenza di domande. Come una preghiera che non sale più, perché chi la pronuncia non ci crede fino in fondo, o ha smesso di attendere risposta.


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