mercoledì 8 aprile 2026

10. Disincanto (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


La collega si fermò sulla soglia dell’aula 3B senza entrare. Con tono piano gli disse che era schizofrenico. Non come offesa, come diagnosi. Aveva assistito a un suo intervento al museo, dove aveva parlato di Eros, di paideia, di educazione come mancanza che genera desiderio. Poi lo vedeva a scuola, impegnato nella stesura del Piano dell’Offerta Formativa, nel linguaggio delle competenze, nell’adeguamento agli standard. Due registri inconciliabili. Gli chiese se non vedesse la frattura.

Lui la vedeva. La viveva da tempo. Di notte pensava e scriveva una scuola fondata sul desiderio, di giorno lavorava dentro un sistema ordinato, procedurale, senza attrito. Indicò una griglia di valutazione: un dispositivo per colmare vuoti di senso. Non si difese. Disse che cercava una terza via, usando quegli strumenti per formare “teste ben fatte”, secondo l’idea della complessità. Avvertì però che quella risposta copriva qualcosa. Non era una menzogna costruita, piuttosto un’illusione che si sosteneva da sola. La collega liquidò Morin come un illuso e se ne andò, lasciando la questione aperta.

In classe sospese il programma. Provò a riaprire uno spazio: Socrate come figura che non trasmette contenuti, ma apre una faglia da cui nasce il desiderio. Parlò dell’utilità dell’inutile, della matematica come ordine ideale, della lingua come incontro con l’altro, del greco come distanza dal presente. Gli studenti reagirono in modo incerto, tra attenzione e stanchezza. Tentò di allineare prassi e idee, anche nei collegi docenti, dove le sue parole cadevano nel silenzio. Capiva sempre più che il cambiamento non nasce da sforzi individuali, richiede una consapevolezza condivisa e pratiche nuove costruite insieme.

Gli anni passarono senza svolte. Arrivò un disincanto lento. Davanti al registro elettronico, tra voti e assenze, si scoprì svuotato. Uno studente, soprannominato “Vite storta”, gli fece notare la stanchezza. Lui rispose che la vecchiaia comincia dal disincanto. Confessò di aver creduto che riformare i saperi potesse incidere sulla società. Intanto la scuola era diventata un’azienda, guidata da un automatismo che richiede esecutori.

Riprese un libro sull’educazione del cuore e osservò che la scuola preferisce rifugiarsi nell’oggettività dei voti per evitare il confronto con le soggettività degli studenti. Alla domanda se la scuola avesse fallito, rispose che diventa un sepolcro quando non è vita vivente. Firmò il registro. Rimase con una speranza ridotta a preghiera: continuare ad attendere l’inatteso, lavorando con i giovani affidati al caso, immaginando una scuola futura come utopia senza luogo, ormai fragile, quasi disperata


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