venerdì 27 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (I)

 

«Spesso ci si dimentica di dare a ciò che ascoltiamo o leggiamo l’attenzione che è necessario dare». 

Ho dedicato a questo libro diversi giorni e anche pezzi di notti e di albe. Con trasporto “erotico”, immersivamente, empaticamente.

L’essenziale ama nascondersi. κρύπτεσθαι φιλεῖ.

Mi sono trasferito nel libro: «sono entrato in un’altra dimensione».

«Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Dantes evase dal carcere di If, quando Jean Valjean salvò Cosette, quando Aristocle di Aristone non ebbe il coraggio di osare e cavalcare verso la sua vittoria. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro». Parole giustamente celebri.

Altre vite da vivere, dunque, sempre con “eroico furore”. 

Questo fanno i grandi libri di narrativa, come il Platone di Nucci, nato come idea negli anni d’università, folgorati da un grande studioso di Platone (Gabriele Giannantoni) e da un inimicus Platonis d’eccezione (Friedrich Nietzsche), amante della tragedia, scritto in cinque anni, supervisionato da un eccellente studioso di filosofia (Riccardo Chiaradonna). 

Alla fine della lettura del libro si esce non più eruditi ma più complessi, più interrogativi, più inclini, nella dissipazione dei giorni, a porci domande essenziali.

Perché la filosofia, come ha ribadito in libri luminosi Pierre Hadot, è un modo di vivere, non una teoria.

Non proverò neanche ad accennare a tutti i temi del libro, ai suoi easter egg.

Platone è il più grande filosofo di tutti i tempi. E lo dico anch’io da inimicus Platonis… Uno dei padri dell’Occidente. 

«La tradizione filosofica europea è che essa consiste in una serie di note a piè di pagina a Platone».

Platone ha formulato quasi tutte le grandi domande della metafisica occidentale, ha definito l’orizzonte della filosofia stessa. 

Il libro è difficile, come un viaggio dell’anima. Ma vale la pena fare il viaggio perché «sono difficili le cose belle». 

Nucci è uno scrittore “greco”. Sarebbe complesso da spiegarlo. Diciamo che vive nella tensione tra l’effimero e l’eterno, una tensione che deve rimanere irrisolta. Ovviamente. Per questo è lontanissimo dalla sensibilità “cristiana”, che tale tensione risolve. 

Che cos’è questo libro? Biografia ma anche autobiografia, Bildungsroman, ovviamente, romanzo storico ma anche prosimetro, con un gusto mai ostentato per la sperimentazione nell’uso dell’indiretto libero, di una forma razionalizzata di stream of consciousness, dei dialoghi immaginari, delle stesse vicende narrate a distanza di tempo, con l’inserto di lettere. 

Soprattutto è l’inveramento di un’intuizione del giovane Nietzsche: Platone è talmente complesso, abissalmente complesso, che si può solo scriverne una biografia. Dunque, una clamorosa ambizione quella di Nucci.

Poiché la matrice del libro è nietzschiana, è evidente che in esso abbia tanta parte il sapere tragico. Credo di poter affermare che questo libro sia un ossimorico omaggio “tragico” al platonismo. Il Platone di Nucci diviene ciò che è  attraverso enormi patimenti: πάθει μάθος, come insegna l’Agamennone di Eschilo.

Ne emerge un Platone diverso da quello dei libri scolastici e universitari. Prima di tutto perché non vediamo un blocco monolitico ma un processo. Nucci ha il merito di farci vedere un uomo, con le sue contraddizioni, le sue svolte, le sue cadute, divenire un individuo capace di fondare una civiltà. Il Platone di Nucci modifica le sue prospettive sul mondo. 

Non vedremo solo il maestro di Aristotele ma la guida di due grandi filosofe, sconosciute ai più; non solo l’uomo capace di praticare autocontrollo delle passioni ma il melanconico afflitto da lunghe fasi di oscurità, l’uomo che solo attraverso le tenebre arriva alla luce; non solo l’autore dei dialoghi ma colui che nelle opere letterarie  ha fatto ascoltare la sua vera voce di cigno.

Non a caso Nucci valorizza dei dialoghi platonici i “margini”, le pieghe, ad esempio gli incipit, o le digressioni o le descrizioni o i personaggi minori, come se Platone andasse letto non per quel che dice esplicitamente ma a partire da “sintomi” (in senso psicoanalitico) o lapsus. Bisogna cercare Platone oltre il Platone della vulgata, sotto il Platone scolastico, nonostante il Platone accademico. Perché Platone, per Nucci, è prima di tutto (e per sempre) un immenso scrittore, che trasfonde la sua ambizione giovanile nella filosofia, e diviene colui che sa comporre tragedia e commedia, vero poeta tragico che è anche poeta comico. E che è usa la scrittura come “terapia” o come “esorcismo” contro il dolore esistenziale (1. continua)

* * *

Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.



38. Apertura [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’esposizione non avveniva alla luce.

Elia lo comprese quando la membrana si aprì senza rumore e lo lasciò scorrere all’esterno. Non c’erano occhi né aria né direzioni come le aveva apprese. Solo una superficie densa, attraversata da impulsi.

Non possedeva un corpo definito. Era una trama mobile, capace di aderire e staccarsi. All’interno della colonia, ogni contatto produceva scambio. All’esterno, il contatto restava senza risposta.

Provò a estendersi.

La sostanza attorno a lui non reagì. Non respinse. Non accolse.

Registrò variazioni minime, insufficienti a stabilire un orientamento.

Rientrò parzialmente nella membrana. Gli altri continuavano a muoversi secondo sequenze condivise. Trasmissioni rapide, segnali coerenti.

Elia non riusciva a tradurre ciò che aveva incontrato. Provò a comunicare.

Emise una serie di impulsi, replicando schemi noti. La colonia rispose con correzioni. Allineamento richiesto. Riduzione dello scarto.

Elia interruppe.

Non sapeva più se l’errore fosse nell’esterno o nella sua capacità di interpretarlo.

Tornò verso l’apertura.

Questa volta avanzò più lentamente, riducendo la propria estensione. Cercò di percepire senza reagire.

Qualcosa cambiò.

Non un segnale. Una resistenza leggera, come una zona in cui la trasmissione perdeva intensità.

Elia si fermò.

Non aveva categorie per descrivere quel punto. Non era un limite. Non era un vuoto.

Era una variazione che non entrava nei codici. Provò a sostarvi.

La sua struttura iniziò a modificarsi, non per adattamento, ma per mancanza di istruzioni. Alcune parti si contrassero, altre si dispersero.

Avvertì la possibilità di non rientrare.

Dalla colonia arrivò un richiamo più netto. Sequenze correttive. Ritorno consigliato.

Eli non si mosse. 

Capì che l’esposizione era restare dove non esistevano equivalenze.

Non poteva tradurre. Non poteva integrare. Poteva solo permanere in uno stato che non riconosceva.

Tentò di definire ciò che stava accadendo. Ogni definizione si dissolse prima di formarsi.

La colonia intensificò il richiamo.

Elia iniziò a ritirarsi. Attraversò la membrana.

All’interno, tutto riprese coerenza. Gli impulsi tornarono leggibili. Le sequenze stabili.

Provò a registrare l’esperienza. Non trovò segni adeguati.

Rimase in quiete, mentre gli altri continuavano a scambiare senza interruzioni.

Capì che ciò che aveva incontrato non era un oggetto né un evento.

Era una condizione che non poteva essere condivisa.

E che, proprio per questo, non avrebbe avuto luogo nella memoria comune.

Restò aderente alla colonia, senza più tentare di spiegare.

Con la percezione che fuori non ci fosse un altro spazio ma una zona in cui la comprensione smetteva di funzionare, lasciando aperta una forma di pura dispersione.


giovedì 26 marzo 2026

37. Sentenza [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


L’attraversamento del caso non seguiva una linea unica.

Elia sedeva in aula da ore. Il fascicolo era spesso, diviso in sezioni incompatibili. Una donna accusata di aver sottratto farmaci dall’ospedale pubblico. I registri indicavano prelievi irregolari. Le testimonianze dei colleghi parlavano di turni coperti, di silenzi condivisi.

Nel quartiere, invece, la chiamavano per nome.

«Ci ha salvati» aveva detto un uomo durante l’udienza. «Non avevamo accesso.»

I farmaci erano stati distribuiti senza autorizzazione, a pazienti fuori protocollo. Nessuna ricevuta. Nessuna tracciabilità.

La legge era chiara.

Elia la conosceva a memoria. Poteva citarla senza consultare il codice.

Eppure, leggendo gli atti, avvertiva uno scarto. Non tra colpa e innocenza. Tra norma e ciò che non rientrava nella norma.

Il pubblico ministero aveva costruito un’imputazione lineare. Appropriazione indebita. Violazione di procedure. Rischio sanitario.

La difesa parlava di necessità. Di vuoti amministrativi. Di vite non contabilizzate.

Elia prendeva appunti. Parole precise. Articoli. Rimandi.

Nessuna parola riusciva a contenere il caso.

Durante la pausa uscì nel corridoio. Le voci degli avvocati si sovrapponevano. Tutti sembravano sapere da quale lato stare.

Lui no.

Rientrò in aula.

La donna lo guardò per la prima volta. Non aveva aria di sfida ma una sorta di fiduciosa attesa.

Elia abbassò lo sguardo.

Non cercava di capire se avesse fatto bene o male. Cercava un punto da cui giudicare.

Non lo trovava.

Se avesse applicato la norma, avrebbe condannato un comportamento che aveva prodotto effetti utili.

Se avesse assolto, avrebbe legittimato una violazione che altri avrebbero potuto usare senza limite.

Ogni decisione apriva conseguenze che non poteva prevedere.

Sentì che il suo ruolo richiedeva una sicurezza che non possedeva.

Non era ignoranza del diritto.

Era mancanza di strumenti per tenere insieme ciò che il caso teneva separato.

Rilesse l’ultima deposizione.

«Non potevo fare altrimenti.»

Non potevo.

Elia si chiese se quella frase descrivesse una necessità o una scelta.

Si rese conto che non sapeva distinguere.

Il cancelliere gli porse il codice. Elia non lo aprì.

Per un istante comprese che il giudizio non era l’applicazione di una regola, ma un attraversamento di zone in cui la regola perdeva presa.

E che lui, in quelle zone, non aveva orientamento.

Si alzò.

La sentenza andava pronunciata.

La voce uscì ferma. Dentro, nessuna fermezza.

Mentre leggeva, ebbe la percezione che le parole non chiudessero il caso. Lo spostassero soltanto.

E che la sua decisione non fosse un punto di arrivo, ma un passaggio esposto, privo di garanzie.

Quando terminò, il silenzio dell’aula non portò sollievo.

Elia capì che non aveva risolto nulla.

Aveva soltanto dato forma temporanea a qualcosa che restava aperto, instabile, sottratto a ogni definizione stabile.

Qualcosa che avrebbe continuato a muoversi oltre la sentenza.

Una zona senza appigli chiamata esposizione.


mercoledì 25 marzo 2026

"Un fuoco grande. Bianca Garufi" di Marialaura Simeone

 


È stata una lettura insieme leggera e concentrata, capace di scorrere e, nello stesso tempo, di depositarsi.

Un fuoco grande. Bianca Garufi di Marialaura Simeone elude le classificazioni consuete: biografia, saggio critico, autobiografia, prosimetro. Le attraversa, le contamina, le tiene in tensione. La scrittura ospita due istanze riconoscibili, che qui si possono nominare “apollinea” e “dionisiaca”: la prima orientata al logos, alla ricostruzione, alla chiarezza argomentativa; la seconda più esposta al flusso, al simbolo, alla risonanza poetica.

Un merito evidente dell’opera consiste nel riportare al centro Bianca Garufi, figura di forte intensità rimasta a lungo in una zona d’ombra. La sua vicenda si intreccia con quella di Cesare Pavese, di cui fu interlocutrice intellettuale e compagna, e con il quale scrisse Fuoco grande. Il libro restituisce una personalità complessa: partecipe della Resistenza romana, redattrice Einaudi negli anni cruciali del dopoguerra, traduttrice, scrittrice, poetessa, analista junghiana, tramite per la diffusione del pensiero di James Hillman in Italia. Una presenza che chiede di essere nominata, riletta, sottratta alla marginalità editoriale e critica.

Alcune pagine assumono un valore programmatico: la richiesta di attenzione per autrici rimaste ai margini, pur dotate di statura piena. Qui si riconosce con nettezza il polo apollineo della Simeone, impegnata da tempo in un lavoro di riemersione e di restituzione. La dimensione più incisiva del libro si colloca altrove, nel confronto con una duplicità interna che non cerca sintesi. Marialaura e Lala si affiancano, si osservano, si sfiorano, senza convergere in un punto unico. La scrittura registra questa distanza, la mantiene operante.

Il “regno delle Madri” viene evocato, circoscritto, avvicinato. L’accesso resta obliquo, come se la parola, pur spinta verso una zona limite, decidesse di sostare sul bordo. L’incompiutezza si rivela allora come forma attiva: non lacuna, piuttosto campo aperto, tensione che non si risolve. Il libro custodisce questo nucleo opaco, lo rende visibile senza esaurirlo, lasciandolo come possibile sviluppo ulteriore.

Nelle pagine più riuscite (e sono tante) Lala si intreccia con Bianca Garufi, fino a una quasi sovrapposizione. Il discorso si addentra nei territori del mito, della psicologia del profondo, dell’astrologia, dei tarocchi. Non come repertorio ornamentale, piuttosto come strumenti conoscitivi, dispositivi simbolici che ampliano la lettura dell’esperienza. La materia viene trattata con una serietà che rifiuta sia l’atteggiamento liquidatorio sia la fascinazione superficiale.

Resta, con forza, l’impressione di una parola che scava e produce eco. La pagina bianca diventa spazio necessario perché il senso si espanda, si propaghi, ritorni. Il libro costruisce così un ritmo di avanzamento e sospensione, di esposizione e risonanza.

Ciò che rimane, in chi legge, è un riconoscimento del rischio assunto: entrare in una zona dove identità, memoria, immaginario non si dispongono in ordine lineare. Un gesto di esposizione che non cerca protezioni e che affida alla scrittura il compito di tenere insieme le fratture senza ridurle.

Lala Simeone è una persona coraggiosa per la quale ho provato istintivamente grande stima per le scelte  che pertengono un’altra dimensione simbolica, qui (volutamente?) assente, quella del Padre. 

Ora posso ammirarne il coraggio di scrittrice che, finalmente, fatti i conti con alcuni nodi della propria esistenza, riconciliatasi con il proprio daimon, ha sciolto gli ormeggi e si lancia nel mare aperto della creazione. 


36. Terra incognita [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


Il gesto gli restò in mano quando la costa sparì dietro la linea dell’acqua: Elia non seppe più a chi rivolgerlo. Aveva salutato senza convinzione, come si fa con qualcosa che non si pensa di perdere davvero. Poi la nave aveva preso vento e il mondo conosciuto si era ritirato in poche ore, senza lasciare appigli.

Nei giorni successivi imparò a orientarsi in negativo. Le carte si interrompevano prima del punto in cui si trovavano. I nomi finivano, restavano margini bianchi. Il pilota parlava di correnti che nessuno aveva descritto. La bussola oscillava con una lentezza che metteva inquietudine. Elia sentiva insieme due spinte: una lo tirava indietro, verso ciò che poteva essere detto; l’altra lo teneva fermo a prua, dove l’acqua apriva sempre qualcosa che non aveva ancora for-ma.

La prima terra apparve come una macchia scura, bassa. Non era nelle mappe. Non aveva un nome che potesse essere pronunciato a bordo. Sbarcarono all’alba, senza proclami. La sabbia era più fine di quanto avesse visto altrove. L’aria aveva un odore che non riusciva a scomporre. Ogni cosa sembrava vicina e insieme sottratta, come se lo spazio non bastasse a contenerla.

Elia avanzò oltre gli altri. Non per coraggio, pensò, ma perché restare indietro gli risultava più difficile. Ogni movimento produceva un leggero scarto: il suono dei piedi non coincideva con il ritmo del corpo, la luce non cadeva come si aspettava. Guardava gli alberi e non trovava categorie che li contenessero. Provò a nominare, a ricondurre. Le parole si fermavano prima dell’oggetto.

Si accorse che quel vuoto non era solo mancanza. C’era un brivido netto, una specie di apertura. Non doveva rispondere a nessuna abitudine. Poteva guardare senza dover riconoscere. Questa libertà lo attirava con la stessa forza con cui lo disorientava.

Dal limite della vegetazione uscì una figura. Non si avvicinò. Restò a una certa lontananza, come se la misura fosse già stabilita. Elia alzò la mano, ripetendo il gesto con cui si era congedato dal porto. Gli parve inadatto, eppure non ne aveva altri. La figura fece qualcosa di diverso, un movimento breve, preciso, che non corrispondeva a nulla che conoscesse.

Elia sentì il desiderio di capire e, nello stesso tempo, la resistenza a ridurre quel luogo a qual-cosa di già noto. Ripeté il proprio gesto. Non funzionò. Provò a imitarne uno altrui. Ne uscì un movimento incerto, senza peso. Restarono così, separati da una linea che non era solo di terra.

Alle spalle, la nave sembrava già lontana, come se appartenesse a un altro ordine. Davanti, la vegetazione non prometteva nulla che potesse essere previsto. Elia rimase tra le due direzioni, con il corpo leggermente inclinato in avanti e la mente che cercava di tornare indietro. Non riuscì a scegliere. Avanzò.

Non seppe dire se fosse entrato o se stesse perdendo il punto da cui era partito. In quell’avanzare c’era lo sgomento di non avere strumenti e una forma di esattezza che non aveva mai provato. Come se il mondo non gli chiedesse di essere riconosciuto, ma soltanto percorso, e il suo stare lì non fosse altro che un attraversamento.


martedì 24 marzo 2026

35. Passo [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Passo” era scritto sulla pietra, appena oltre il tornante.

Elia lo lesse quando la nebbia si aprì per un momento. La parola era incisa con mano incerta. Non indicava una direzione. Non spiegava nulla.

Il sentiero saliva tra rocce scure. Più in alto, la strada si stringeva fino a diventare una fenditura tra due pareti. Non c’erano torri di guardia né stendardi. Solo vento.

Elia avanzò.

Dopo pochi metri il terreno cambiò consistenza. La ghiaia lasciò posto a lastre piatte, consumate al centro. Segni di passaggio antico. Molti piedi. Sempre nello stesso punto.

Si fermò.

Dal lato opposto della gola arrivava un suono metallico. Non un combattimento. Il battere regolare di qualcosa contro la pietra.

Proseguì con cautela.

Dietro la curva trovò un uomo seduto su uno sgabello basso. Aveva un martello e uno scalpello. Stava incidendo la stessa parola sulla roccia.

Passo.

L’uomo non si voltò.

«Da quanto tempo lavori qui?» chiese Elia.

«Da quando hanno deciso di aprire il valico.»

«Chi?»

Il martello colpì ancora la pietra.

«Quelli che passano.»

Elia osservò il tratto di strada dietro l’uomo. Non proseguiva. Finiva contro una parete liscia.

«Questo non è un valico.»

«Lo diventerà.»

«Quando?»

L’uomo fece una pausa. Soffiò via la polvere di pietra.

«Quando qualcuno riuscirà ad attraversarlo.»

Elia guardò di nuovo il sentiero alle sue spalle. La nebbia lo aveva già coperto.

«Nessuno è passato?» chiese.

«Molti.»

«E dove sono andati?»

L’uomo indicò la parete davanti a loro.

«Lì.»

Elia si avvicinò. La roccia era segnata da graffi, urti, tentativi. Nessuna apertura.

Tornò indietro di un passo.

«Perché continui a incidere quella parola?»

«Perché qualcuno deve pur segnare il punto.»

Il martello riprese a battere.

Passo.

Passo.

Passo.

Elia restò fermo a osservare il muro. Non vedeva varchi. Non vedeva tracce di chi avrebbe attraversato.

Eppure il sentiero portava lì con una precisione che non lasciava alternative.

Capì che non si trovava davanti a una porta chiusa. Si trovava nel luogo in cui molti avevano deciso che una porta doveva esistere.

Il vento attraversò la gola.

Alle sue spalle non c’era più il sentiero.

Davanti, la parete continuava a ricevere colpi regolari.

Elia si accorse di non sapere se il passo fosse quello inciso sulla pietra, quello che aveva fatto per arrivare fin lì, o quello che avrebbe dovuto fare adesso senza sapere dove posarlo.

Restò fermo, con il piede sospeso sopra la roccia, senza riuscire a trasformare l’esitazione in un gesto.


lunedì 23 marzo 2026

34. Lezione [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


“Naturale” era la parola che Elia pronunciava mentre scriveva alla lavagna.

La traccia del gesso restava netta, la voce scorreva con sicurezza. «È naturale nell’uomo cercare il fondamento del proprio agire.»

Lo aveva detto molte volte. Poi si fermò.

Si voltò verso la classe. Gli studenti erano seduti, alcuni con lo sguardo fisso su di lui, altri su schermi che si accendevano e si spegnevano con movimenti rapidi delle dita. Quando Elia taceva, un brusio sottile attraversava l’aula, come un riflesso involontario.

«Che cosa intendiamo per naturale?» chiese.

Un ragazzo rispose: «Quello che viene spontaneo.»

Spontaneo.

Elia annuì. Ripeté la parola come se fosse nuova. Spontaneo rispetto a cosa?

Riprese la spiegazione. Parlò di causa, di fine, di ordine. Le frasi si disponevano con coerenza. Dentro, qualcosa non si allineava.

Le parole uscivano come formule memorizzate. Non le sentiva più aderire alla realtà.

Gli studenti ascoltavano a tratti. Poi, appena la sua attenzione calava, le dita tornavano a scorrere sugli schermi. Sorrisi improvvisi, risate trattenute, commenti su immagini che lui non vedeva.

Elia ebbe l’impressione di non possedere più gli strumenti per tradurre quel codice.

Si chiese se qualcuno lo stesse seguendo o se stesse solo riempiendo un vuoto con parole antiche.

Uno studente domandò: «Ma a cosa serve saperlo?»

Elia stava per rispondere, poi esitò.

Ripensò alle lezioni che ascoltava alla loro età. Gli sembravano necessarie, inevitabili.

Ora avvertiva uno scarto. Non era disprezzo per i ragazzi. Era la sensazione che il tempo avesse cambiato asse senza avvisarlo.

Concluse la lezione con una domanda aperta.

«Che cosa vi appare naturale nella vostra vita?»

Silenzio.

Poi una risposta vaga, seguita dalla campanella.

I ragazzi uscirono rapidamente, già immersi in conversazioni che lo attraversavano senza includerlo.

Elia restò solo.

Guardò la parola alla lavagna.

Non sapeva più se la stesse difendendo o ripetendo per inerzia. Non sapeva se il suo linguaggio avesse ancora presa sul mondo o se fosse diventato un rito.

Non era la classe a essere altrove. Era lui a non riconoscere il punto in cui si trovava.

Nel corridoio le risate si allontanavano.

Camminò verso l’uscita con la sensazione di abitare un’epoca che procedeva senza attendere il suo passo.


sabato 21 marzo 2026

33. Naufragio [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


La smemoratezza arrivò dopo il naufragio, come un dono imprevisto.

Elia si svegliò sulla spiaggia con il sale sulle labbra e nessun nome da pronunciare. Ricordava il mare che si era alzato, il legno che cedeva, le voci spezzate. Poi sabbia.

Per giorni cercò altri superstiti. Non trovò nessuno.

L’isola non aveva sentieri né costruzioni. Solo una linea di palme, un’altura rocciosa, acqua dolce che scendeva da una fessura nella pietra.

All’inizio attese. Attese di sentire un richiamo, di dover rispondere a qualcuno, di essere chiamato per ruolo, per dovere, per errore.

Nessuno lo chiamò. Con il passare dei giorni smise di contare.

Mangiava quando aveva fame. Dormiva quando la luce si spegneva. Si spogliava senza vergogna per attraversare l’acqua bassa. Si arrampicava sulle rocce per vedere cosa c’era oltre.

Non c’era oltre. L’isola bastava.

Elia scoprì che non doveva essere coerente. Poteva costruire una capanna e abbandonarla il giorno dopo. Poteva esplorare la costa nord senza ragione. Poteva restare immobile a guardare il movimento delle onde.

Non doveva spiegare nulla.

A volte si sorprendeva a ridere senza motivo. Altre restava in silenzio per ore, ascoltando il vento tra le foglie.

Non ricordava più il suono della propria voce in mezzo ad altre.

Una mattina si rese conto che non stava più pensando a chi fosse stato prima. Non c’erano aspettative da deludere né ruoli da sostenere.

Si sentiva leggero. Forse per la prima volta.

Poi, un pomeriggio, mentre camminava lungo la riva sud, vide una linea scura all’orizzonte.

Una nave.

All’inizio non capì cosa fosse. Il corpo lo capì prima della mente: un ritorno possibile.

Si fermò.

La nave avanzava lentamente, come se cercasse un approdo.

Elia avvertì qualcosa che non era gioia.

Pensò alla voce che avrebbe dovuto usare. Al nome che avrebbe dovuto pronunciare. Alle domande.

Chi sei. Da dove vieni. Che cosa è successo.

Non aveva risposte precise.

Non voleva averle.

Guardò l’isola alle sue spalle. Le rocce, l’acqua, la capanna abbandonata.

Pensò a dove potersi nascondere. Conosceva già una fenditura tra due massi, invisibile dalla riva.

Il cuore batteva forte, non per speranza. Per timore.

Se lo avessero trovato, lo avrebbero riportato dentro un ordine. Dentro una storia. Dentro un prima e un dopo.

Sulla spiaggia non era nessuno. E questo lo rendeva felice.

Capì che la smemoratezza non era perdita. 

La nave si avvicinava.

Elia si voltò e iniziò a correre verso le rocce.

Non sapeva se stesse scegliendo la libertà o la fuga.

Sapeva solo che non era pronto a tornare a essere qualcuno.

E che l’isola, con il suo silenzio senza giudizio, gli aveva insegnato una forma di felicità che nessun salvataggio avrebbe compreso.

Si nascose tra i massi. La nave gettò l’ancora.

Elia trattenne il respiro.

Non era più certo che il mondo degli uomini fosse il suo luogo naturale.


venerdì 20 marzo 2026

32. Memoria [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]



La versione ufficiale diceva che la città non era cambiata.

Elia era sbarcato ad Amsterdam dopo mesi di viaggio. Canali ordinati, case strette e alte, finestre limpide come occhi vigili. Tutto sembrava esattamente come lo ricordava.

Eppure, camminando lungo il Singel, ebbe la sensazione di non riconoscere nessuno.

Un uomo lo salutò con calore.

«Elia! Sei tornato.»

Elia sorrise per cortesia. Il volto dell’uomo non trovava posto nella memoria.

«Certo» rispose. «Sono tornato.»

L’altro parlava di affari lasciati in sospeso, di una cena promessa, di una lettera mai spedita.

Elia annuiva, cercando un dettaglio che facesse scattare il ricordo. Nulla.

Pensò alla stanchezza del viaggio.

Raggiunse la casa che aveva affittato prima di partire. La porta si aprì al primo colpo di chiave. All’interno, tutto era in ordine. Sul tavolo, una pipa che riconobbe come sua.

Dal piano superiore scese una donna.

«Credevo non tornassi più» disse.

Il tono era intimo, non esitante. Elia la guardò.

Non la conosceva.

Ogni linea del volto gli era estranea. Eppure lei si avvicinò con naturalezza, come chi ha condiviso giorni e notti.

«Il mare ti ha cambiato» osservò.

Forse era vero.

«Abbiamo parlato ogni settimana» continuò la donna. «Le tue lettere.»

Lettere. Elia ricordava di aver scritto durante il viaggio. Ma a chi? Chiese di vederne una.

La grafia era la sua. Le frasi parlavano di nostalgia, di ritorno, di promesse.

Non riconosceva l’uomo che le aveva scritte.

Uscì di casa con il foglio in tasca.

Nei giorni seguenti incontrò mercanti, vicini, membri della comunità ebraica. Tutti lo trattavano come una presenza familiare. Gli attribuivano opinioni, decisioni, affetti.

«Hai sempre sostenuto quella causa» disse un anziano.

Elia non ricordava quale causa.

Entrò in una taverna sul Damrak. L’oste gli versò birra senza chiedere.

«La solita» disse.

Elia guardò il boccale. Forse il problema non era negli altri. Forse era nella sua memoria.

Si fermò davanti a uno specchio nella sala.

Il volto riflesso era il suo. O così sembrava.

Si chiese se fosse partito davvero mesi prima o se avesse attraversato qualcosa che aveva sottratto i contorni alle persone.

Non era amnesia completa. Era uno scarto sottile. I nomi non si legavano ai volti. Le storie non coincidevano con la sua percezione.

La città continuava a funzionare con precisione mercantile. Le navi entravano nel porto, le merci cambiavano mani.

Solo lui restava fuori centro.

Una sera tornò a casa. La donna lo attendeva accanto alla finestra.

«Non mi guardi più come prima» disse.

Elia non seppe replicare. Forse non aveva mai saputo guardare.

Si sdraiò senza parlare.

Capì che non era la città ad aver mutato fisionomia. Era la sua capacità di riconoscere ad essersi incrinata. E che nessuna mappa, nessun registro commerciale, nessuna lettera firmata con il suo nome avrebbe potuto restituirgli ciò che mancava.

Rimase sveglio nel buio, ascoltando il respiro accanto. Cercava un appiglio, un segno certo.

Trovava soltanto una crescente, silenziosa smemoratezza.




giovedì 19 marzo 2026

31. Discrepanza [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La realtà arrivava sempre dopo il secondo whisky.

Elia lo aveva imparato nelle notti umide di Glasgow, quando il fiume Clyde sembrava trattenere più segreti che acqua. Lavorava come consulente occasionale per uno studio legale che difendeva uomini già colpevoli nell’opinione pubblica.

Non era investigatore. Non era avvocato. Leggeva fascicoli e cercava incongruenze.

Quella sera il dossier riguardava un ragazzo trovato morto in un parcheggio multipiano. Accoltellato. Nessun testimone affidabile. Troppe versioni.

Il padre del ragazzo aveva chiesto che qualcuno “guardasse meglio”.

Elia sedette in un pub di Finnieston con le fotografie davanti. Pioggia contro i vetri, neon intermittenti, voci basse.

Il barista gli versò il secondo whisky senza chiedere.

Le immagini mostravano il corpo disteso, la giacca aperta, un tatuaggio celtico sul polso. Attorno, ombre indistinte.

Il rapporto di polizia parlava di rissa. I giornali di regolamento di conti. I vicini di cattive compagnie.

Elia cercava una crepa.

Ne trovò una nel tempo dichiarato della morte. Una discrepanza di venti minuti.

Chiamò l’avvocato.

«Non cambia nulla» rispose l’uomo. «La giuria vuole una storia semplice.»

Semplice.

Elia uscì dal pub e camminò verso il parcheggio. Le rampe spirali salivano come un’idea che non trova sbocco.

Al terzo piano si fermò.

Provò a ricostruire la scena. Il freddo tagliava la pelle. Le luci al neon tremavano.

Immaginò il ragazzo lì, vivo. Immaginò l’aggressore. Non riusciva a far combaciare le versioni.

Un uomo comparve dalla rampa superiore.

«Non è il posto per curiosi» disse con accento ruvido.

«Non sono curioso» rispose Elia. «Sto cercando di capire.»

L’uomo rise piano.

«Capire è un lusso.»

Si allontanò senza aggiungere altro.

Elia restò solo.

Guardò la città oltre il parapetto. Luci arancioni, pioggia fine, taxi in movimento.

Si chiese se la realtà fosse l’insieme dei fatti o la versione che regge meglio davanti a una giuria.

Non aveva prove sufficienti per ribaltare il caso. Solo un’impressione che qualcosa non tornasse.

Tornò al pub. Il barista lo osservò senza parlare.

«Ha trovato quello che cercava?» chiese infine.

Elia scosse il capo.

Non sapeva se il ragazzo fosse stato vittima o parte di qualcosa di più grande. Non sapeva se la discrepanza nei minuti fosse decisiva o irrilevante.

Sapeva solo che ogni storia sembrava chiedere un colpevole più che una verità.

E che lui, con i suoi dubbi, risultava fuori posto in una città che preferiva conclusioni nette.

Finì il whisky.

La pioggia continuava a cadere come se nulla fosse in discussione.

Elia capì che la realtà non era ciò che accade ma ciò che si riesce a sostenere.

E che il suo problema non era l’oscurità del caso. Era l’incapacità di credere fino in fondo a una sola versione.


mercoledì 18 marzo 2026

30. Espansione [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


L’universo aveva iniziato a espandersi il lunedì, secondo il bollettino.

Elia lo seppe dal notiziario del mattino, mentre versava il caffè. Un grafico semplice mostrava una curva in salita.

«Fenomeno lieve ma irreversibile» spiegava la voce. «Nessun allarme.»

Aprì la finestra. Il palazzo di fronte sembrava alla stessa distanza di sempre. Forse un poco più lontano. O forse era suggestione.

Andò al lavoro. In metropolitana le persone parlavano dell’espansione come di un aggiornamento stagionale.

«Si adegueranno le infrastrutture» diceva un uomo con la cravatta allentata.

«È già tutto previsto» rispondeva una donna con le cuffie.

Elia ascoltava. Non riusciva a capire in che modo l’universo che si allargava potesse essere previsto.

In ufficio, il responsabile distribuì un promemoria: Protocollo di adattamento allo scostamento cosmico. Le scrivanie sarebbero state distanziate progressivamente. Le riunioni ridotte.

«Nulla cambia nella sostanza» disse il responsabile. «Solo le proporzioni.»

Elia guardò la stanza. Gli sembrò che le pareti fossero appena più distanti.

A pranzo uscì in strada. Le insegne oscillavano. Le ombre parevano leggermente più lunghe del dovuto.

Chiamò sua madre.

«Hai sentito?» chiese.

«Sì. È sempre stato così. Solo che ora lo misurano.»

«E non ti preoccupa?»

«Di cosa dovrei preoccuparmi?»

Elia non seppe rispondere.

La sera, tornando a casa, notò che il corridoio del suo palazzo sembrava più lungo. Le scale più ripide. Il pianerottolo più vuoto.

Accese la televisione.

Un esperto spiegava che l’espansione non avrebbe avuto effetti percepibili sulla vita quotidiana.

«Si tratta di variazioni infinitesimali» disse con un sorriso sereno.

Elia si sedette sul divano. Sentiva una distanza crescente tra lui e le cose. Non misurabile. Non verificabile.

Aprì il frigo. La luce interna sembrò impiegare un istante in più ad accendersi.

Forse era stanchezza.

Nei giorni seguenti le strade si fecero leggermente più larghe. Le conversazioni più rarefatte. Gli abbracci più brevi.

Nessuno sembrava turbato.

Un collega gli disse: «È solo l’universo che fa il suo lavoro.»

Elia annuì.

Provò a immaginare il punto da cui tutto si allargava. Non riuscì a collocarlo.

Si chiese se l’espansione fosse fuori di lui o dentro.

Se l’universo si dilatava, dove restava il centro?

Guardò le mani. Erano lì. Il tavolo era lì. La stanza pure.

Eppure qualcosa si era spostato di pochi millimetri.

Non sapeva nominare quella sensazione. Non era paura. Non era meraviglia.

Era la percezione che le coordinate stessero scivolando senza rumore, e che nessuno volesse ammetterlo.

La televisione annunciò che l’espansione era ormai stabile.

Elia spense.

Rimase seduto nel soggiorno leggermente più ampio.

Non capiva se fosse lui a diventare più piccolo o il resto a diventare più lontano.

Capiva solo che l’universo poteva allargarsi senza chiedere il suo consenso.

E che lui non aveva alcuno strumento per stabilire se stesse ancora al centro o già ai margini di qualcosa che continuava a chiamarsi realtà.


martedì 17 marzo 2026

29. Prospettiva [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’estraneità non era nel palazzo ma nel modo in cui Elia lo attraversava.

Era arrivato a Firenze da pochi mesi, chiamato come copista presso la bottega di un umanista noto per le sue traduzioni dal greco. Sapeva l’ebraico, un poco di latino, abbastanza da essere utile e mai indispensabile.

La città parlava una lingua rapida. Banchieri che discutevano di tassi e di salvezza dell’anima con lo stesso tono. Pittori che misuravano corpi con compassi sottili. Giovani che declamavano versi in piazza come se fossero sentenze.

Elia copiava manoscritti in una stanza alta, vicino a una finestra che dava su un cortile interno. Trascriveva parole sull’armonia del cosmo, sull’ordine delle proporzioni, sulla dignità dell’uomo.

Non capiva perché quelle frasi, così sicure, gli producessero una lieve inquietudine.

Un pomeriggio l’umanista lo convocò.

«Tu conosci le Scritture» disse. «Dimmi se questa traduzione rende il senso.»

Elia lesse il passo. Parlava di luce e di forma, di un mondo ordinato secondo numero.

«È corretto» rispose.

«Corretto non basta» replicò l’uomo. «Deve essere vero.»

Elia non seppe distinguere le due cose.

Nei giorni seguenti assistette a una disputa pubblica tra un frate e un filosofo. Si parlava di libero arbitrio, di grazia, di volontà.

Le parole si accavallavano. Gli argomenti si disponevano come colonne.

La folla annuiva a turno.

Elia ascoltava. Ogni posizione sembrava completa finché non interveniva la successiva.

Tornando verso la bottega, si fermò davanti a un affresco in corso d’opera. Il pittore tracciava linee prospettiche per dare profondità alla scena.

«Senza centro non regge» disse l’artista, indicando il punto di fuga.

Elia guardò la parete.

Si chiese quale fosse il punto di fuga della città.

Le proporzioni sembravano funzionare. I palazzi salivano con equilibrio. I conti tornavano.

Eppure, camminando tra quelle certezze, avvertiva di non appartenere del tutto a nessuna.

Non era abbastanza cristiano per i teologi. Non abbastanza greco per gli umanisti. Non abbastanza mercante per i banchieri.

Quando scriveva, la sua mano era precisa. Quando pensava, le categorie gli sfuggivano.

Una sera l’umanista gli mostrò un nuovo trattato.

«L’uomo è misura di tutte le cose» lesse ad alta voce.

Elia annuì, ma dentro sentì uno scarto.

Misura rispetto a cosa?

Tornò nella stanza dei manoscritti. La luce calava.

Guardò le pagine allineate, le lettere regolari, la simmetria delle righe.

Tutto aveva una forma. Lui no.

Non sapeva se l’estraneità fosse un difetto o una condizione necessaria per vedere.

Sapeva solo che, in una città che celebrava il centro, si muoveva come se mancasse il proprio.

E che le parole che copiava con tanta cura non riuscivano a offrirgli un punto stabile da cui guardare l’universo.


lunedì 16 marzo 2026

28. Lame [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


La distanza si misurava in lame.

Nella Città delle Fucine ogni disputa veniva risolta con duelli regolamentati. Non per onore. Per statistica. I conflitti venivano registrati, analizzati, corretti. Le spade erano collegate a un circuito che rilevava angolo, velocità, intenzione.

Elia era istruttore di postura presso l’Accademia. Insegnava agli allievi a mantenere la giusta separazione tra sé e l’avversario. Un passo troppo avanti significava aggressione. Un passo indietro, resa.

«La distanza è equilibrio» ripeteva.

Lo aveva imparato a memoria.

Quel giorno fu convocato per un duello pubblico. Non come maestro. Come parte in causa.

Un ufficiale lo accusava di aver alterato i parametri di un addestramento. Nessuna prova concreta. Solo un sospetto di deviazione nelle statistiche.

La piazza era circolare, pavimento metallico inciso da linee concentriche. Al centro, il perimetro attivo del combattimento.

Le spade gli furono consegnate con il consueto impulso elettrico lungo l’elsa. Il circuito si attivò. Un ronzio leggero.

«Mantenga la distanza regolamentare» annunciò la voce sintetica sopra di loro.

Elia prese posizione.

L’ufficiale avanzò di mezzo passo. Le linee sul pavimento si illuminarono, registrando lo scarto.

Elia arretrò automaticamente. Il corpo conosceva il codice.

Eppure, sotto il gesto corretto, sentiva un disallineamento.

Non era paura di essere ferito. Era la percezione che il duello non riguardasse l’accusa.

«Pronto?» chiese l’ufficiale.

Elia annuì.

Le lame si incrociarono con precisione calcolata. I colpi erano registrati in tempo reale. Ogni movimento tradotto in percentuale.

Elia vedeva i dati scorrere sul bordo della visiera: reazione 0.7 secondi, deviazione 3 gradi, rischio contenuto.

Tutto misurato.

Solo lui non sapeva più dove collocarsi.

L’ufficiale attaccò con un affondo rapido. Elia parò. Il metallo vibrò.

«Non è la tecnica che ti accusa» disse l’uomo tra un colpo e l’altro. «È il tuo modo di stare.»

Elia non comprese.

Tentò un contrattacco. L’algoritmo segnalò eccesso di spinta. Penalità lieve.

La distanza tra loro restava costante, perfetta.

Eppure Elia avvertiva che il centro si era spostato.

Forse non era fuori regola. Forse era fuori asse rispetto a un sistema che pretendeva coerenza assoluta.

«Sei distratto» disse l’ufficiale.

Era vero.

Non perché pensasse ad altro. Perché non riusciva a credere che la contesa potesse essere ridotta a parametri.

Un colpo lo sfiorò al fianco. Segnalazione acustica. Punto assegnato all’avversario.

La folla restava silenziosa.

Elia comprese che la distanza non era tra lui e l’ufficiale. Era tra il gesto e il senso del gesto.

Continuò a combattere secondo manuale. Movimenti corretti. Percentuali accettabili.

Quando il segnale finale decretò la sua sconfitta, le lame si spensero insieme.

L’ufficiale abbassò la spada.

«Vedi?» disse. «Ti manca allineamento.»

Elia tolse la visiera.

Non sapeva se gli mancasse disciplina o convinzione.

Sapeva solo che, pur restando dentro le linee, non coincideva con esse.

La distanza era stata rispettata. Il centro no.

E mentre la piazza tornava neutra, capì che nessuna tecnologia avrebbe colmato quello scarto interno, quella frattura che non appariva nei dati.

Una frattura che non si misurava in lame ma in una crescente estraneità.