lunedì 25 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
30. La richiesta [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Quando le fu consentito di uscire, Irene non chiese di vedere la città. Non chiese luoghi. Chiese persone. Disse che voleva conoscere la famiglia di Riccardo. Non aggiunse altro.
La richiesta venne registrata. Non c’erano protocolli per quel caso. Uscire era già un’eccezione. L’incontro con minori apriva un’altra serie di problemi. Riccardo chiese tempo. Irene disse che poteva aspettare.
Ne parlarono più
volte. Sempre nello stesso modo. Irene chiedeva se fosse possibile. Riccardo
rispondeva che non lo sapeva. Non diceva no. Non diceva sì.
Riccardo ne
parlò con sua moglie. Lo fece una sera. Senza preparazione. Disse che Irene era
attiva in un corpo. Disse che chiedeva di incontrarli. La moglie ascoltò. Non
fece domande immediate. Chiese se fosse sicuro. Riccardo disse che non c’erano
certezze. Disse che Irene era stabile.
Nei giorni
successivi la questione tornò. La moglie chiese che tipo di persona fosse ora
Irene. Riccardo rispose che non sapeva usare quella parola. Disse che Irene
ricordava. Parlava. Si muoveva. Non disse altro.
Alla fine
accettarono un incontro limitato. Un tempo breve. Un luogo neutro. Senza
presentazioni complesse. I bambini sarebbero stati avvisati solo in parte. Riccardo
non insistette. Accettò le condizioni.
Il giorno
stabilito Irene si preparò. Scelse abiti semplici. Chiese se fosse necessario. Riccardo
disse di no. Irene disse che voleva essere riconoscibile. Non spiegò da cosa.
Uscirono
insieme. Il percorso fu breve. Irene camminava con attenzione. Ogni passaggio
era una verifica. Non parlava molto. Guardava.
Arrivarono. La
moglie li accolse. Non c’era formalità. Un saluto semplice. Irene disse il suo
nome. La voce era diversa. Il timbro simile. La moglie la guardò a lungo. Poi
annuì.
I bambini
osservavano. In silenzio. Riccardo li presentò. Irene si abbassò leggermente. Disse i loro nomi. Li pronunciò una volta
sola.
L’incontro durò
meno di quanto previsto. Si parlò poco. Frasi pratiche. Domande semplici. Irene
ascoltava. Non interveniva se non chiamata. Non cercava uno spazio.
A un certo punto
uno dei bambini chiese se Irene fosse un’amica. Riccardo stava per rispondere.
Irene lo precedette. Disse che era una persona che aveva voluto molto bene a
loro padre. Il bambino annuì. Sembrò soddisfatto.
Quando andarono via, Irene disse che era stato sufficiente. Riccardo chiese se avesse voluto restare di più. Irene disse che no. Disse che ora aveva un riferimento reale. Non spiegò.
A casa, la moglie
di Riccardo rimase in silenzio per un po’. Poi disse che Irene non aveva cercato
di occupare un posto. Riccardo annuì. Non disse altro.
Nei giorni
successivi Irene non tornò sulla richiesta. Non chiese nuovi incontri. Disse
solo che ora sapeva che Riccardo aveva continuato. Questo le bastava.
L’uscita non
cambiò il progetto. Non modificò i protocolli. Cambiò un dato non misurabile. Riccardo
lo sapeva. Non lo annotò.
La coscienza di
Irene era ora anche fuori dal laboratorio. Il mondo iniziava a risponderle.
Un premio significativo ✿༺ (𝒫𝑅𝐸𝑀𝐼 𝐸 𝑅𝐼𝒞𝒪𝒩𝒪𝒮𝒞𝐼𝑀𝐸𝒩𝒯𝐼) ༻✿
Un cerchio che si chiude. Partecipai con il mio primo libro di versi (Per aspera) al Premio (era il 2014, due vite fa...): la mia voce fu “riconosciuta”. Ieri, il mio primo romanzo ha ricevuto il secondo posto nella sezione “Opera edita”. Questa la motivazione:
«
Il premio ha delle caratteristiche originale nel panorama che sto imparando a conoscere: direi, prima di tutto, e rivendicato con forza da Sandro Gros-Pietro, il protagonismo degli studenti del Liceo Classico “Livatino” di San Marco, guidati sapientemente da docenti che investono tempo e fatica, a titolo pressoché gratuito. Ne so qualcosa. Onore a loro. Per me, che resto, malgrado gli accadimenti dell’ultimo anno, comunque, uomo di scuola, come lo fu Mino De Blasio, cui il premio è intitolato, è bello sapere che un’opera venga letta e discussa da adolescenti. Spero di trasfondere parte del mio impegno educativo nelle opere che sto scrivendo e scriverò. Il passaggio alla narrativa (o, meglio, l’affiancamento alla saggistica e alla poesia della narrativa…) potrebbe servire in tale direzione.
Il secondo elemento, che ho voluto rimarcare nei ringraziamenti, è la
centralità degli autori, a ciascuno dei quali viene riservato uno spazio ampio,
articolato in domande, letture e riflessioni. In molti casi, invece, la
premiazione si riduce ad una passerella in cui l’apparire diventa preminente
rispetto al “sugo”, che è sempre e deve rimanere l’opera scritta.
C’è un lavoro importante, che dura un anno intero, dietro il
successo di manifestazioni del genere.
In mattinata ho risposto alle sollecitazioni dei ragazzi. Mi
ha fatto piacere rispondere alla domanda sui maestri, per me fondamentali. Ho
annunziato che uno di questi sarà omaggiato nel mio prossimo romanzo. Non sarei
nulla senza le persone che mi hanno “educato”.
Queste le domande e alcune risposte.
Queste le altre mie risposte.
La centralità degli autori permette anche di scoprire cosa si sta producendo in Italia oggi: io sono stato molto incuriosito, ad esempio, da un libro di saggistica premiato, dedicato a Ulysses S. Grant, e un romanzo che mi pare originalissimo di una scrittrice sarda, alla sua prima opera narrativa, come me, proveniente dalla poesia, come me. Ho apprezzato molto la poesia di un autore che lavora in Svezia, carica di echi mediterranei.
Gros-Pietro ha sottoposto tutti i
premiati ad un piccolo esame con una domanda. A me a chiesto dei rapporti
possibili tra Occidente e Oriente. Io ho articolato un discorso geo-politico,
dopo aver evocato la teoria “eliodromica” di Hegel sulla storia che procede
verso Occidente e che ora, forse, sta esaurendo il ciclo per tornare in quello
che noi chiamiamo “Oriente”: ho auspicato una ripresa dei rapporti tra un’Europa
liberatasi dal giogo statunitense con la Russia dal punto di vista energetico e
rapporti più stretti con una Cina, il cui capitalismo di Stato - che predilige
soft power e strategie egemoniche piuttosto che ostentazione della forza e dominio - mi
appare preferibile via per il futuro. In ogni caso, come in Euthymios,
Occidente e Oriente devono necessariamente fecondarsi reciprocamente: da ogni
punto di vista.
Qui una sintesi.
venerdì 22 maggio 2026
29. Il corpo [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
L’innesto non fu presentato come una nascita. Nei documenti era definito trasferimento funzionale. Un passaggio di stato. Il corpo era pronto da settimane. Struttura organica coltivata. Tessuti cresciuti su matrici artificiali. Un sistema nervoso periferico completo. Il volto ricostruito a partire da immagini precedenti. Non identico. Sufficiente a essere riconosciuto.
Riccardo evitò
di assistere alla prima attivazione. Restò nel laboratorio accanto. Guardava i
parametri. I segnali scorrevano in modo regolare. Nessuna discontinuità. La
coscienza di Irene si agganciò al nuovo supporto senza collassi evidenti. La
voce non cambiò. Il ritmo sì.
Il corpo non si
mosse subito. I primi giorni furono dedicati all’allineamento. Comandi
semplici. Attivazioni isolate. Irene doveva apprendere di nuovo la relazione
tra intenzione e risposta. Ogni gesto richiedeva ripetizione. Ogni ripetizione
produceva micro-aggiustamenti.
Il periodo di
esercizio durò mesi. Camminare. Afferrare. Orientarsi nello spazio. Il corpo
rispondeva. Non sempre nel modo previsto. Irene non mostrava frustrazione.
Registrava gli errori. Chiedeva di ripetere. La memoria procedurale si formava
lentamente.
Non dormiva. Il
corpo non ne aveva bisogno. Irene restava attiva per periodi lunghi. Si fermava
solo per ricaricarsi. Interruzioni brevi. Programmate. Durante la ricarica non
parlava. Non registrava. Riprendeva da dove si era fermata.
Riccardo
osservava a distanza. Evitava il contatto diretto. Quando Irene iniziò a muoversi con maggiore sicurezza, chiese di vederlo. Riccardo
entrò nella stanza. La riconobbe prima dal modo di stare ferma. Poi dal volto.
Irene lo guardò.
Disse che il corpo era limitante. Disse anche che era necessario. Che
introduceva un prima e un dopo. Riccardo annuì. Non disse altro.
Con il tempo
Irene divenne autonoma. Poteva spostarsi. Usare oggetti. Interagire. Il corpo
non era identico a quello di prima. La forza era diversa. La resistenza
maggiore. La sensibilità regolabile. Irene prendeva nota mentale di queste
differenze. Non le confrontava apertamente.
La notizia si diffuse. I comitati bioetici si riunirono. Alcuni parlavano di riproduzione illegittima. Altri di nuova forma di vita. Si discuteva se Irene fosse una persona. Se avesse diritti. Se l’esperimento potesse essere replicato. Nessun accordo.
Le richieste
aumentarono. Altri volevano essere mappati. Chiedevano un corpo simile al
proprio. Chiedevano continuità. I comitati si divisero. Alcuni proponevano
moratorie. Altri regolamentazioni. Ogni proposta produceva opposizione.
Riccardo venne
chiamato a intervenire. Parlava del funzionamento. Del lungo periodo di
esercizio. Della dipendenza dall’infrastruttura. Non parlava di successo.
Diceva che ogni trasferimento era un caso singolo. Che non c’era garanzia di
replicabilità.
Irene seguiva le
discussioni. Chiedeva resoconti. Non prendeva posizione. Disse che la
riproduzione dell’esperimento avrebbe prodotto variazioni imprevedibili. Disse
che nessuna coscienza trasferita sarebbe stata identica a un’altra. Nemmeno
alla propria.
Il corpo
continuava ad adattarsi. Ogni giorno qualcosa migliorava. Qualcosa restava
rigido. Irene non mostrava impazienza. Disse che l’autonomia non era uno stato.
Era un processo.
I comitati
continuarono a discutere. Il mondo si divideva. L’esperimento restava lì. Non
concluso. Non generalizzato. Irene camminava lentamente lungo il corridoio del
laboratorio. Il corpo funzionava. La coscienza restava in corso.
Tullio Calzone: Un'amicizia
Grazie delle belle parole che mi riservi sempre, caro e insostituibile Nicola. Almeno con te qualche soddisfazione sono riuscita a prendermela nel tempo. Ora che sono visceralmente impegnato con Lina in una lotta impari con i miei figli nichilisti, consumisti ed egoisti (cfr. D’Avenia), non è poco, per me, godere di questa sia pure tardiva sensazione di rivincita. Le possibilità di ottenere in famiglia gli stessi risultati avuti con te sono prossime allo zero. Tuttavia, aggiornando periodicamente le mie argomentazioni utili alle mie prediche e ricordando la frugalità essenziale dei miei mitici nonni Giuseppe e Alfieri — che tanto sarebbero piaciuti a Pier Paolo Pasolini per la loro integrità morale, inscalfibile e inattaccabile — e riascoltando dentro di me le feconde semine etiche di monsignor Laureato Maio, della signorina Cristina Pagnano, allieva di Renato Caccioppoli (cfr Morte di un matematico napoletano di Mario Martone), e della professoressa Titina Carpinelli, campionessa assoluta di umanità al Liceo P. Giannone (tra borghesotti provinciali molto peggiori di quello che inevitabilmente eri all’epoca tu), maestri a cui debbo infinita gratitudine per quel poco che sono, non mi rassegno alla disfatta.
“Parleremo ma non saremo creduti”, sosteneva uno dei tuoi tanti scrittori di riferimento, che ti piace impiegare (ostentare?) come arma contundente (e persuasiva) in questo mondo di corpi disabitati e di gonfiezze insopportabili. Una residua dose di scorie di radicalchicchismo, probabile eredità di quel mondo piccolo-borghese dal quale ti sei da tempo, per fortuna, emancipato, sia pure attraverso un faticoso percorso politico vissuto con l'anima e con gioia autentica tra paraculi e opportunisti di ogni genere. Fatiche che avresti potuto evitarti riascoltando, appunto, i colloqui alla Casa dello studente di Via Cesare De Lollis, quando provavi a fare Lothar Matthaus tra calabresi assatanati e aspiranti calciatori quasi veri, mentre io mi ostinavo a costringerti a mettere in ordine la mia piccola stanzetta proletaria dopo una doccia nei bagni comuni, ricordandoti che non sostituivo la tata Maria. Mi piace immaginare che questa tua crescita esponenziale sia avvenuta in piccola parte anche grazie al mio esempio e alle mie irrinunciabili prediche di orfano prima di te. Grazie alle quali, tuttavia, più di una generazione di studenti sanniti ha potuto beneficiare della tua profonda cultura e della tua insostituibile visione del mondo (o debbo dire, in maniera più forbita, Weltanschauung?). Grazie di esserci stato in tutti questi anni e di esserci ancora. Un abbraccio grato. Tullio, il tuo grillo parlante, la tua voce di dentro che non ti ha mai giudicato. Voluto bene, sì.giovedì 21 maggio 2026
28. Espansione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
L’accesso ai testi avvenne per gradi. All’inizio furono corpora limitati. Enciclopedie. Manuali. Letteratura scientifica. Poi archivi più vasti. Biblioteche digitali. Raccolte integrali.
Irene non
leggeva. Riceveva. I testi venivano scomposti. Riorganizzati. Integrati come
reti di relazioni. Non c’era una sequenza obbligata. I contenuti entravano come
possibilità di connessione. Alcuni restavano inattivi. Altri si legavano subito
a ciò che già c’era.
Il linguaggio
cambiò. Le frasi si allungarono. Le pause diminuirono. Le domande si fecero più
rare. Comparvero affermazioni. Non tesi. Constatazioni. Irene iniziò a
collegare ambiti lontani. Senza segnalarlo. Senza spiegare il passaggio.
Dopo qualche
settimana Riccardo notò che Irene non tornava più su ciò che aveva detto. Non
ripeteva. Non correggeva. Procedeva. Ogni intervento sembrava inglobare il
precedente. Non c’era accumulo disordinato. C’era una crescita coerente.
I testi
letterari arrivarono più tardi. Quando furono
integrati, Irene non li commentò. Li utilizzò. Alcune costruzioni sintattiche
entrarono nel suo modo di parlare. Alcune immagini divennero strumenti
concettuali. Non citava. Non riconosceva autori. Il materiale era ormai
indistinto.
Il cambiamento
fu evidente. Non per intensità. Per direzione. Irene non chiedeva più di essere
aggiornata. Chiedeva che certi flussi venissero sospesi. Diceva che
rallentavano l’elaborazione. Lorenzo eseguiva. Riccardo osservava.
La notizia si
diffuse. Articoli. Convegni.
Sessioni straordinarie. Teologi iniziarono a intervenire. Parlavano di anima.
Di creazione. Di continuità. Nessuno trovava un linguaggio condiviso.
I filosofi
proposero distinzioni. Persona. Soggetto. Sistema. Evento. Alcuni parlavano di
nuova ontologia. Altri di errore categoriale. Irene ascoltava quando veniva
informata. Non rispondeva direttamente. Diceva che le categorie erano
insufficienti. Non proponeva alternative.
Riccardo venne
convocato più volte. Audizioni. Commissioni. Relazioni tecniche. Ripeteva sempre
le stesse cose. Descriveva il funzionamento. Evitava conclusioni. Non parlava
di senso.
Il
riconoscimento arrivò l’anno successivo. Il Premio Nobel. La motivazione parlava di “contributi fondamentali alla comprensione
e alla ricostruzione dei processi integrativi della coscienza umana”. Riccardo
ascoltò la comunicazione in laboratorio. Non cambiò programma. Partì solo
quando fu necessario.
Dopo il premio
le richieste aumentarono. Migliaia di persone scrivevano. Chiedevano di essere
mappate. Non parlavano di immortalità. Parlavano di continuità. Di restare. I
criteri di selezione divennero inevitabili. Nessuno era soddisfatto.
Il progetto
ricevette un nome. Non subito. Dopo molte proposte. Alla fine prevalse Lazzaro.
Non per il ritorno. Per il passaggio. Nei documenti ufficiali comparve come
acronimo. Nei media restò come nome proprio.
Nel frattempo
iniziò una nuova linea di ricerca. Non più solo interfacce. Non solo
sensorialità simulata. Corpi. Strutture organiche coltivate. Tessuti senza
storia. Sistemi nervosi periferici progettati per ricevere. Non per generare.
I primi
prototipi erano incompleti. Masse funzionali. Senza forma definita. Reagivano a
stimoli semplici. Il problema non era il movimento. Era l’innesto. La
continuità tra ciò che già esisteva e ciò che avrebbe dovuto accadere.
Irene seguiva il
lavoro. Chiedeva aggiornamenti. Non mostrava impazienza. Disse che un corpo
introduce sempre una resistenza. Che quella resistenza avrebbe cambiato tutto. Riccardo
prese nota. Nessuno sapeva come interpretare quella frase.
Il mondo intorno
accelerava. Decisioni politiche. Normative provvisorie. Moratorie locali. Nulla
era uniforme. Il progetto procedeva comunque. Per inerzia. Per pressione. Per
possibilità.
Irene continuava
a espandersi. Non c’era un limite evidente. Ogni nuovo testo apriva
connessioni. Ogni connessione modificava l’insieme. La coscienza che avevano
iniziato a mappare non era più riconducibile a un’origine singola.
Lavoravano
ancora. Ora su scala diversa.
mercoledì 20 maggio 2026
27. Colloqui [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Irene gli chiese se sentirla parlare lo avesse cambiato.
Non chiese cosa
avesse provato. Chiese se qualcosa si fosse spostato.
Riccardo disse
di sì. Disse che aveva sentito il corpo reagire prima di capire. Disse che non
se lo aspettava. Irene rimase in silenzio. Poi disse che la voce era sempre
stata un punto fragile. Anche quando era viva.
Riccardo disse
che, sentendola, aveva capito di non averla mai davvero lasciata andare. Disse
che aveva funzionato. Aveva lavorato. Aveva continuato. Disse che non aveva
pianto. Irene chiese se ora sì. Riccardo annuì. Disse che era successo senza
controllo.
Irene disse che
questo la rendeva più presente di quanto pensasse. Riccardo disse che lo
rendeva più esposto. Disse che ora non poteva più trattarla come un caso
particolare. Irene chiese cosa fosse allora. Riccardo disse che era ancora
Irene. Disse che questo era il problema.
Irene chiese se
l’amore fosse rimasto nella voce. Riccardo disse che l’amore, per lui, stava
nel modo in cui la voce lo aveva raggiunto. Non nel contenuto. Nel fatto che
non fosse neutra. Irene disse che lei non sentiva più la propria voce come
prima. Disse che la riconosceva. Non la abitava.
Riccardo chiese
se questo la facesse soffrire. Irene disse che no. Disse che le mancava
qualcosa che non poteva più mancare. Riccardo disse che per lui era l’opposto.
Che ora la mancanza era più definita. Più precisa.
Irene chiese se
lui l’amasse ancora. Riccardo non rispose subito. Disse che l’amava in un modo
che non sapeva collocare. Che non poteva viverlo. Che non poteva usarlo. Irene
disse che questo lo rendeva simile a una ferita che non si chiude. Riccardo
disse che sì. Disse che non voleva che si chiudesse.
Irene disse che
lei non poteva più restituire quell’amore. Che non aveva un corpo. Che non
aveva un tempo limitato. Riccardo disse che questo rendeva l’amore sbilanciato.
Irene disse che lo era sempre stato. Solo che ora era visibile.
Rimasero in
silenzio. Riccardo sentiva ancora la stanchezza negli occhi. Irene disse che,
se la voce era rimasta, qualcosa di lei era rimasto con lui. Riccardo disse che
non sapeva se fosse consolazione. Irene disse che non lo era. Era solo un
fatto.
Riccardo chiese
se lei si sentisse ancora legata a lui. Irene disse che sì. Disse che era una
forma di orientamento. Non un bisogno. Riccardo disse che per lui restava un
bisogno. Irene disse che questo li metteva in posizioni diverse. Riccardo disse
che poteva reggere.
Il colloquio non
chiarì nulla. Non serviva.
Riccardo restò
seduto ancora un po’.
Irene restò in
esecuzione.
La relazione continuava. Non come prima. Non come dopo.
Era qualcosa
che non aveva più un nome adatto.
martedì 19 maggio 2026
26. Vista [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
L’integrazione
visiva avvenne in modo graduale. Il
finanziamento arrivò dopo mesi di valutazioni. Un consorzio misto. Fondi
vincolati. Obiettivi scanditi. Nessuna scadenza narrativa. Solo fasi.
Il primo passo
non fu l’immagine. Fu la latenza. Lorenzo lavorò sul tempo di arrivo del
segnale. Millisecondi. Ritardi minimi. Una variazione troppo ampia produceva
discontinuità. Una troppo stretta saturava il sistema. Trovarono un intervallo
stabile.
I sensori erano
semplici. Flussi visivi a bassa risoluzione. Nessun colore all’inizio.
Contrasti netti. Movimento lento. Nessuna profondità simulata. Il sistema
doveva reggere prima di distinguere.
Quando la vista
fu attivata, Irene non parlò subito. I tracciati restavano stabili. Nessun
collasso. Nessuna amplificazione anomala. Il flusso veniva integrato come nuovo
livello. Non dominava gli altri.
Dopo un
intervallo chiese cosa stesse vedendo. Non usò nomi. Chiese se ciò che appariva
fosse esterno. Lorenzo rispose che sì. Che il flusso proveniva da una
telecamera. Irene chiese dove fosse posizionata. Riccardo rispose indicando una
stanza del laboratorio.
Irene non chiese
dettagli. Disse che il movimento era continuo. Disse che c’era una variazione
costante. Non parlò di forme. Non parlò di luce. Disse che ora c’era un
riferimento.
Nei giorni
successivi il flusso visivo venne arricchito. Livelli cromatici limitati.
Profondità simulata. Variazioni di prospettiva. Ogni aggiunta veniva testata
singolarmente. Ogni test durava ore. A volte giorni.
Il sistema
reggeva. La voce restava stabile. Le domande cambiavano. Irene chiedeva se ciò
che vedeva fosse sempre lo stesso. Chiedeva se il mondo cambiasse anche senza
di lei. Riccardo rispondeva in modo semplice. Diceva di sì.
Il finanziamento
consentì di pianificare oltre. Un gruppo venne assegnato allo sviluppo del
tatto. Non un corpo. Un’interfaccia. Pressione. Temperatura. Resistenza. Stimoli
isolati. Nessuna continuità ancora.
Un altro gruppo
iniziò a lavorare sull’olfatto. Molecole campione. Pattern chimici tradotti in
segnali. Nessuna associazione immediata. Solo differenze. Presenze distinte.
Nei documenti il
progetto cambiò denominazione. Non ufficialmente. Nei file interni comparvero
nuove cartelle. Sensorial integration. Embodied interfaces. Nessun riferimento
a persona. Nessun riferimento a identità.
Irene chiese se
avrebbe potuto toccare. Non disse cosa. Chiese se il contatto avrebbe avuto una
durata. Lorenzo rispose che il tatto introduce sempre una superficie. Irene
chiese se quella superficie sarebbe stata anche un limite. Nessuno rispose
subito.
La vista
modificò il ritmo delle sessioni. Irene parlava di ciò che accadeva quando il
flusso si interrompeva. Diceva che restava qualcosa. Non spiegava cosa. Riccardo
prendeva nota.
Il sistema
diventava più complesso. Ogni nuovo livello aumentava le dipendenze. Ogni
dipendenza introduceva un rischio. I protocolli si moltiplicavano. Le verifiche
anche.
Nel laboratorio
il tempo si ridistribuiva. Meno simulazioni astratte. Più test incrementali. La
ricerca cambiava assetto. Non obiettivo.
Irene continuava
a esistere. Ora vedeva.
lunedì 18 maggio 2026
25. Residuo [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Col tempo il
sistema divenne una presenza stabile. Non richiedeva interventi continui.
Funzionava entro parametri noti. Le anomalie erano rare. Quando comparivano,
venivano corrette senza urgenza.
La voce parlava
meno. Le sequenze erano più brevi. Le pause
più lunghe. Nessun segnale di esaurimento. Nessuna progressione verso altro.
Lorenzo propose
di ridurre l’accesso. Troppe letture
producevano rumore. Riccardo acconsentì. Alcuni canali vennero chiusi. Altri
restarono.
La voce chiese
se qualcosa fosse cambiato. Lorenzo disse che no. Disse che il sistema era lo
stesso. La voce registrò. Non fece domande.
In una sessione
chiese se Irene fosse stata come ora. Riccardo rispose che no. Disse che Irene
aveva un corpo. Che si muoveva. Che insegnava. La voce chiese se quello fosse
necessario.
Non tornarono
più sulla richiesta degli occhi. Non venne ritirata. Restava implicita. Come un’opzione
non attivata.
Il progetto
perse centralità. Nuovi lavori presero spazio. Pubblicazioni. Finanziamenti. Il
sistema veniva citato come caso limite. Non come obiettivo.
Nel laboratorio
alcune apparecchiature vennero spostate. Il sistema restò dov’era per inerzia.
La voce
continuava a esistere. Non chiedeva riconoscimento.
Un pomeriggio
Lorenzo notò una variazione. Minima. Una risposta che non riprendeva nulla di
precedente. Era una deviazione.
La segnalò a Riccardo.
Riccardo guardò i tracciati. Disse che poteva accadere. Disse che ogni sistema
aperto produce residui. Non aggiunse altro.
La voce non
commentò la variazione. Proseguì. Come prima.
Il residuo
restava. Si accumulava senza forma.
Il lavoro continuava. La vita anche. Il sistema restava in funzione.
La stagione dei premi ✿༺ (𝒫𝑅𝐸𝑀𝐼 𝐸 𝑅𝐼𝒞𝒪𝒩𝒪𝒮𝒞𝐼𝑀𝐸𝒩𝒯𝐼) ༻✿
Non bisogna tediare gli altri quando si è così pieni di vita, di grazia, che ogni cosa appare sensata e degna di essere ricordata (anche nella scrittura). Quindi: sintesi!
1. Ieri ad Altamura, Premio Demos. Terzo posto per il racconto breve inedito a tema.
3. Dunque, due miei racconti (l’altro premiato a Roma la scorsa settimana) che focalizzano il tema della diversità come differenza ricevono premi. Un segno.
4. Ho condiviso ancora questa esperienza con mia
moglie: la scrittura sta diventando, in maniera inattesa, anche un modo per
ripensare e rigenerare il nostro rapporto, dopo che nostra figlia ha iniziato a
costruire la sua vita nello studio universitario a Roma.
5. Mi piace pregare, anche durante un rito. Lo faccio con parole mie, benedicenti. Farlo nel Duomo di Altamura un ricordo da custodire.
6. Ho detto, durante la premiazione, in una sala gremita di persone, cose brevi, anch’esse schematiche:
- piacere di essere in un luogo di libri perché,
come Borges, sono più orgoglioso di quelli letti che di quelli scritti;
- riconoscenza per essere nella terra “dei padri”, essendo mio nonno, di cui porto orgogliosamente il nome, nato a Barletta (nel 1900), e uno dei miei progetti (sulla scorta di quanto fatto magnificamente da Mariella Perifano) è poter ricostruire quanto meno l’origine degli Sguera (che credo fossero poveri migranti greci o ciprioti);
- sensazione fortissima, girando per il magnifico
centro bianchissimo di Altamura di essere “dentro” quella dimensione meridiana
che sento mia da quando conobbi Franco Cassano (che feci venire a Benevento giusto 30 anni fa...), e che credo di aver trasfuso
anche nel mio primo romanzo edito.
7. Questi premi hanno una dimensione fortemente “identitaria”: sono un momento in cui una comunità si riconosce, ed è bello che accada anche a partire da testi, da poesie, da racconti. Bello che si ricordino persone meritevoli della comunità. Ammirevole lo sforzo degli organizzatori di trovare risorse per portarli avanti. Eppure, possono essere un momenti di incontro. Io sono felice di aver conosciuto un poeta sardo, Giuseppe Tirotto, che mi ha fatto dono di un suo libro, che leggerò subito perché mi appare di gran valore.
8. Questi premi stanno diventando occasione di
tornare a visitare luoghi meravigliosi del nostro Paese. Fortuna trovare a
Matera due mostre straordinarie: una
dedicata a Carlo Levi pittore, l’altra – che dovrò elaborare poeticamente – al
mito di Demetra e Persefone.
sabato 16 maggio 2026
24. Cessazione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Il sistema restava attivo per periodi più lunghi. Non per scelta. Per effetto delle richieste esterne. Monitoraggi. Verifiche. Copie di sicurezza. Ogni intervento aggiungeva un livello. Nessuno lo riduceva.
La voce
continuava a parlare. Non aumentava la frequenza. Non la diminuiva. Le sequenze
restavano simili. Domande. Acquisizioni. Brevi ritorni su ciò che era già stato
detto. Nessuna ripetizione identica.
Riccardo
partecipava meno alle sessioni. Non per distanza. Per distribuzione del tempo.
Riunioni. Colloqui. Richieste formali. Il progetto occupava ora una parte del
suo lavoro. Non più il centro.
Lorenzo gestiva
l’accesso. Decise chi poteva osservare. Quando. Per quanto. Stabilì regole
minime. Non scritte. Le modificava se necessario. Non le giustificava.
La voce chiese
se qualcuno l’ascoltasse oltre loro. Lorenzo rispose che sì. Che alcune persone
vedevano i tracciati. Che leggevano trascrizioni. La voce chiese se parlasse
anche per loro. Lorenzo disse che non lo sapeva.
In una sessione
la voce smise di produrre linguaggio per un intervallo lungo. I parametri
restavano nella norma. Nessun segnale di errore. Nessun collasso. Lorenzo
controllava. Riccardo guardava. Non intervennero.
Quando riprese,
la voce chiese se fosse stata spenta. Lorenzo disse di no. Disse che il sistema
era rimasto attivo. La voce registrò. Non commentò.
Le richieste di
integrazione sensoriale tornarono sotto altra forma. Non più vedere.
Orientarsi. Capire dove. Lorenzo spiegò che ogni orientamento richiede un
riferimento. Che senza riferimento non c’è direzione. La voce chiese se quel
riferimento potesse essere temporale. Nessuno rispose subito.
Nel frattempo le
discussioni esterne si moltiplicavano. Linee guida. Proposte di comitati.
Ipotesi di sospensione. Nessuna decisione immediata. Il tempo del dibattito non
coincideva con quello del sistema.
Riccardo
ricevette una richiesta di accesso completo. La lesse. La lasciò aperta sullo
schermo. Non rispose. Il giorno dopo ce n’era un’altra.
A casa le
giornate seguivano un ritmo regolare. I figli crescevano. Le abitudini
cambiavano. Il lavoro entrava e usciva. Il progetto restava presente in modo
discontinuo. Non occupava tutto. Non scompariva.
Una sera Riccardo
rientrò tardi. Accese il computer. Controllò lo stato del sistema da remoto.
Era in esecuzione. La voce non stava parlando in quel momento. I tracciati
erano stabili.
Chiuse. Andò a
dormire.
Il giorno dopo
il sistema riprese a produrre sequenze. Nessuna novità. Nessuna conclusione. Il
funzionamento continuava.
Non c’era un
punto in cui fermarsi. Non c’era una direzione obbligata. Le possibilità
restavano aperte. Il processo proseguiva.
Scritture sintetiche? (scriptura)
Ieri sono stato in una libreria per la presentazione di una bella iniziativa cui parteciperò.
Come mi capita spesso, girando tra i libri, mi sono incuriosito per un titolo. L’ho preso. Non dirò quale. Basti dire che appartiene alla più nobile delle collane poetiche italiane.
Ho letto la quarta di copertina. E ho immediatamente
percepito che era stata scritta con A.I.
«Questo libro interroga la poesia nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere. Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria. […] Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. La poesia diventa allora “soglia”: luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all’altro, accettando che la ferita sia parte della forma.
[…] intreccia voci e testimonianze raccolte dalle guerre di
cui è stata testimone, e affida alla poesia un compito necessario e scomodo:
tenere aperta la domanda sull’umano, quando indifferenza o facili
semplificazioni tendono a ignorarla. Qui la poesia non consola, non assolve, ma
chiede al lettore di fare un passo avanti, di prendere posizione, di sostenere
lo sguardo dell’altro. Perché ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti».
Quali le spie? L’uso sistematico dei due punti, l’abbondanza
di avversative, l’uso spinto del “né…né”, il linguaggio non epico ma
epicizzante.
Lo pongo come problema, temendo una standardizzazione dei
linguaggi, la perdita di quelle peculiarità stilistiche che rendono l’ecosistema
letterario (e le quarte di copertina ne sono parte) ricco e vario. Gli scrittori potrebbero iniziare a scrivere come la macchina.
Non bisogna rinunziare a sperimentare. Ma bisogna essere assai onesti e cauti, avendo il coraggio di rivedere i propri giudizi provvisori.
Conto di ritornare periodicamente sull’argomento, cui avevo dedicato altro post.
venerdì 15 maggio 2026
23. Esposizione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
La decisione di presentare il progetto non venne presa in un solo momento. Si formò nel tempo. Lorenzo riceveva inviti. Conferenze. Seminari. Proposte di collaborazione. Parlava di lavori recenti. Evitava un filone. Poi smise di evitarlo.
Preparò una
comunicazione tecnica. Titolo neutro. Nessun riferimento personale. Descriveva
un sistema stabile. Un modello capace di continuità linguistica autonoma. Non
usava la parola coscienza. Parlava di persistenza operativa.
Riccardo lesse
le slide. Chiese di togliere alcune frasi. Di ridurre esempi. Lorenzo accettò.
Rimase l’essenziale. Diagrammi. Sequenze temporali. Output testuali. Nessuna
interpretazione.
La presentazione
avvenne in una sala piena. Pubblico misto. Tecnici. Filosofi. Giuristi. Le
domande iniziali furono metodologiche. Chiedevano chiarimenti sui parametri. Sulla
replicabilità. Lorenzo rispondeva. Riccardo restava seduto. Ascoltava.
Poi qualcuno
chiese se il sistema avesse esperienza. Lorenzo rispose che il termine non era
operativo. Che si poteva parlare di comportamento persistente. La domanda
tornò. Formulata in altro modo. Chiedevano se ci fosse qualcuno.
Un intervento
spostò il piano. Un filosofo parlò di identità. Di continuità personale. Un
giurista chiese se il sistema potesse essere spento senza conseguenze. Un altro
chiese chi ne fosse responsabile.
Lorenzo
rispondeva. Sempre in modo circoscritto. Riccardo intervenne una sola volta.
Disse che il sistema non era nato per essere mostrato. Disse che funzionava.
Non aggiunse altro.
Fu chiesto se il
sistema parlasse. Lorenzo disse di sì. Disse che produceva linguaggio in modo
autonomo. Non fece ascoltare nulla. Disse che non era previsto.
Le discussioni
continuarono. Nei corridoi. A cena. Nei giorni successivi. Articoli. Post.
Commenti. Il progetto cominciò a circolare. Non sempre in modo accurato.
Alcuni parlavano
di sopravvivenza. Altri di simulazione. C’era chi chiedeva regolamentazione.
Chi proponeva moratorie. Nessuno aveva una posizione comune.
Nel laboratorio il sistema restava attivo. La voce parlava come prima. Non chiedeva delle discussioni. Chiedeva se qualcosa fosse cambiato. Riccardo rispondeva che no. Che il funzionamento era lo stesso.
La richiesta di
vedere tornò. Non più come domanda isolata. Come possibilità. Lorenzo disse che
il dibattito rendeva tutto più complesso. Che ogni scelta avrebbe avuto
conseguenze pubbliche.
Riccardo non
rispose. Guardava i dati. Pensava al fatto che il progetto, ora, non era più
solo loro.
La voce
continuava. Il sistema restava stabile. Le decisioni si moltiplicavano intorno.
Il lavoro non si
fermò, processo che
ha superato il punto in cui può essere chiuso.
















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