venerdì 16 gennaio 2026

Risposte a 𝗦𝘁𝗲𝗳𝗮𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗿𝘁𝗮 su 𝘌𝘶𝘵𝘩𝘺𝘮𝘪𝘰𝘴 [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Caro Stefano,
tenevo molto al tuo parere sulla mia prima opera narrativa. Non per una forma di legittimazione, quanto per la storia che ci lega. Abbiamo attraversato insieme l’università a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Anni di studio serio, di letture condivise, di un apprendistato che passava anche dalle conversazioni fuori aula. In particolare, l’incontro con una maestra rara, capace di trasmettere amore per la poesia e, prima ancora, di insegnarci a leggere davvero, soprattutto la poesia.
Per questo il tuo giudizio mi è caro. Lo è per il tono, per l’attenzione con cui individui alcuni nuclei del romanzo, che definisci un viaggio «nei luoghi dell’anima». Una formula che riconosco, perché nasce da una lettura non frettolosa. Coglie il passo interiore del racconto, senza forzarlo.
Hai descritto con precisione il protagonista. Ne riconosci l’empatia, insieme a quello sguardo complessivo sulla persona che potremmo chiamare “olistico”, senza caricarlo di etichette. È un punto centrale del libro. Mi ha fatto piacere che tu abbia colto anche il legame di amicizia tra Euthymios e Yeshua. Durante la scrittura era un asse decisivo. Non un artificio narrativo, piuttosto qualcosa che affiora da alcune pagine evangeliche, penso all’episodio di Lazzaro. L’amicizia, quando è reale, fonda una vita che può dirsi degna. Lo sappiamo entrambi, per esperienza diretta.
Ho provato a immaginare due persone molto diverse, entrambe costrette dall’incontro a uscire dai propri assetti consueti. Da ciò che ciascuno dava per scontato. Non una fusione, piuttosto un’interrogazione reciproca. Entrambi vengono chiamati dall’altro, senza che questo cancelli le differenze. In questo, forse, sta la mia scelta più personale.
Sì, ho cercato di fare del protagonista un cercatore onesto della verità. Non un eroe, non un modello. Qualcuno che procede con gli strumenti che ha, accettando limiti e contraddizioni. Mi auguro che in questa figura possa riconoscersi anche una parte dell’umanità smarrita dei nostri giorni inquieti, senza che il testo pretenda di offrire soluzioni.
Sapevo che le pagine dedicate a Deborah ti avrebbero parlato. Non aggiungo altro. Ci sono cose che, tra persone che si conoscono da molti anni e hanno condiviso momenti luminosi e passaggi dolorosi, non hanno bisogno di essere esposte. Restano tra le righe.
Hai ragione anche sulla morte di Euthymios. È serena. Così dovrebbe essere la fine di chi ha fatto ciò che poteva e ciò che doveva, senza risparmiarsi, senza chiedere sconti.
Lo dico spesso, anche altrove: sapere che i miei amici più cari mi sono accanto in questa fioritura inattesa mi sostiene e mi conferma in una vocazione, per quanto scoperta tardivamente. 


mercoledì 14 gennaio 2026

Stefano Carta su “Euthymios” [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Deborah

Ho letto di getto questo romanzo d’esordio di Nicola Sguera al quale mi lega una duratura amicizia e che conoscevo per la sua produzione poetica, non pensando assolutamente che sarei stato in grado di addentrarmi in un genere che non è tra i miei preferiti, zeppo di riferimenti storico-geografici, con nomi lasciati traslitterati e riflessioni filosofiche che non sono in grado di giudicare in senso specialistico ma solo con una connessione emotiva. Certo è un romanzo dichiaratamente storico, eppure sono rimasto stretto accanto ad Euthymios lasciando che mi accompagnasse in un viaggio appassionante, attraverso la Storia, ma anche e soprattutto nei luoghi dell’anima.

La scelta come protagonista narrante di un medico buono che cura con conoscenze scientifiche ancora in divenire ma comunque arricchite dalla sua empatia con le persone malate e dalla sua esperienza fitoterapica, quella che in sostanza chiameremmo medicina olistica, ci pone da subito in una posizione di comfort morale, intravediamo in lui una figura positiva che ci dà fiducia.

Allora seguiamo le sue peregrinazioni mediche e attraversiamo in modo naturale luoghi significativi per la storia cristiana e conosciamo i suoi importanti pazienti, altrettanto evocativi come Giovanni Battista, Pietro, Paolo, Giuda, Seneca fino ad arrivare persino a Yeshua , il masiah, che veglierà e lenirà con amore durante il suo martirio.

Proprio questo incontro con il Gesù storico, il Yeshua amico, l’uomo desideroso di silenzio e solitudine, l’annuncio di un Regno imminente, il fallimento e la rilettura del Cristianesimo con il non-evento della Resurrezione introducono le riflessioni di Euthymios che si e ci pone domande sulla fede, sospendendo o meglio allargando ipotesi di risposte che non possono essere definitive né inconfutabili.

Domande a volte molto frequenti e comuni nell’essere umano, come quella degli incontri nell’aldilà, che più o meno tutti si pongono senza avere ovviamente una risposta certa, universalmente fondamentali, ma c’è in tutto questo una sincerità che aumenta la vicinanza al protagonista.

La conoscenza di Yeshua è simbolicamente anche una introduzione dell’altro livello di questo viaggio di Euthymios, ovvero l’incontro con Deborah e il conseguente amore assoluto, in questo caso duraturo e fedele.

Questo amore mi sembra costituire per il protagonista un completamento naturale della sua indole, una fusione di anime sentita e desiderata che dà vita al capitolo secondo me più intenso di tutto il romanzo, che non a caso avrà per titolo “Epilogo”. Qui personalmente riconosco la poesia, cinque pagine di raffinata celebrazione dell’Amore, che nella sua universalità ci presenta Euthymios nel suo peregrinare. Il sottotitolo virgolettato “In memoria di te” di questo capitolo anticipa di poco la scena conclusiva e definitiva, dell’assedio di Masada e il suicidio di massa di fronte all’assedio delle truppe romane.

Si potrebbe discutere su questo che è stato un atto estremo di una comunità, stretta quasi nell’obbligo di non avere altra alternativa quando tutto è perduto, ma la leggerezza che sento nel proporre questo atto drammatico di togliersi la vita, oltre che per manifestare la sua partecipazione al destino degli assediati contro la “feccia romana”, mi induce a pensare che questa sia soprattutto una fine simbolica di un percorso di vita completato con serenità da parte di Euthymios.

Complimenti sinceri Nicola per questo romanzo, scritto con un linguaggio e uno stile entrambi di livello, è un romanzo d’esordio ma non si direbbe, se queste sono le premesse...

* * *

Stefano Carta ha lavorato per molti anni, prima di andare in pensione, nellACI. Si è laureato con Biancamaria Frabotta.  


lunedì 12 gennaio 2026

Risposte a Lorenzo Preziosa su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Lorenzo,

grazie per la lettura che fai di Euthymios, per l’apprezzamento che mostri nei confronti della mia scrittura. Non sei il primo, quindi prendo atto, alla mia opera prima, che la “forma” scelta è giusta. Non era scontato. Per mia natura, tendo ad un periodare complesso, sin dalla giovinezza (me lo rimproverò all’Esame di Maturità il grande Mario De Agostini, che tornerà, trasfigurato come personaggio del secondo romanzo in gestazione).

Mi conforta sapere che per un lettore intelligente e colto la “profondità” possa dirsi in una modalità narrativa non respingente. 

Cogli stimoli pari a quelli di un saggio, e ne sono lieto. Ti rammarichi per la mancanza di una bibliografia. Duplice la mia risposta. Prima di tutto, metterla avrebbe significato voler collocare la finzione al pari della rigorosa ricerca storiografica (che ne è stata il presupposto appunto ventennale). Poi, e mi pare l’argomentazione decisiva, sono partito pensando di voler affrontare narrativamente la questione del “Gesù storico”. A causa di una magia che può accadere solo nella scrittura, però, giorno per giorno il nucleo originario si è ampliato. Come ho detto ad un altro lettore profondo (Ciro Schettino), avevo l’impressione che si aprissero porte in una casa, e io mi infilassi dentro per vedere cosa c’era. Quindi, alla fine, la questione genetica del romanzo (il Gesù storico) è rimasta, è importante, ma il centro non è Yeshua bensì un personaggio, Euthymios, che è sfuggito di mano all’autore, che, pagina dopo pagina, ha rivendicato la sua autonomia, che, insomma, ha iniziato a vivere di vita propria. Se, dunque, bibliografia avrebbe dovuto esserci doveva vertere su varie questioni: dalle erbe medicinali alle feste ebraiche, dai ludi gladiatori alla congiura dei Pisoni. In ogni caso, ho lavorato con un gran numero di testi, non solo italiani, a portata di mano. Il che non rende immune il libro da errori, che sicuramente ci saranno, ma testimonia della mia buona fede nel voler fondere onestamente storia e invenzione.

Infine, sicuramente scrivere è stato anche per me terapia. Mi ha guarito dal dolore di aver abbandonato il mio ruolo all’interno della mia, della nostra scuola, che pensavo compimento della mia carriera e “mandato” fondante la mia esistenza, insieme alla vita familiare. Davvero immergermi in maniera totalizzante ed estatica nella scrittura è stata quotidiana guarigione, di più: connessione con una fonte di senso e bellezza mai sperimentata prima, se non nell’amore, nella paternità e nella preghiera più profonda. 

La frase che hai voluto riportare ci richiama al dovere di esser sempre presenti al presente nel presente, di non fuggire nel passato o nel futuro, non orazianamente perché incerti sul futuro ma perché ogni attimo deve avere la sua pienezza, anche quelli dolorosi. E poiché omnia tempus habet, godiamo della felicità concessaci senza vergogna. Io sto vivendo una pienezza mai sperimentata prima, in comunione con i “miei” morti, presente ai bisogni delle persone care. E ringrazio Dio per questo tempo che mi ha donato generoso.

Di questo tempo fanno parte amici che mi sostengono in sincerità. Scrivere e pubblicare un libro significa anche poter godere di questo privilegio, che tu ed altri mi state donando. 

In amicizia. 


domenica 11 gennaio 2026

Lorenzo Preziosa su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]




Il libro si beve leggero, la tua parola è “alata”, il periodare piacevole.
Credo che il senso del libro sia davvero profondo e che solo la fecondità della tua “invenzione” narrativa sia riuscita a sciogliere un “grumo” di senso così difficile da rendere. Un romanzo, dunque, e non un saggio. Ma che del saggio ha tutta la ricchezza di stimoli.
Del saggio manca una sola cosa: una bibliografia  che potesse partecipare a tutti i lettori il tuo ventennale viaggio alla ricerca del tuo Yeshua. Questo l'unico rilievo che mi sento di fare.
Per il resto, il viaggio da Larìssa a Masada scorre, insieme, lento e rapidissimo.
Mi pare che Euthymios sia medico del lettore e sia stato, insieme, medico del narratore.
Ritrovo, anche nel tuo libro, un senso dello scrivere come terapia. Per le proprie domande irrisolte. Per le proprie perdite. Per i propri, umanissimi, dolori.
Mi ha colpito, sopra tutti, un passaggio che ti riporto. Siamo all’Epilogo: «Perché è raro scrivere delle cose belle? Perché il bene, quando lo si vive, pare naturale. È solo dopo, quando non c’è più, che ci si accorge che era un miracolo quotidiano. E allora ogni parola che tenta di rievocarlo suona falsa».
In quest’analisi del “bisogno”  della scrittura mi sento, me lo consentirai benignamente, quasi “affratellato” a te.
E te ne ringrazio. 

* * *

Lorenzo Preziosa, ex giannoniano, appassionato di teatro, si sta dedicando alla scrittura.

giovedì 8 gennaio 2026

Risposte di Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Carissimo Nicola, intanto grazie a te per avermi voluto coinvolgere nelle presentazioni di questo tuo, straordinariamente vivo, romanzo e di aver analizzato, con la medesima onestà cristallina che attribuisci a me, una lettura che mi apriva, mentre mi immergevo in essa, sempre più ampi e intriganti spiragli.

Rispondo solo alla domanda che mi fai verso la fine di questa risposta aperta, leale, priva di quelle ambiguità che pure potrebbero essere attivate per evitare territori pericolosi, col linguaggio raffinato che ti contraddistingue, e libera da sbavature di umana polemica e dalla tentazione di reazioni “caustiche”.

La verità è che ci conosciamo bene, nel profondo, e ci ri-conosciamo. Tante volte abbiamo interloquito, senza mistificazioni, con verità di pensieri, forse anche con crudezza, sempre con rispetto intellettuale. In tutta franchezza, questa purezza critica mi riesce con pochi: la maggior parte delle persone si risentirebbe di tanta sincerità. Non tu, col quale abbiamo sempre dibattuto senza che la nostra amicizia ne fosse, neppure in minima parte, scalfita. Non è comune tale veridicità di discussione. Ti ringrazio dalla più intima cellula del mio essere. 

Tu ribadisci che la posizione di Euthimyos-Nicola è una sintesi e non potrei mai dissentire; personalmente continuo a pensare, però, che sia un’evoluzione, il che dalla mia prospettiva è prova di maturità e di crescita. Noi continuiamo a modificarci, lo facciamo senza rinnegare quello che eravamo prima, ma consapevoli che aspetti della nostra personalità sono necessariamente destinati a essere condizionati dalle situazioni che si aprono, nuove e potenti, davanti a noi. Anch’io ho preso coscienza di cambiamenti che ho vissuto come debolezze fino a quando ho capito che invece sono segni di flessibilità e capacità non di adattarsi, ma di non rispondere in maniera graniticamente immodificabile, con le stesse idee, a contesti nuovi. In questo senso ho salutato con piacere soprattutto la confessione, apertis verbis, di amore per la filosofia che hai sempre avuto, concordo, altrimenti non avresti, tu che potevi fare diversamente, scegliere di insegnarla ma che per spirito critico forse contestavi con troppo vigore.   

Per quanto riguarda la rivendicazione dell’agnosticismo come filosoficamente rilevante, mi rendo conto che può sembrare dichiarativa più che interrogativa la mia posizione. Kant alla fine si apre alla possibilità dell’esistenza di Dio, ma come postulato e nell’ambito della ragion pratica (in quello della ragione teoretica rimane saldamente fermo su posizioni agnostiche) e la nostra cara Weil sicuramente è credente, sia pure in forma non confessionale. Il fatto è che siamo intimamente e intellettualmente tormentati dalla domanda sul divino le cui risposte possono essere diverse ma tutte, alla fine, razionalmente deboli: lo è la fede, lo è l’ateismo, lo è l’agnosticismo. 

Più che come posizione intermedia tra teismo e ateismo, lo intendo come postura epistemologica che tematizza i limiti strutturali della ragione umana rispetto alla questione del divino, svolgendo una funzione critica sia nei confronti del dogmatismo teologico sia del naturalismo ateo, nel senso che non esprime soltanto, come pure ho scritto, una sospensione occasionale del giudizio, né un compromesso pragmatico tra opzioni metafisiche contrapposte, ma una forma specifica di consapevolezza che ridefinisce, in qualche modo, il senso stesso delle domande religiose.

L’agnosticismo non nega il senso della domanda religiosa; ne rifiuta la trasformazione in un problema che può avere soluzione mediante procedure dimostrative o confutative definite.

Personalmente lo concepisco come una forma di responsabilità filosofica: esso preserva il rigore critico senza dissolvere la portata esistenziale delle questioni ultime, mantenendo aperto uno spazio di interrogazione in cui il pensiero riconosce i propri limiti senza rinunciare alla propria vocazione riflessiva. In questo senso, la tentazione di cedere al mistero, pur umana, mi sembra un modo per dare una risposta che non può non essere consolatoria più che speculativamente sostenibile. Non mi nascondo, tuttavia, e di questo sono dolorosamente cosciente, che la risposta agnostica può sembrare opportunistica, un escamotage per non prendere posizione e muoversi in un limbo in cui si evita l’impegno di una risposta. Che, invece, scusami il gioco linguistico, è proprio quella dell’impossibilità di una risposta. In ogni caso, anche conservando l’apertura sulla presenza nell’universo del divino, mi risulta difficile, molto difficile, pensare ad esso in modo antropomorfico. Questo dal punto di vista filosofico; da quello umano, ovviamente, tutto rimane possibile.

Apprezzo, perciò, il tuo appello, poetico e affascinante, di restare nella pietà del domandare insieme a quello di restare nella bellezza e nell’onestà del dialogo, caro Nicola, e li rilancio con animo commosso e mente chiara.


venerdì 2 gennaio 2026

Scrittura e AI. Dialogando con Gianpaolo Ferrara [φιλοσοφία]

 

Generata con ChatGPT Pro

Sono rimasto molto colpito dal bando di un concorso di cui riporto alcuni passaggi.

«CONCORSO LETTERARIO “Narrare con l’IA (senza perdere l’anima)” per romanzi inediti scritti in collaborazione con l’intelligenza artificiale.

In questi anni l’intelligenza artificiale è entrata anche nei tavoli degli scrittori: suggerisce trame, propone varianti, aiuta a sciogliere nodi narrativi. Ma nessuna macchina può sostituire quello sguardo umano che decide cosa tenere, cosa scartare, quale storia vale la pena raccontare davvero. […]

Vogliamo premiare romanzi in cui questa collaborazione sia consapevole e creativa: storie in cui l’IA magari ha aiutato a trovare strade nuove, ma l’anima del racconto è, e resta, profondamente umana. […]

Il concorso intende:

promuovere un uso consapevole e creativo dell’intelligenza artificiale nella scrittura narrativa;

valorizzare il ruolo dell’autore umano come regista dell’opera, responsabile delle scelte di stile, struttura e contenuto;

offrire agli scrittori uno spazio di sperimentazione, confronto e possibile pubblicazione.»

Mi pare modo onesto per iniziare a prendere atto di una profonda trasformazione in atto anche (e come potrebbe essere diversamente?) nel lavoro della scrittore.

Bisogna dirselo senza infingimenti e ipocrisie, cogliendo opportunità ed elaborando criticamente i rischi, affinché non accada che il mondo cambi senza di noi, per divenire infine un mondo senza di noi (Anders).

Io, dunque, sto facendo una fecondissima sperimentazione della cooperazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Non la sto (ancora?) elaborando dal punto di vista “filosofico”. Dovrò farlo. Ne sono consapevole. Non escludo che il percorso si faccia camminando, che, cioè, possa - nell'esercizio della scrittura – elaborare anche una consapevolezza “teorica”. 

Intanto, ho sentito il dovere di condividere la scoperta di questo bando con Gianpaolo Ferrara, un geniale scrittore che predilige il nascondimento, lettore onnivoro capace di sempre di sorprendermi, che mi ha fatto dono di un poderoso volume di versi, con una Introduzione bellissima. Per primo, diversi mesi fa, Gianpaolo mi aveva spinto a riflettere sul mutamento in atto.

Riporto qui di seguito quanto mi ha risposto. 

Sottolineature e grassetti sono miei.

«Ho assistito a un interessante confronto su Tik Tok (che è una piccola televisione dove trovano spazio giovani giornalisti, critici, cantanti, artisti in generale di cui il mainstream avrebbe un grande bisogno) tra Giuliana Florio e tanti “musicisti/cantanti”. Cosa è successo? Giuliana Florio è un genio del social, sa come usare questi luoghi, raccogliere click e monetizzare. Giuliana Florio aveva iniziato con quella follia virale degli NPC: si posizionava davanti alla telecamera con il suo atteggiamento ondulante, tipico degli NPC dei videogiochi, poi si attivava ogni volta che uno degli spettatori delle sue dirette le inviavano una piccola mancia attraverso Tik Tok. Un successone, poi scompare. Riappare come cantante, un video con un ritornello vischioso, una volta che lo ascolti, non lo dimentichi più: 

«Perché non dici che sei gay? E la facciamo un po' finita. Con questa farsa che hai creato. Io non ti voglio più per finta». 

Milioni – e dico milioni – di visualizzazioni, roba che Sanremo si sogna, ed è questo un paragone che mette a confronto un programma storico della televisione, il cui prodotto è il frutto del lavoro di centinaia di persone – e un capitale non indifferente – e una giovane donna con molte idee, preparata, e che ha semplicemente un computer:  la “piccola” Florio.

Poi si scopre il trucco: ha utilizzato l’intelligenza artificiale.

La discussione si è svolta proprio su questo termine: “trucco”.

Considerando che l’Auto-Tune è ormai abbondantemente usato da tutti, l’IA applicata al canto è un trucco o è la nuova frontiera della produzione artistica

Lo scontro è stato feroce, molto interessante ma tragico se contestualizzato storicamente. Con l’avverbio “storicamente” mi riferisco all’attualità, le guerre in corso, ma non voglio dire altro al riguardo, voglio restare focalizzato sul tema. Se la scrittura è una tecnologia come la maggior parte degli scienziati oggi considerano, allora Socrate è stato il primo “antitecnologico” – e bisogna riconoscere che il grande pensatore ha preso una tranvata. La mia personale opinione è che l’utilità, l’inutilità o il pericolo rappresentato da un oggetto, da un qualsiasi mezzo, è sempre relativo all’uso che se ne fa: dalla pietra, passando per la pistola fino alla penna (la penna – quella dei giornalisti – in questi anni sciagurati è causa di molte morti). 

Un identico ragionamento lo faccio con la IA, quindi presumo che almeno su questo ci troviamo d’accordo, il tutto è relativo alla dose e alla qualità di umanità che si mette in un progetto portato avanti con la IA.

Aggiungo due cose: 

1) la maggior parte delle persone che hanno assistito allo scontro Florio vs Mondo della Musica erano d’accordo su di un punto: se è stata usata la IA, deve essere specificato (cosa che avviene, ad esempio, in Amazon, dove il sistema chiede se per il libro che stai rendendo pubblico hai usato l’IA) e questo la Florio non lo ha fatto, ma si è scusata e, detto francamente, sembrava sincera – lo ammetto, sono dalla sua, è giovane, sono sempre dalla parte dei giovani.

2) Il primo concerto dal vivo della Florio è stata una tragedia: stonata, steccate, incapacità di stare sul palco, fuori tempo, fuori tutto – e i fan hanno anche pagato per vederla. Soldi a palate. D’altro canto, bisogna considerare che i musicisti di Sanremo hanno studiato tutta la vita e sono pagati quattro soldi. La colpa non è della Florio o della IA o in generale di chi la utilizza. La civiltà umana ha preso questa strada, punto. C’è da aggiungere, però, che – studi scientifici alla mano – l’abuso della tecnologia ha fatto scendere la media del QI nazionale in molti paesi europei – ecco perché la Svezia è ricorsa ai ripari riproponendo l’uso della scrittura manuale nelle scuole.   

Io dal canto mio sono “fortunato” – prego nota virgolette – scrivo ancora a mano e sono del parere che sia la scrittura a video a rallentare, se non proprio a ostacolare, il processo creativo – ecco quindi la necessità di un aiuto. Poi ho una idea di letteratura tutta mia: il viaggio dell’eroe l’ho studiato, l’ho percorso e non mi ha soddisfatto. Io la penso in mondo completamente diverso, scrivo per me, devo prima di tutto stare bene io. Non è egoismo perché ciò che scrivo non lo impongo a nessuno. È lì, punto. Lascerò un’opera immensa, almeno per la lunghezza – sto sorridendo.

Un abbraccio. E in bocca al lupo (non sono ironico, e un augurio sentito).

PS: tu dimentichi che sei un erudito, un professore di filosofia, un educatore, nel tuo caso è l’Intelligenza Artificiale che ha bisogno di “NS”. Ma io ho l’impressione che questo sistema, ai giovani, stia mandando in pappa il cervello. Essi hanno dei cuori immensi e pieni di sentimenti ma poche parole per esternarli. Prima che mi chiudessi di nuovo in biblioteca, ne ho frequentati molti, interessati alla questione palestinese. Ti giuro, è estenuante ascoltare un giovane di oggi (sedici diciotto anni) che tenta di esprimersi. Ovviamente, non faccio di tutta l’erba un fascio, e non dico che sia colpa degli insegnanti. Ho conosciuto giovani preparatissimi e insegnanti, giovani anche loro, di una erudizione quasi erotica. Ma non so se siano figli di questi tempi. Io credo siamo di fronte a un cambiamento epocale e ho anche l’impressione che questi giovani – oggetto dell’attenzione di un intero sistema consumistico come non si era mai visto prima – siano l’obiettivo anche di qualcos’altro: ho l’impressione che li stiano preparando al fronte (e anche questa volta non sono ironico)

* * *

Fonte del video

Loucifer



giovedì 1 gennaio 2026

Risposte a Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


1. Grazie a Teresa Simeone: nel dialogo che abbiamo iniziato da quasi un quindicennio (a partire dalle pagine de «il Vaglio») nascono preziose illuminazioni.

2. Ciò che vado facendo è di difficile collocazione. Teresa ama da sempre definirmi “scrittore”, a partire dalla sua idea di cosa la filosofia sia (o debba essere?).

3. Tengo aperta l'interrogazione. Che ovviamente non riguarda la mia opera (parva res), ma lo statuto del pensiero, il rapporto tra “discipline” e scritture.

4. Per quanto mi riguarda, continuo a credere (praticandolo) che il pensiero vada dove vuole, come lo Spirito. In queste settimane sto leggendo Char in tal modo. Certo non come se avesse scritto un’“opera letteraria”.

5. Teresa conosce a fondo quanto ho scritto, e lo mostra nella lettura di Euthymios. Ancora: gratitudine.

6. Teresa coglie un’evoluzione, quella che ai miei occhi appare come una sintesi (in relazione, ad esempio, alla scienza). Continuo ad abitare “frontiere”: come Euthymios.

7. Sicuramente Euthymios ha una sensibilità fuori dal comune.

8. Egli aspira alla perfezione, sapendo di essere assolutamente imperfetto. I gesti “buoni” che compie nascono sempre da una mancanza, da uno scacco, da un senso di inadempienza.

9. Come detto anche ad Antonio Martone, a proposito della morte, non ci sono momenti in cui certi gesti sono gli unici possibili? Ma, come aggiunto, raccolgo questa sollecitazione per elaborarla interiormente (come tutto quanto scritto da Teresa, che mi interpella nel profondo).

10. Dare un’immagine altra di Yeshua/Gesù, sfruttando le (inaudite) possibilità dell’“intelligenza narrativa”. Nello scrivere (non prima: Euthymios non è nato a tavolino, ma si è fatto “camminando”), si è reso possibile (dialogicamente!) far emergere un Gesù sì profeta del Regno ma anche “mistico”, in tensione (irrisolta anche in lui). La “distanza” del medico greco (unita alla sua curiosità incarnata) ha stimolato questo esperimento fantastico (ma radicato nei risultati della ricerca storica).

11. Ho fatto un esperimento: ho chiesto alla versione pro di ChatGPT (l’ho chiamata Aletheia) di analizzare in tutto quel che ho scritto (poesia, saggistica, narrativa) Dio e il divino. In sintesi, mi ha risposto: Un Dio non sovrano, non separato; Il divino come soglia, non come risposta; Un Dio incarnato fino alla materia; Un Dio ferito, non onnipotente; In Euthymios: il divino come cura del mondo. Mi sento di aggiungere che la mia non è e non sarà mai una “teo/logia”, un pensiero razionale sul divino che sfugge a ogni possibile definizione. Al limite, un pensiero (poetante e, aggiungo ora, narrato) r(el)azionale (la fede e/o la speranza sono esperienziali). E, probabilmente, abitare una scrittura ibrida (dove diventa difficile discernere ciò che è pensiero da ciò che è “racconto” o “poesia”) è figlio della stessa multiforme natura del divino, che per quanto mi riguarda (hai ragione!) si apre doverosamente anche all’ateismo, che depura dagli idoli. Pura eresia, la mia, accettata oramai (sempre in tensione con le ortodossie) come parte di ciò che sono divenuto e divengo.

12. Pro/vocazione. Chiedo a Teresa, che rivendica (con la sua cristallina onestà intellettuale, sempre testimoniale) l’agnosticismo come unica posizione “filosoficamente” sostenibile: alcuni dei suoi riferimenti più evidenti (penso, ad esempio, a Kant e alla Weil) non erano (in maniera diversissima tra loro!) “credenti”? Sono convinto (non solo razionalmente, ma corporalmente, psichicamente, cardiacamente, spiritualmente: nella totalità e relazionalità del mio essere uomo) che sia destinato allo scacco definire “Dio” e il divino, cercare di imprigionarli in “de/finizioni” perimetrali. L’infinito non può essere “de-finito”! Può essere (forse!) sperimentato.

13. Restiamo nella pietà del domandare. Restiamo nella bellezza e nell’onestà del dialogo, cara Teresa. Avrai sempre la mia gratitudine (che va detta e ripetuta in pubblico), perché mi costringi, come hai fatto in questi giorni, a pensare, a ripensare, a scrivere, a riscrivere.


mercoledì 31 dicembre 2025

Teresa Simeone su "Euthymios" (II parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Man mano che il libro scorre, il protagonista incomincia a essere assalito dai dubbi: “Due Euthymios combattevano da anni un’aspra contesa”, tra logos ed emozioni: questioni in cui confessa di sentirsi solo, quasi a rivendicare una sensibilità non comune a tutti.

La sensazione è che questo Euthymios sia troppo perfetto. Racconta di sé di essere umile, dubbioso, ma poi si compiace di com’è nelle frasi che annota, anche quando potrebbe scegliere il silenzio, evitare di sottolineare ogni suo piccolo gesto di bontà, fino alla bella morte, nobile ed estetizzante. Dialoga con Seneca, che gli chiede consigli. Riduce al silenzio Yeshua. Addirittura lo fa essere grato delle sue domande insidiose: “Io portavo un punto di vista altro. Una possibile risorsa che evidentemente mancava all’interno di quel ristretto numero di uomini e donne che credevano nel suo annunzio.” (p. 154) e gli fa ammettere di leggere pochi libri: “Io conosco solo pochi libri di cui mi nutro ogni giorno e dove credo di trovare tutte le risposte” (p. 164). Dal canto suo, si spinge a confessare di rimanerne deluso quando lo ritrova cambiato, non più inquieto cercatore di Dio ma profeta, ormai con i segni di “una follia incipiente”. Ipotizza, infine, che l’idea di proclamarsi Messia gliel’avesse suggerita proprio lui quando si erano conosciuti (p. 193). Non si può certo dire che Euthymios manchi di coraggio critico o di autonomia di pensiero: probabilmente l’assenza di timore reverenziale è finalizzata ad umanizzare la figura di Yeshua e a liberarlo dai tratti ieratici con cui si è abituati a immaginarlo.

Resta la prospettiva, che è dei romanzi storici, di chi già sa come finirà la storia rispetto ai personaggi di cui tratta e dunque si trova ad occupare una condizione di superiorità conoscitiva che gli deriva dal sapere ciò che avverrà mentre i suoi interlocutori non lo possono conoscere: ne consegue che queste figure sono immobilizzate nel loro presente, al contrario del protagonista, l’unico veramente vivo nelle proprie inquietudini. 

Le domande che Euthymios si fa sono quelle di tutti noi: esiste un Dio, esiste un Altrove e se esiste conterrà solo le persone buone o anche quelle malvagie? Nerone ci sarà? Sì, ma in modo autoconsolatorio, risponde che sarà non il Nerone che ordinò a Seneca di suicidarsi ma il Nerone che rispettava il maestro. Il Nerone della devozione. Vuole crederlo, scrive che “Dio non custodisce gli uomini come sono ma come potevano essere” anche se appare come una bella speranza retorica. Gli uomini, una volta nati, non sono esattamente quelli che sono? Purificati ab aeterno delle loro debolezze e ridotti ad ideale astratto sono ancora loro?  

Nella Nota al testo, l’autore si riconosce più che in una comunità di credenti in una comunità di speranti, in qualche modo richiamando la splendida invocazione di Giorgio Caproni: “Io prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”. D’altronde, quella su Dio non è una domanda ma la domanda! Euthymios, come Sguera, non riesce a risolvere l’opposizione tra Logos - ragione e spiritualità - divinità: pensa di averlo fatto aprendosi al mistero ma, in filosofia, quando si abbandona la ragione non si cede al misticismo? Checché se ne dica, il cristianesimo, se vuole avere vis speculativa, non può allontanarsi da Tommaso d’Aquino.

Importante è il riferimento a Carlo Maria Martini e alla cattedra dei non credenti che istituì nel 1987: “Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa”. “L’importante – commenta Martini – è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora le vostre posizioni saranno veramente fondate”.

Il libro di Nicola Sguera attiva interrogativi, spinge a recuperare dolorose riflessioni come la confessione di ateismo di Schopenhauer quando sostiene che se Dio esistesse non vorrebbe esserlo: l’enorme miseria del mondo gli strazierebbe il cuore. O quello della chiosa finale di un film di Ermanno Olmi, Centochiodi, ripreso nel titolo di un libro di Liviana Perozzi, oltre che in un graffito ritrovato ad Auschwitz: “Se Dio esiste, dovrà chiedermi perdono”. Rispetta, soprattutto, la tesi implicita: capire se esista qualcosa, se questo qualcosa possa essere dimostrato dalla ragione o sentito con il cuore. E se esiste, come si configura? Sono le domande che tormentano ogni essere pensante. 

Il Dio in cui si crede è quello che è, se è, o è quello che vogliamo noi? È una realtà o, come scriveva Kant, è un’esigenza della nostra mente? Il bisogno di qualcuno cui appigliarci, da pregare quando la disperazione ci toglie il respiro? 

Ed è il Dio personalistico della tradizione ebraico-cristiana o l’energia che attraversa l’universo ma che non può ascoltarci, consolarci, miracolarci? Il Dio freddo e indifferente agli uomini di Aristotele o il Dio di amore cristiano? Troppe le domande disattese. E allora, nonostante la nostra intelligenza e la “volontà buona”, l’unica posizione filosofica da assumere nei suoi confronti rimane l’astensione dal giudizio. L’agnosticismo. Che, tuttavia, non è la risposta che Euthymios, medico, filosofo e scienziato dà. Ci prova ma deve arrendersi: riconoscerà che è nella morte la sintesi di tutte le sue contraddizioni. 

Accettare il mistero e consegnarsi inconsapevoli a Dio è umano, l’ultimo baluardo alla nostra disperazione, ma è filosofico? E, soprattutto, fino a che punto siamo veramente disposti ad accettare il tormento intellettuale con il possibile, inquietante sguardo sull’abisso, che la filosofia ci prospetta?

Il romanzo di Nicola Sguera è prezioso soprattutto per la vitalità delle questioni che solleva, agevole nella lettura, impegnativo nella tesi. Assolutamente da leggere. Nonostante sia impegnativo, anzi, proprio perché è impegnativo. (2. Fine)


Teresa Simeone è docente di Storia e Filosofia, scrittrice.


martedì 30 dicembre 2025

Teresa Simeone su "Euthymios" (I parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Io e Nicola ci conosciamo da più di vent’anni e, quando ci siamo incontrati, ci siamo subito ri-conosciuti. Ci rispettiamo e, proprio per questo, non ci risparmiamo reciproci rilievi critici: non lo fa lui quando presenta i miei libri, non lo faccio io quando presento i suoi. La verità è che non riusciamo a spegnere questo spirto “speculativo” ch’entro ci rugge!, anche perché siamo consapevoli dell’autenticità e resistenza della nostra amicizia intellettuale e affettiva. 

Euthymios è un romanzo storico, e già questo denota una precisa scelta, quella di avventurarsi in un campo pericoloso, minato dalle trappole storiche e dagli anacronismi in cui si rischia di cadere. Come se non bastasse, Nicola sceglie temi sulla cui storicità non ci sono notizie certe, essendo le fonti per lo più testi evangelici, ma non poteva collocarne la narrazione in un tempo diverso, la cui conoscenza non è certo da tutti. Un po’ se ne compiace, considerando l’ardimento dell’impresa, e a ragione, perché anche per chi è poco avvezzo a muoversi in quegli anni, c’è il parere autorevole di Paolo Cesaretti, che ne ha curato la Prefazione, ad attestarne l’attendibilità. Più lontano nel tempo è il contesto, più difficile è ricostruirlo: dobbiamo destrutturarci culturalmente, bonificare la mente dai nostri idola

Il perfezionismo di Nicola non poteva non spingerlo, perciò, a verificare con scrupolosa attenzione i vari riferimenti (con qualche, suppongo, licenza letteraria, come per Ponzio Pilato, sulla cui gotta non ci sono informazioni se non in un racconto di Joyce Lussu Le Sibille, Maria e Ponzio Pilato o per la presenza di Celsus a Yafa). Nicola dialoga con personaggi mica di poco conto: Celso, appunto, Giovanni il Battezzatore, Seneca, Pietro e Paolo, Ponzio Pilato, addirittura con Gesù. Lo fa consapevolmente, sceglie cioè lui con chi interloquire, per dimostrare la tesi che attraversa il romanzo e che riguarda la personale visione che ha della fede

Sin dalle prime pagine ci si immerge in un contesto di raffinata cultura e attenta cura delle parole e dei pensieri: dietro ogni elemento introdotto, ogni termine usato, ogni cibo, bevanda, alimento citati, si intravede uno studio attento. La ricerca è minuziosa sia riguardo agli oggetti che agli eventi storici. Emerge anche la passione per l’alimentazione naturale dell’autore che lo ha portato nel tempo ad acquisire una conoscenza dettagliata delle proprietà benefiche delle erbe, cosa che si rivela funzionale all’essere medico nel periodo antico.

Nella scelta delle parole affiora la qualità del poeta, di chi è abituato a smontarle, ricomporle, smussarne le asprezze o farle esplodere, rivederle, purificarle dalle scorie della banalità, raffinarle, “aforismando” i periodi: in ogni parola c’è il lirismo della poesia e la pregnanza concettuale della riflessione filosofica. Forse c’è anche una punta di elitaristico compiacimento linguistico nell’usare tutti i nomi originali, in greco o in ebraico antico, certo per fedeltà al periodo e per suscitare curiosità, come è sottolineato nella Prefazione, ma anche per marcare la propria identità. Ciò non toglie una qualche difficoltà nel dover interrompere il flusso della lettura per andare a ricercare il corrispettivo in italiano, opportunamente presente nel glossario. 

Il tono è irenico, ma i contenuti inquietanti e disturbanti. Nicola li definisce eterodossi, giacché non vuole riconoscersi eretico, ma lo è perché, e chi leggerà il libro lo capirà, mette in dubbio non qualche verità di fede ma il fondamento stesso del cristianesimo, anzi del Nuovo Testamento, l’evento, cioè, che inaugura una nuova era di salvezza per l’umanità

In questo romanzo c’è tutto Nicola. Nella prefazione Cesaretti lo dice quasi come se avesse avuto un’intuizione da verificare, ma chi ne ha seguito il percorso intellettuale, professionale, politico, umano, poetico riconosce immediatamente l’identificazione Euthymios-Sguera, che peraltro egli stesso confessa. Personalmente ritengo che questo romanzo sia l’espressione più matura, più fedele e anche più irripetibile di Nicola perché ci ha messo tutto quello che ha studiato, tutto quello che sa. Soprattutto tutto quello che è. E lo ha fatto con perizia e onestà, senza la preoccupazione di apparire a volte eccessivo quando scrive (a p. 71), come Euthymios, di sentirsi insostituibile e che «Non ero solo un medico. Ero, forse, un ponte. Tra saperi, tra popoli, tra corpo e spirito.» Oppure: «Pare che io solo sia il depositario della verità…» (p. 188).

Cosa cerca Euthymios?, un greco di nascita e ebreo di adozione, non circonciso, timorato di Dio, medico, figlio della scuola ippocratica, attratto dalla filosofia stoica, che odia profondamente Roma, «il ventre della bestia, sazia di sangue e incapace di giustizia», e i Romani? Aspira alla megalopsychìa, la grandezza d’animo, e a diventare cittadino del mondo. 

Caduti i legami affettivi con la sua terra (muoiono i genitori e Konon) parte per l’Egitto, per Alessandria, sede della Biblioteca e del Museo. E qui l’autore mi appare come una falena che, disorientata dalla luce artificiale, finisce per avvicinarvisi, pericolosamente, pensando al Nicola che criticava le scienze e la filosofia. Nella finzione letteraria che, non dimentichiamo, è lui a costruire, sceglie di essere proprio uno scienziato, un medico, curatore dell’anima e del corpo, come sono i bravi medici che dovrebbero guardare l’interezza della personalità, la forza vitale e applicare anche l’uso lenitivo della parola, e un filosofo. La filosofia? La definisce un’armatura dell’anima, non un lusso da studioso. Sono felice di trovare, finalmente, un Nicola che non dissacra più in maniera tranchant la filosofia, di cui annunciava, quasi compiacendosene, la morte, sedotto dalla critica pungente di quei pensatori, uno tra tanti, forse il più grande, Heidegger, che la profetizzavano. A me pare che Euthymios faccia esplodere - e comporre - tutte le contraddizioni di Nicola: lui anti-scienza, contrario alla medicina ufficiale e critico della filosofia, sceglie di andare ad Alessandria, culla della scienza, e lo fa da medico che interviene anche chirurgicamente sui corpi e presentandosi come filosofo. È davvero, il suo romanzo, un viaggio dentro di sé.

Importante è la rivendicazione della scelta vegetariana che ritorna in molte pagine e che Euthymios-Nicola radica nell’empatia con gli animali che soffrono: non può cibarsi di viventi, afferma, perché anche in loro respira il divino. La sua è una scelta di alto significato etico che rinnova ogni giorno. Una scelta che pochi possono fare e sostenere per così lungo tempo e che richiede fatica e perseveranza. (1. Continua)


Teresa Simeone è docente di Storia e Filosofia, scrittrice.


lunedì 29 dicembre 2025

Risposte ad Antonio Martone su "Euthymios" II [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Antonio,

ti ringrazio per la lettura così attenta e concettualmente densa della mia risposta su Euthymios. Il confronto critico che proponi non solo coglie molte delle questioni filosofiche centrali che mi stanno a cuore, ma le espone con una chiarezza che merita un rilancio e un approfondimento ulteriore.


Statuto della verità e “verità debole”


Concordo con te che il nodo fondamentale sia lo statuto della verità e il modo in cui essa entra in gioco nel romanzo e nella mia risposta. Ho parlato di “verità debole”, ispirandomi a un orientamento socratico che non pretende fondamenti assoluti né relativismi illimitati.

Su questo punto vorrei precisare due aspetti.

La questione del criterio non è un errore epistemologico ma un’esigenza riflessiva: riconoscere che non possediamo la verità in senso forte, non implica la rinuncia a criteri discriminanti. Piuttosto, chiede che questi criteri siano eticamente e relazionalmente motivati, non dogmaticamente imposti.

La verità così intesa non è mera convergenza etica: essa si situa nella tensione tra soggettività e reale, nello spazio dove il dialogo e la prova del reale si incrociano. Se la verità fosse solo il risultato di una convergenza relazionale, verrebbe meno quel “residuo di resistenza del reale” che tu giustamente metti in evidenza.

In altre parole: la verità non è né totalizzabile né arbitraria, ma richiede costantemente una verifica dialettica tra soggetto conoscente e ciò che resiste alla pura negoziazione.


Sul piano religioso e sull’epochè teologica


La tua osservazione sulla sospensione metodologica degli elementi cristologici è acuta e merita una chiarificazione.

La scelta di leggere Yeshua come figura storica e non come Cristo teologico non è un’operazione di impoverimento. È un gesto di onestà intellettuale, oramai doveroso, che nulla toglie alla possibilità che Yeshua/Gesù diventi (come è accaduto) il Cristo. Il punto è che tale accadimento è reso possibile dal combinato di “visione” petrina (del Risorto) e “visione” (ed elaborazione) paolina (di Gesù “Cristo”). È la tesi del romanzo che ritrovo anche nel libro recentissimo di Vito Mancuso (Gesù e Cristo, Garzanti, 2025). Il protagonista del mio romanzo, che ha conosciuto un profeta tutto dentro la cultura ebraica, spingendolo a riflettere sulla contraddizione di un Dio buono che stabilisce un “patto” privilegiato con Israele, non si “converte” alla fede nel “Cristo”. Euthymios, in questo certamente mia proiezione, elabora una fede sicuramente sincretica e molto libera, fondata sulla prassi più che su una teo/logia (un sapere razionale su Dio) che sarà storicamente il prodotto dell’incontro (meraviglioso ma da comprendere storicamente e, quindi, trascendibile) tra Gerusalemme e Atene, tra eresia ebraica (tale è storicamente il “cristianesimo” petrino e paolino) e filosofia greca, soprattutto neoplatonica.

Ti prego di rivedere, in ogni caso, i capitoli del libro in cui Euthymios decide di conoscere la comunità  “cristiana”. Credo di aver utilizzato un'immagine di cui (lo confesso!) sono assai orgoglioso: quella dell'innesto. E proprio tale innesto ha reso universale (cattolico!) alcuni aspetti del messaggio gesuano, a costo, però, di smarrirne il nucleo genetico. Quanti cristiani attendono il Regno seriamente


Universalità e funzione del messaggio


Hai sollevato un punto decisivo: se il messaggio di Yeshua rimane legato a un’esperienza di Regno storicamente determinata, perché dovrebbe ancora parlare?

La mia risposta è che la dimensione filosofica del messaggio non coincide con la sua riduzione storica né con una sua trasformazione dogmatica: rimane un’esperienza critica dell’umano, un modo di porre la domanda sul senso, sull’etica dell’alterità e sulla responsabilità nella relazione con l’altro.

Inoltre, io credo che l’attesa (procrastinata sine die), se rimessa al centro di una fede che diventa soprattutto “speranza”, possa produrre posture attivamente trasformatrici, atteggiamenti di disponibilità all’altro, carità non come “elemosina” quanto apertura ai bisogni degli altri uomini (e, per quanto mi riguarda, ad altri esseri viventi e senzienti). E, soprattutto, un cristianesimo fedele alla terra”, che si libera delle scorie neoplatoniche che lhanno caratterizzato per secoli.


Masada, gesto estremo e simbolo tragico


Hai ragione: Masada è una ferita tragica, e non intendo minimizzare la sproporzione tra simbolo e storia.

Il gesto di Masada non può essere compreso soltanto come atto inefficace storicamente. La sua potenza simbolica non è un surrogato della storia ma un indizio della polarità tra vita, testimonianza e libertà radicale. 

Come dettoti, però, non sottovaluto la tua riflessione, che mi interpella, perché mi rendo conto che nella mia cultura è radicato il brivido per il gesto eroico e testimoniale, sin dall’infanzia. Il prossimo romanzo (Il potere del canto) che, se Dio vuole, uscirà in primavera (e di cui ti parlai in una cena di diversi anni fa, quindi scritto prima di Euthymios e continuamente poi riscritto negli anni), parlerà anche, in fondo direi soprattutto di questo.


Il negativo irriducibile e l’antropologia dell’abisso


È il cuore della differenza tra le nostre prospettive: tu poni l’accento sull’irriducibilità del negativo, sull’abisso come esperienza che non si lascia integrare, addomesticare o redimere.

Accetto la tua provocazione filosofica: il negativo è irriducibile, e ogni progetto umano di redenzione deve confrontarsi con questa irriducibilità.

Tuttavia, Euthymios non nega l’abisso. Piuttosto, lo tiene in conto nel movimento stesso della sua fatica etica.

La scelta, a mio avviso, non è tra oblio dell’abisso e sua totalizzante accettazione ma tra una antropologia che guarda l’abisso come condizione e una che tenta di pensarlo senza restarne consumata.


Il dialogo come rischio e come soglia


Se c’è una convergenza con la tua posizione, essa sta proprio nell’idea che il senso non è dato una volta per tutte né risolto in un sistema coerente, ma si costruisce dentro il rischio. L’obiettivo è rendere più esigente la domanda, come tu stesso proponi.

In questo senso, accolgo la tua (assai preziosa) critica come un allargamento della prospettiva, una soglia in cui il pensiero dialogicamente continua.


domenica 28 dicembre 2025

Antonio Martone su "Euthymios" (risposta) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Nicola,

la tua risposta è, a tutti gli effetti, un testo teorico che prosegue il lavoro del romanzo su un altro piano. È una sorta di esplicitazione filosofica. In questo senso, la considero parte integrante dell’opera stessa. 

Il nodo dello statuto della verità è, a mio avviso, il punto archimedeo dell’intero impianto. La tua rivendicazione di una “verità debole”, socraticamente orientata e mai posseduta, effettivamente, segna una distanza netta tanto dal relativismo, quanto da ogni forma di fondazionalismo. Ciò che resta problematico - e filosoficamente fecondo - è il criterio. Il dialogo permanente, fondato sul “sapere di non sapere”, produce una verità condivisa, ma tale condivisione rimane esposta a una domanda ulteriore: è solo il risultato di una convergenza etica e relazionale, o implica anche una qualche resistenza del reale, un attrito che non dipende dai parlanti? Il romanzo, coerentemente, non risolve questa tensione; la tua risposta la tematizza, ma senza dissolverla. È qui, credo, che Euthymios si colloca in una linea socratica autentica: non come dottrina della verità, ma come esercizio del vero.

Sul piano religioso, il tuo chiarimento conferma che non siamo di fronte a una sintesi armonizzante, bensì a uno spostamento di paradigma. L’asse non passa più dalla verità delle credenze, ma dalla verità delle pratiche. L’ortoprassi diventa il luogo in cui le tradizioni si espongono al giudizio della storia. Ciò comporta, inevitabilmente, una riduzione del conflitto dogmatico, ma non una sua rimozione: il conflitto si ricolloca sul terreno della vita vissuta e delle conseguenze di azioni spesso irrevocabili. In questo senso, la tua posizione è particolarmente esigente: chiede alle religioni di rispondere non della loro coerenza interna, ma della loro capacità di generare umanità.

Da questo punto di vista, il tuo rifiuto di leggere Yeshua come “Cristo” è decisivo. Capisco: qui il romanzo opera una vera e propria epochè teologica. La sospensione degli elementi centrali della fede cristiana tradizionale costituisce una scelta metodologica precisa: attenersi al Gesù storico. Yeshua non è il rivelatore dell’Amore in senso metastorico, ma il nunzio di un Regno imminente e mondano, che irrompe nella storia e la giudica. In questo quadro, la categoria di “umanesimo spirituale” risulta inadeguata: ciò che emerge è un annuncio situato, radicale, carico di attese e di fallimenti.

Si potrebbe tuttavia obiettare che questa epochè teologica, proprio nella sua radicalità metodologica, rischia di produrre un effetto collaterale non del tutto controllabile. La rigorosa adesione al Gesù storico, sottratto programmaticamente a ogni rilettura cristologica, garantisce senza dubbio una maggiore fedeltà storiografica; ma al tempo stesso solleva una questione di statuto filosofico dell’annuncio.

Se Yeshua è esclusivamente il nunzio di un Regno situato integralmente entro l’orizzonte escatologico del giudaismo del I secolo, allora il suo messaggio resta strutturalmente vincolato a un’attesa storicamente determinata - e in larga misura fallita. In tal caso, ciò che si trasmette non è tanto una verità che eccede il contesto, quanto un evento simbolico il cui senso dipende da una promessa non compiuta. Il rischio è che l’annuncio, privato di ogni trasfigurazione metastorica, venga confinato in una singolarità irripetibile, potente ma non normativamente vincolante per chi non condivide quell’orizzonte escatologico.

Paradossalmente, proprio il rifiuto dell’“umanesimo spirituale” potrebbe allora risultare problematico. Se l’annuncio non è universalizzabile in senso etico-esistenziale, se non può essere tradotto - pur senza riduzioni - in una grammatica umana condivisibile oltre il suo contesto originario, che cosa lo rende ancora filosoficamente e antropologicamente operante nel presente? In altri termini: che cosa consente a Yeshua di parlare a noi, e non solo di sé?

Si potrebbe sostenere che è stata proprio la rilettura cristologica - storicamente certo costruita, ma concettualmente feconda - a rendere possibile una trasposizione dell’evento gesuano oltre il fallimento dell’attesa immediata del Regno. La figura del Cristo risorto, al di là del suo statuto teologico, ha funzionato come dispositivo ermeneutico capace di salvare il senso dall’insuccesso storico, sottraendo l’annuncio alla pura contingenza e rendendolo traducibile in forme etiche, simboliche e politiche ulteriori.

Da questo punto di vista, la sospensione totale della dimensione metastorica potrebbe indebolire, più che rafforzare, la portata critica del messaggio di Yeshua. Un annuncio radicalmente situato, privo di ogni eccedenza simbolica, rischia infatti di restare prigioniero del proprio tempo, mentre ciò che ha reso Gesù una figura ancora pensabile è forse proprio la tensione - mai pacificata - tra storia ed eccedenza, tra fallimento empirico e rilancio di senso.

La questione di Masada resta, a mio avviso, il punto più scopertamente tragico del romanzo. Accolgo la tua osservazione: il rischio dell’estetizzazione del sacrificio non può essere eluso, ma nemmeno può essere dissolto con un’alternativa pratica che, storicamente, non esisteva. Qui Euthymios si misura con il limite estremo dell’agire politico: il punto in cui la trasformazione delle strutture è preclusa e resta solo la testimonianza. Che questo gesto sia inefficace sul piano storico non lo rende insignificante sul piano simbolico; ma proprio questa sproporzione tra simbolo e storia resta una ferita aperta. 

Infine, l’antropologia. La tua difesa di Euthymios come figura in divenire, capace di integrare la propria ombra senza negarla, chiarisce l’intento profondo del romanzo. Resta, tuttavia, una divergenza di fondo. La tua visione assume che il Bene, pur fragile, regga l’Universo e si dia attraverso la fatica umana. La mia obiezione non riguarda la coerenza interna di questa posizione ma il suo rapporto con il negativo irriducibile: con ciò che non si lascia integrare, educare, redimere. Euthymios tenta una vita che vola sopra i demoni; io continuo a interrogarmi sull’abisso. Dall’abisso. In fondo tutta la mia opera saggistica e letteraria, da Un’etica del nulla a Icaro, da Alla corte dei Feaci al prossimo Il fasciosistema libertario, tenta di concentrarsi su ciò che resta (o che precede) quando il volo fallisce - su quale sia, cioè, il senso metafisico e etico-politico del volo e della caduta di Icaro. È precisamente in questa distanza fra noi, tuttavia, che il dialogo acquista spessore.

Euthymios accetta il rischio di un’antropologia orientata al Bene senza garanzie metafisiche, e lo espone al giudizio critico del lettore. In questo senso, il romanzo apre alla domanda filosofica. E la tua risposta lo conferma: il pensiero continua, anche contro sé stesso.

Se la critica ha ancora una funzione, forse è forse questa: non stabilire chi abbia ragione, ma rendere più esigente la domanda. In questo spirito considero il nostro confronto non un epilogo, ma una soglia.


sabato 27 dicembre 2025

Risposte ad Antonio Martone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Antonio Martone mi ha fatto un dono prezioso e inatteso.

Ha dedicato pagine densissime al mio romanzo, mostrando nel contempo di conoscere in maniera approfondita i miei scritti precedenti, segno di un’attenzione amicale profonda. Glie ne sono grato.

Nella prima, lunga parte del suo scritto, assai analitico, individua gli assi portanti del romanzo e le caratteristiche peculiari del protagonista, illuminando anche me. La critica, quando esercitata con passione e rigore, è di immensa utilità a chi scrive, soprattutto se si tratta, di fatto, di un “esordiente” come me, avido di riflessioni su ciò che ho fatto provenienti da altri sguardi, altri saperi. Soprattutto quando sono “alti”, come quelli di Martone. 

Nell’ultima parte del suo scritto, il filosofo e scrittore  di origini sannite ma oramai radicato da anni a Napoli – pone una serie di riflessioni critiche cui sento il dovere di rispondere. 


La verità


«Una prima questione riguarda lo statuto della verità. La scelta di una spiritualità aperta, non dogmatica, trans-tradizionale, fondata sull’Amore e sulla ricerca incessante del senso, solleva inevitabilmente il problema dei criteri. Se la verità non è mai posseduta ma sempre cercata, se essa “abita molte case”, come evitare che la pluralità stessa si trasformi in indeterminatezza? Il rischio, almeno teorico, è che il dialogo tra tradizioni si regga più su una consonanza etica che su un reale confronto epistemico, lasciando irrisolta la domanda su ciò che consente di distinguere una ricerca autentica da una semplice preferenza soggettiva.»


Premesso che la scelta della narrativa non è un refugium peccatorum per evitare le asperità del pensiero rigoroso ma sicuramente non obbliga l’autore a “soluzioni” univoche, potendo appellarsi all’aporia connaturata in fondo alla vita stessa, l’evocazione di Socrate, di quello che ho definito una volta il “mio” Socrate, mi consente di rispondere. Per me il filosofo ateniese, forse l’unico vero o uno dei pochissimi filosofi (nel senso etimologico della parola) della storia, fu – contro il relativismo sofistico ma anche contro l’assolutismo dei pensatori come Parmenide – il teorico (incarnando, però, tale teoresi, facendola diventare carne e, purtroppo, sangue) di una “verità debole”. La verità esiste, è la stella polare della nostra vita, ma noi non la possiederemo mai tutta intera. Quale la differenza con il relativismo (nelle sue varianti)? Che il dialogo, fondato sul “sapere di non sapere”, dovrebbe spingere ad un confronto permanente tra i parlanti, capace di costruire una verità condivisa all’interno di una dimensione relazionale. 


Una religiosità pacificata?


«In secondo luogo, la sintesi greco-ebraico-cristiana che attraversa la figura di Euthymios, pur dichiaratamente non sincretica, può apparire a tratti armonizzante. Le grandi tradizioni che entrano in dialogo nel romanzo non sono solo portatrici di differenze complementari, ma anche di conflitti strutturali, di incompatibilità talvolta insanabili. La tensione tra logos e rivelazione, tra etica dell’alterità e onto-logia dell’essere, tra ragione filosofica e evento salvifico, rischia di essere attenuata in favore di una riconciliazione simbolica che, per alcuni lettori, potrebbe apparire troppo pacificata.»


Quel che ho detto della “verità” vale anche sul piano religioso, superando la conflittualità figlia dei fondamentalismi. È una via rischiosa, fondata non su ortodossie ma su ortoprassi. Mi viene sempre in mente il Bonhoeffer del carcere, che sentiva più vicini alcuni atei che i “religiosi”. Quindi, non una visione “irenica” del dialogo interreligioso ma uno spostamento d’asse. Credo che Euthymios sia tutto tranne che un inno alla pacificazione! Il protagonista resta in “tensione” con l’amico Yeshua, facendogli intravedere crepe nella sua predicazione (in particolare, in relazione ai “gentili”).


Un Gesù maestro di etica?


«Dal punto di vista teologico, inoltre, la figura del Cristo che emerge dal romanzo - amico, maestro, rivelatore dell’Amore - può essere letta come una radicale riduzione etico-esistenziale del cristianesimo. In questa prospettiva, elementi centrali della fede cristiana tradizionale (Incarnazione, Redenzione, Risurrezione) sembrano arretrare a vantaggio di un umanesimo spirituale che potrebbe essere accusato di dire, in fondo, ciò che l’uomo direbbe anche senza Dio. È una scelta consapevole, ma non priva di conseguenze teoriche.»


No, dico ad Antonio. Il mio Yeshua (non Cristo, perché chiamarlo così significa, come dice ripetutamente Vito Mancuso nel suo ultimo, fondamentale libro in merito) non è il “Cristo” (creazione – meravigliosa – di Pietro, che lo vede “risorto”, e di Paolo, che ne fa essere “divino”): è un profeta (escatologico) ebreo (“marginale”) che annunzia l’imminente venuta del Regno di Dio sulla terra. Non ho tenuto in nessun conto gli «elementi centrali della fede cristiana tradizionale» proprio perché il nocciolo da cui è nato il libro era proprio la volontà di rendere in maniera narrativa le acquisizioni degli storici (di ogni confessione, atei o agnostici) sul Gesù “storico”. In ogni caso, mi pare che il mio Yeshua non sia «amico» o «rivelatore dell’Amore», ma, lo ripeto, nunzio del Regno (mondano!) di Dio, di un eone che modifica il mondo a partire da Israele. Invito Antonio a rivedere il capitolo 27 (Comunione) che è abbastanza esplicito sulla questione.


Esaltazione della “bella morte”


«Un ulteriore nodo critico riguarda il rapporto tra testimonianza e azione politica. La decisione finale di Euthymios di condividere il destino del popolo ebraico a Masada possiede una forza simbolica indiscutibile, ma solleva interrogativi sull’efficacia storica del sacrificio. Il rischio, qui, è quello di una possibile estetizzazione della testimonianza, in cui la purezza del gesto prevale sulla trasformazione concreta delle strutture di potere e di violenza.»


Assolutamente corretta come obiezione. Il rischio è concreto. Capisco la diffidenza di una “mistica del sacrificio”, presente in tanta cultura di destra ad ogni latitudine del pianeta. Nel mio caso, però, credo valga sottolineare come ai poveri Ebrei (come ai Palestinesi di oggi) rimanessero ben poche strade da percorrere. In ogni caso, Masada accadde! Mi è sembrato giusto che un uomo che vive una lenta, tormentata conversione che, hegelianamente, pretende di conservare tutto il suo passato, nel compimento dei suoi giorni, persa la sua principale ragione di vita, l’amata compagna, decida di immolarsi con il popolo che aveva imparato ad amare. In ogni caso, l’obiezione di Antonio mi sarà prezioso monito per il futuro. E lo ringrazio (come per tutto quanto ha scritto).


Un personaggio troppo perfetto


«Infine, si può interrogare l’antropologia sottesa al romanzo. Come già ricordato, Euthymios incarna una figura di umanità integrale, capace di tenere insieme cura dei corpi, ricerca del senso, amore, impegno politico e apertura spirituale. Questa figura, tuttavia, proprio nella sua coerenza e luminosità, può apparire come un ideale alto, forse difficilmente accessibile, che rischia di sottovalutare la dimensione oscura, conflittuale e talvolta irriducibile dell’umano: il negativo che non si lascia redimere e la violenza che non si lascia educare. In una parola: il male che non si lascia integrare in una sintesi armonica volta verso il bene.»


Qualcosa del genere ha detto anche Teresa Simeone, nel corso della prima presentazione – quella del 1 dicembre – nella sua riflessione che spero di pubblicare quanto prima, piena di spunti assai preziosi. A me, però, Euthymios pare una personalità in continua evoluzione, che vive la sua vita come messa in discussione di certezze acquisite. Di qui la sua curiosità per esperienze spirituali “estreme”. In altre opere (racconti e romanzi ancora nel cassetto) esploro le dimensione “oscure” e violente che Antonio evoca. 

Perché non possiamo immaginare una vita che, con fatica, riesca volare al di sopra dei suoi demoni? O che “integra” la sua Ombra? Mi auguro possa essere, sì, un modello ma non irraggiungibile: modello di una vita di ricerca, di continuo perfezionamento consapevole che mai si darà la perfezione, di dedizione, di sforzo al bene, sempre da conquistare, mai dato. In generale, la mia fede peculiare, eterodossa, si fonda sulla consapevolezza del Bene che regge l’Universo, un bene fragile, che esiste proprio attraverso gli uomini, nella loro fatica quotidiana. È chiaro che un’antropologia profondamente diversa, come quella che, ad esempio, si rinviene nelle (belle, dense) opere narrative di Antonio Martone difficilmente può convenire con tale visione dell’uomo. 

Auguro a me stesso di avere tanti lettori come Antonio Martone, dotati della stessa profondità e della stessa onestà intellettuale. Se potrò evolvermi come scrittore lo dovrò a loro.


venerdì 26 dicembre 2025

Antonio Martone su "Euthymios" (II parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Il senso come ricerca permanente


Nella tua presentazione biografica parli di una “ricerca che non avrà mai fine”. Euthymios incarna perfettamente questa consapevolezza: non offre risposte definitive, non approda a certezze dogmatiche, ma mantiene viva l’interrogazione. Quest’apertura al possibile, questo rifiuto della chiusura sistemica, è profondamente filosofica. Richiama Socrate e la sua docta ignorantia, ma anche quella tradizione del pensiero che, da Nietzsche a Heidegger, da Wittgenstein a Derrida, ha messo in questione ogni pretesa di fondamento ultimo.

Tuttavia - e qui sta la peculiarità del tuo progetto - questa anti-dogmaticità non sfocia nel nichilismo. C’è un’etica, c’è un impegno, c’è una direzione di senso. L’assenza di certezze assolute non significa rinuncia alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Anzi: è proprio perché il senso non è dato una volta per tutte che occorre cercarlo instancabilmente, costruirlo insieme agli altri, incarnarlo nelle scelte concrete.


La dignità dell’umano come stella polare


Se c’è un filo rosso che attraversa tanto la tua biografia intellettuale quanto il percorso di Euthymios, questo è la ricerca della dignità dell’umano.

Quest’espressione merita di essere soppesata. “Dignità” non è qui un concetto giuridico astratto o un principio morale formale, ma quella pienezza di vita, quella fioritura dell’essere umano in tutte le sue dimensioni (corporea, intellettuale, spirituale, affettiva, politica) che i Greci chiamavano eudaimonia e che tu - non casualmente - hai scelto come radice del nome del protagonista: Euthymios, il “buon animo”, che vive con rettitudine.

La dignità non si conquista nella solitudine dell’io pensante cartesiano ma nell’intreccio con gli altri, nella responsabilità verso il mondo. Per questo Euthymios diventa resistente, sceglie di morire con gli oppressi piuttosto che godere dei privilegi della sua posizione (medico di Pilato).


Conclusione critica


Euthymios è una “rosa necessaria” per il nostro tempo: un libro che propone un modello di umanità integrale, capace di tenere insieme ragione e fede, tradizione e apertura, fedeltà e libertà.

In un’epoca segnata dagli “Hitler e i Bush”, come tu stesso scrivi citando Simone Weil, in un tempo di nuovi nazionalismi e fondamentalismi, di conflitti identitari e chiusure, la figura di questo medico greco che abbraccia la spiritualità ebraica, che diventa amico del Cristo, che muore per un popolo non suo, rappresenta un’utopia concreta: la possibilità di un’umanità finalmente riconciliata con sé stessa.

Anche da questo punto di vista, Nicola Sguera conferma di essere un intellettua-le nel senso più nobile del termine: non un professore chiuso nella torre d’avorio del sapere, ma un cercatore di senso che usa la scrittura per interrogare il presente e immaginare un futuro diverso, più umano, più giusto.

Proprio perché Euthymios propone una visione alta, esigente e controcorrente dell’umano, è opportuno interrogarsi anche sui suoi punti di tensione, su ciò che il romanzo lascia volutamente aperto o espone al rischio della critica. L’intento non è quello di indebolire la proposta, ma di assumerla fino in fondo nella sua complessità.

Una prima questione riguarda lo statuto della verità. La scelta di una spiritualità aperta, non dogmatica, trans-tradizionale, fondata sull’Amore e sulla ricerca incessante del senso, solleva inevitabilmente il problema dei criteri. Se la verità non è mai posseduta ma sempre cercata, se essa “abita molte case”, come evitare che la pluralità stessa si trasformi in indeterminatezza? Il rischio, almeno teorico, è che il dialogo tra tradizioni si regga più su una consonanza etica che su un reale confronto epistemico, lasciando irrisolta la domanda su ciò che consente di distinguere una ricerca autentica da una semplice preferenza soggettiva.

In secondo luogo, la sintesi greco-ebraico-cristiana che attraversa la figura di Euthymios, pur dichiaratamente non sincretica, può apparire a tratti armonizzante. Le grandi tradizioni che entrano in dialogo nel romanzo non sono solo portatrici di differenze complementari, ma anche di conflitti strutturali, di incompatibilità talvolta insanabili. La tensione tra logos e rivelazione, tra etica dell’alterità e onto-logia dell’essere, tra ragione filosofica e evento salvifico, rischia di essere attenuata in favore di una riconciliazione simbolica che, per alcuni lettori, potrebbe apparire troppo pacificata.

Dal punto di vista teologico, inoltre, la figura del Cristo che emerge dal romanzo - amico, maestro, rivelatore dell’Amore - può essere letta come una radicale riduzione etico-esistenziale del cristianesimo. In questa prospettiva, elementi centrali della fede cristiana tradizionale (Incarnazione, Redenzione, Risurrezione) sembrano arretrare a vantaggio di un umanesimo spirituale che potrebbe essere accusato di dire, in fondo, ciò che l’uomo direbbe anche senza Dio. È una scelta consapevole ma non priva di conseguenze teoriche.

Un ulteriore nodo critico riguarda il rapporto tra testimonianza e azione politica. La decisione finale di Euthymios di condividere il destino del popolo ebraico a Masada possiede una forza simbolica indiscutibile, ma solleva interrogativi sull’efficacia storica del sacrificio. Il rischio, qui, è quello di una possibile estetizzazione della testimonianza, in cui la purezza del gesto prevale sulla trasformazione concreta delle strutture di potere e di violenza.

Infine, si può interrogare l’antropologia sottesa al romanzo. Come già ricordato, Euthymios incarna una figura di umanità integrale, capace di tenere insieme cura dei corpi, ricerca del senso, amore, impegno politico e apertura spirituale. Questa figura, tuttavia, proprio nella sua coerenza e luminosità, può apparire come un ideale alto, forse difficilmente accessibile, che rischia di sottovalutare la dimensione oscura, conflittuale e talvolta irriducibile dell’umano: il negativo che non si lascia redimere e la violenza che non si lascia educare. In una parola: il male che non si lascia integrare in una sintesi armonica volta verso il bene.

E tuttavia, è proprio qui che Euthymios mostra la sua natura più autentica. Il romanzo assume il rischio della ricerca. Le criticità che ne emergono costituiscono il prezzo inevitabile di una proposta che rifiuta il dogma, il fondamentalismo e le certezze assolute. In questo senso, Euthymios invita a sostare nelle domande decisive e chiede soltanto confronto. Ed è forse in questa esposizione al rischio - teorico, etico, esistenziale - che risiede la sua più profonda onestà intellettuale [2. fine]


Antonio Martone insegna Filosofia politica presso l’Università di Salerno.