Leggere Euthymios quando l’autore è anche il proprio
professore crea inevitabilmente una doppia prospettiva: quella della lettrice e
quella della studentessa. Il risultato, almeno nel mio caso, è stato
un’esperienza interessante ma non del tutto risolta, proprio perché il romanzo
sembra muoversi in equilibrio tra rigore intellettuale e libertà narrativa.
La sensazione è che il romanzo non sia nato da un’intuizione
improvvisa ma da una sedimentazione lunga, quasi “accademica”. Si percepisce
che dietro c’è un pensiero costruito nel tempo, forse prima ancora come
riflessione filosofica che come storia.
Il nodo più interessante, dalla mia posizione, è proprio
questo: quanto il docente di storia e filosofia nutre il romanzo e quanto,
invece, lo trattiene? In Euthymios la forma mentis del professore è chiaramente
presente: nella precisione, nella cautela interpretativa, nella centralità
delle domande. Tuttavia, in alcuni passaggi si avverte il desiderio di spiegare,
di chiarire, più che di lasciar vivere la scena.
Questo si collega anche al rapporto con la tradizione. Il
romanzo attraversa figure e momenti storicamente e simbolicamente enormi, e si
percepisce una forte consapevolezza del loro peso. Tuttavia, questa attenzione
non si traduce in una paura paralizzante di tradire la tradizione: al
contrario, sembra che l’autore si muova con una certa libertà, permettendo alla
narrazione di svilupparsi senza essere soffocata da un eccesso di prudenza. La
fedeltà resta come sfondo, ma non limita davvero la forza narrativa, che riesce
a emergere in modo autonomo e, nei momenti migliori, anche incisivo.
Molto riuscita, invece, è la scelta dello sguardo marginale.
Euthymios, straniero e medico, è un punto di vista intelligente perché permette
di osservare eventi noti senza darli per scontati. Questo risponde bene anche
alla domanda su cosa possa trovare oggi un lettore moderno: proprio questo
scarto, questa distanza, che rende familiare ciò che è lontano e, allo stesso tempo,
problematizza ciò che crediamo di conoscere.
La costruzione mentale del protagonista è uno degli aspetti
più convincenti. Non cade facilmente nell’anacronismo: la razionalità medica di
Euthymios è coerente con il suo tempo, ma viene progressivamente messa in
crisi. Qui emerge una delle linee più forti del romanzo: non tanto il limite
della ragione, quanto la sua trasformazione. Non c’è un rifiuto della
razionalità ma una sua apertura a ciò che non riesce a spiegare.
Il rapporto con Yeshua è il nodo centrale, ma non ciò che mi
ha più entusiasmata del romanzo. La dimensione umana prevale su quella
sacralizzata, e questo rende il tutto più accessibile e, paradossalmente, più
potente. Tuttavia, questa stessa scelta porta con sé una conseguenza: il romanzo
resta costantemente nel dubbio. Euthymios non arriva mai a una certezza piena,
e questo sembra voluto. Il dubbio non è solo un tema, ma una condizione
strutturale del testo.
Un altro elemento interessante è il ruolo dell’interiorità.
I momenti più significativi non sono quelli “storici”, ma quelli in cui il
protagonista rielabora ciò che ha vissuto. È lì che si gioca davvero il
romanzo. Questo però può anche creare una certa distanza emotiva: il lettore è
spesso più nella mente di Euthymios che dentro gli eventi.
La scelta della forma autobiografica rafforza questa
dimensione intimista. Il vantaggio è una grande coerenza psicologica; il
rischio è una limitazione dello sguardo: gli altri personaggi esistono solo in
funzione del protagonista e risultano, a volte, meno vivi.
Alla fine, ciò che resta costante in Euthymios è proprio la
sua tensione: tra sapere e non sapere, tra corpo e mistero, tra storia e
interpretazione. È un personaggio che cambia, ma conserva una certa fedeltà al
dubbio, alla ricerca.
In conclusione, Euthymios è un romanzo colto, stratificato,
che pone domande più che dare risposte. Forse proprio per questo può risultare
meno coinvolgente sul piano emotivo, ma resta stimolante su quello riflessivo.
Le tre stelle nascono da qui: dal riconoscimento della profondità dell’opera,
ma anche dalla presenza di alcuni nodi concettuali molto colti che, a tratti,
risultano complessi da seguire. Questa densità intellettuale, pur essendo uno
dei punti di forza del romanzo, rischia di rendere l’esperienza di lettura meno
piena per chi non ha una preparazione adeguata.
* * *
Marika Pinto è una giovanissima studentessa con una grande passione per la lettura. La recensione del libro è apparsa sul suo profilo Goodreads.
Ho apprezzato moltissimo, oltre ad alcune considerazioni assai utili per me, l’assoluta onestà intellettuale.
Marika discuterà del libro con me all’interno del Festival del Libro di Ceppaloni.
















