domenica 21 giugno 2026

La puttana contadina (Versi scelti)

 

Aforismi in cammino (1987)

1. Solo ciò che è fatto con amore e passione porta frutti.

2. Piacere e bontà non sono principi antitetici.

3. L’uomo ha smesso di essere soltanto un animale: è diventato qualcosa di più.

4. Ogni sopruso, ogni dolore è nostro.

5. La semplicità è l’unica strada per la santità.

6. Non è bene essere troppo sensibili: si odia la vita.

7. L’unica cosa che veramente ci appartiene è il passato.

8. È così facile studiare, è così difficile pensare.

9. Solo la memoria degli uomini è il paradiso degli eroi.

10. Non parole: gesti, fatti, cambiamento.

sabato 20 giugno 2026

Dissoluzione (poesie scelte)


 

Invecchiare [AUTOBIOGRAFIA]

Oggi compio cinquantanove anni.

È un buon giorno per chiedersi che cosa significa invecchiare.

Provo a stendere un elenco:

- diventare più saggi se si ha il buon senso di imparare dall’esperienza e dagli errori. Tutti noi elaboriamo tra infanzia e giovinezza schemi comportamentali che possono anche essere efficaci in determinati frangenti e che tendiamo, dunque, a reiterare. Saggezza è capacità di rivederli criticamente, capendo che le circostanze della vita mutano. 

- Vivere con meno ansia: non ho più nulla da dimostrare a nessuno. Quel che potevo e dovevo essere lo sono divenuto, con il mio carico di errori. Penso soprattutto alla vita professionale: oggi non vivo più il tempo in classe come se fossi esposto al giudizio di studenti e famiglie. Ma questo vale per ogni ambito della vita. Quindi…

- invecchiare (bene) significa accettarsi. Per anni ho pensato che ci fossero parti di me “sbagliate” che andavano represse o estirpate. Retaggio di un cristianesimo controriformato e di un radicato senso del peccato, questo atteggiamento ha prodotto molte delle mie nevrosi (e probabilmente anche molte delle mie poesie). Oggi ho accettato la mia “ombra”. Io sono una totalità: le miei fragilità le accolgo. 

- Una stagione nuova dell’amore che accetta di perdere gioie primaverili ed estive per acquisire sottili piaceri autunnali nella capacità – essa tutta nuova – di accogliere l’altro nella sua alterità, senza più alcuna pretesa egemonica o trasformativa. 

- Pacificarsi con il corpo che diviene un fedele alleato, non più un servo da maltrattare. La saggezza e la chimica farmaceutica mi stanno donando non una nuova giovinezza (che stolta pretesa!) ma una consapevolezza mai sperimentata prima. Ho tante malattie (ipertensione, diabete alimentare, prostata ingrossata, un mal di schiena pronto a riemergere se non sto attento), ciascuna delle quali tenuta sotto controllo con medicine e stile di vita attento. Il corpo “detta” i ritmi di ciò che posso e non posso fare. La saggezza oggi è sapere che devo essere attento ogni giorno, in ogni gesto: dall’alimentazione ai pesi da portare. Non c’è più nessuna tentazione “super-eroistica”, che pure è stata una struttura portante della mia vita.

- Raccontare la vita, le vite. Come scritto altrove, questo “quarto tempo” è un dono, è pura grazia. Il mio unico merito è accoglierlo con gratitudine. Negli anni che mi restano da vivere tra quest’autunno bello e l’inverno che mi attende il mio compito è rendermi sempre più degno di essere un tramite per storie che vogliono essere raccontate. E in questo modo, dunque, vivere, tante altre vite. 

Il sentimento dominante di quest’ultimo anno è la riconoscenza

Che oggi esca il mio secondo romanzo, Il potere del canto, che è pieno di riferimenti autobiografici trasfigurati, è un altro dei doni belli che sto ricevendo copiosi.


venerdì 19 giugno 2026

Andros (poesie scelte)


 

Aforismi in cammino (1986)

 

1. L’attore che è in me mi sovrasta in ogni azione.

2. I profondi appaiono commedianti nei rapporti con gli altri, perché, per essere capiti, devono simulare una superficie.

3. Siamo gli unici esseri capaci di capire che siamo anelli di una catena.

4. La libertà è dentro di noi e non fuori.

5. Più si va avanti in un rapporto, più si scopre che l’amore romantico è un sogno.

6. Si può scrivere delle cose più tristi con una gioia profonda nel cuore: è la gioia della creazione.

7. Nella fretta di scrivere ci si scorda di vivere; nella fretta di sapere ci si scorda di amare.

8. La vita, come l’arte, è una creazione continua.

9. Io sono colui che sempre cerca; colui che mai troverà, perché nella ricerca è la mia disperata felicità.

10. La vita stessa è il più alto dei pensieri e la più grande delle arti.


giovedì 18 giugno 2026

Aforismi in cammino (1985)

 

1. Il libro senza parole: la Natura.

2. Chi comprende verità difficili a spiegare con parole può affermare la più alta saggezza.

3. La vita è uno squallido susseguirsi di eventi squallidi; unico rifugio sono i pensieri dei grandi uomini.

4. La sera è bellissima perché avvolge i sentimenti di una dolce malinconia.

5. L'uomo è il mistero per eccellenza.

6. La vita è l'inno più bello alla morte.

7. La morte: la fine di tanti pensieri nello stesso posto da dove erano venuti: il nulla.

8. Nel pensiero sta la grandezza dell'uomo.

9. Bach ti porta per mano sulle vie dell'infinito.

10. Sognare è creare: creare un mondo di cui tu sei l'unico dio.


mercoledì 17 giugno 2026

Aforismi in cammino (1984)


1. La coscienza del dolore universale offre il filo per ritrovare nella saggezza una forma solitaria di riscatto.

2. La sofferenza di ogni essere è la mia sofferenza, la morte di ogni essere è la mia morte.

3. Il suicidio è un atto di viltà; la lotta deve continuare.

4. L’arte è forse l’unica cosa che imprima un solco profondo nella tabula rasa della mia mente.

5. L’uomo è una contraddizione vivente.

6. L’abitudine è il peggiore dei mostri che l’uomo conosce.

7. Scrivere una poesia o un romanzo aiuta a dare un ordine ai propri pensieri.

8. La gioia eterna può nascere solo dalla serena accettazione del dolore.

9. Vorrei cambiare, ci tengo moltissimo ad avere rispetto di me.

10. L’attività è l’unica speranza di resistere alla pressione dell’insopportabile vita.


martedì 16 giugno 2026

Tempo supplementare (Tracce di cammino)

 

Se ripercorro la mia vita, e lo faccio spesso grazie al Diario la cui redazione avviai in una anno decisivo, il 1984, più di quaranta anni fa, il comune denominatore è l’irrequietezza. D’altronde, avrei mai scritto poesie se non avessi avvertito un pungolo nell’anima? Le vicende esteriori, soprattutto la malattia di mia madre (1986-1990) e il fallimento di mio padre (1995), trovarono terreno fertile in un’anima tormentata. Per questo oggi mi appare quasi incredibile aver raggiunto una pace che ho sempre desiderato senza mai pensarla realmente possibile, come fosse approdo di personaggi letterari alla Siddharta, che da sempre nutrono il mio immaginario assai vivace. 

Che cosa è accaduto di così clamoroso? Ipotizzo. 

Prima di tutto la rottura traumatica della mia esperienza scolastica da collaboratore: questo episodio, apparentemente negativo, che avrebbe potuto rendermi una persona rancorosa e dall’animo risentito, mi ha dischiuso un mondo nuovo, ha fatto di me uno scrittore a tempo pieno, donandomi una felicità inimmaginabile. Ho smesso di dover mediare con persone di inenarrabile mediocrità. Non trovo paragoni se non nella mia infanzia beata per dire quanto sperimento seduto alla scrivania ad inventare storie.

Aggiungo la partenza di mia figlia per Roma, la percezione di una sua maturazione complessiva che la rende autonoma da noi genitori. 

Insomma, come amo ripetere a mia moglie, la serenità che sperimento nasce dalla consapevolezza che quel che volevo realizzare nella vita è alle spalle. Percepisco tutto quello che sto vivendo con un “tempo supplementare” che il Signore mi ha concesso, di pura grazia.

Per questo non ho alcuna paura di morire, di lasciare qualcosa di incompiuto.

Mia figlia si è avviata lungo la sua strada, ho scritto libri, ho realizzato la mia vocazione di insegnante, ho ricevuto amore e ho cercato di darne. Insomma, una vita piena, senza residui. 

Talvolta, mi viene un pensiero folle: sono già morto e questo è il paradiso

Non che non ci siano preoccupazioni o dolori, per carità. Ma li vivo senza catastrofismi. 

E per questo, per altro, sento il dovere di raccontare storie. Come se, avendo vissuto quello che potevo, potessi solo trasfigurarlo nella scrittura o vivere storie d’altri: quella di Euthymios, quella di Eliseo, quella di Arnaldo.


Fuochi blu: un'esperienza nella scuola oltre la scuola (σχολή)

Tra le sezioni del premio cui ho partecipato ce n’era una cui tenevo molto: l’unica in cui non sono arrivato tra i finalisti!

Mi fa piacere ricordare quell’esperienza. Una delle partecipanti mi ha annunziato l’imminente laurea in psicologia. Ne sono felice. Tanto.

Mercoledì 11 marzo 2020, durante la pandemia globale da Coronavirus, si è costituta “La setta dei poeti estinti”.

La Setta si incontrerà “virtualmente” una volta alla settimana (il venerdì alle 18.00).

Missione della Setta è la lettura di libri scelti insieme, che saranno commentati negli incontri settimanali.

Traccia di questi incontri sarà lasciata in queste pagine, redatte con uno strumento di condivisione da tutti i membri della Setta.

Ogni incontro sarà aperto e chiuso da un “re” o una “regina” che, a turno, leggeranno e commenteranno brevemente una poesia scelta all’interno della letteratura universale e chiuderanno con un consiglio all’ascolto di una canzone, spiegando il motivo della scelta.

Il primo libro, suggerito da Filostrato, è Fuochi blu di James Hillman.

 Prima seduta della “Setta dei poeti estinti”. La “regina” del giorno ha letto in traduzione (ma dalla prossima volta si leggerà anche in lingua originale quando possibile) Solleva il viso di Dylan Thomas. [Stupore, brividi]. È la sua “preghiera” perché questa notte, abitata da «nuvole del diavolo» e «nebbie dell’incubo» finisca quanto prima. Poi è iniziata la discussione su Fuochi blu di Hillman. Le quattro fanciulle (che chiameremo Neifile, Fiammetta, Elissa e Lauretta) hanno “assaggiato” il libro e deciso di continuarne la lettura. Fiammetta ha colto una suggestiva analogia tra un ricordo dell’autore (una donna che diceva di non avere più il cuore) e una scena del Castello errante di Howl. [Trascendere gli ambiti disciplinari, fare diventare questa emergenza occasione di sperimentazione di una educazione nuova che connetta, non scinda]. La “regina” Neifile, nel congedarsi, ha invitato all’ascolto di I Still Haven’t Found What I’m Looking For nella versione originale. 

Ancora una volta, come in apertura, come doveroso mai come in questo tempo, la speranza: «Felt the healing in the fingertips». Fiammetta, che sarà “regina” nel prossimo incontro, ha dato la consegna: leggere “La fantasia archetipica”. Tutti siamo rimasti colpiti da un passo del libro, attualissimo: «Poiché il sintomo conduce all’anima, c’è il rischio che, eliminando il sintomo con la cura, si elimini anche l’anima, quel qualcosa che sta appena incominciando a manifestarsi, sofferente dapprima e in cerca con urgenza di aiuto, consolazione e amore, ma che, pure, è l’anima presente nella nevrosi che tenta di farsi udire, di fare impressione alla mente, ottusa e caparbia, a quel mulo impotente che con ostinazione pretende di tirare dritto senza mai cambiare» [che quanto stiamo vivendo non venga poi semplicemente rimosso ma sia viatico all’ascolta dell’anima, un’anima non individuale ma collettiva, presente, come dice Hillman, in ogni cosa].


Con Battiato oltre Battiato

 
Franco Battiato ha accompagnato una parte importante della mia vita, fin dal 1981. Oso dire che senza la sua musica sarei una persona diversa. Bisogna onorare i maestri. Periodicamente torno alla sua vasta opera. Amo soprattutto la sua produzione che va dalla fine degli anni Settanta ai primissimi anni Novanta. 

Ritengo che l’incontro con Sgalambro, un filosofo nichilista, non sia stato positivo.

Oggi continuo a riconoscere la grandezza artistica e umana del Maestro, ma sento anche l’esigenza di andare oltre alcuni aspetti della sua visione del mondo. In particolare, mi allontana il suo impianto gnostico, con la tendenza a considerare la materia e il mondo come realtà da oltrepassare. Il percorso che sento più vicino è quello di un’etica dell’alterità, capace di valorizzare la relazione con gli altri esseri e con il mondo vivente.

Ciò non toglie che da Battiato abbia imparato molto. Ho ammirato la sua concezione dell’arte come mediazione tra cielo e terra, la sua idea di un’aristocrazia dello spirito intesa non come privilegio sociale ma come conquista interiore, frutto di un lavoro quotidiano su di sé. Ho condiviso la sua convinzione che ogni autentico cambiamento collettivo debba partire dalla crescita individuale e dalla conquista della libertà interiore. Mi hanno colpito la sua apertura alla ricerca spirituale, il suo rifiuto dei fondamentalismi, il dialogo costante tra Oriente e Occidente e la sua opposizione a ogni forma di xenofobia. In lui convivevano suggestioni provenienti dal cristianesimo mistico, dal sufismo, dalle tradizioni orientali e dall’esoterismo occidentale, fuse in una personale ricerca dell’Assoluto. Continuo a nutrirmi di queste suggestioni. Con una formula: con Battiato oltre Battiato.

La riflessione sull’amore nella sua opera mi ha consentito di capire cosa non mi soddisfacesse più.

Andando a fondo nell’analisi dei suoi testi, ho scoperto come l’eros è spesso visto come una forza ambivalente: da un lato esercita un fascino irresistibile, dall’altro rischia di trasformarsi in dipendenza, ossessione o perdita della libertà. 

Mi limito ad alcuni esempi. In Stranizza d’amuri l’amore appare come una febbre.

 In Sentimento nuevo assume i tratti della possessione; in Personal computer viene ridotto a gesto meccanico e svuotato di autenticità. In E ti vengo a cercare, invece, l’attrazione per l’altro diventa occasione per elevarsi al di sopra dei desideri immediati e orientarsi verso l’Uno. Per altro, molte di queste canzoni possono ingannare (e credo sia una scelta voluta) ad un ascolto superficiale. Il messaggio profondo, però, è sempre lo stesso: l’uomo dovrebbe cambiare l’oggetto dei suoi desideri, spostarlo dall’umano al divino, emancipandosi dall’incubo delle passioni. Non a caso, ritengo che la versione più fedele alle intenzioni dell’autore sia quella data da Giovanni Lindo Ferretti. Insomma, E ti vengo a cercare è una canzone “contro l’amore”, non un esaltazione dell’amore umano.

Ne Il mito dell’amore emerge con chiarezza la tensione che percorre gran parte della sua poetica: il desiderio di comunione e, nello stesso tempo, il timore che il legame possa limitare la libertà personale. L’innamoramento nasce da un bisogno di unità, ma è destinato a confrontarsi con la caducità dei sentimenti e con l’inevitabile esperienza della separazione. Da qui il valore attribuito alla solitudine, intesa non come chiusura ma come condizione per continuare il proprio viaggio interiore.

Sicuramente il testo più crudo dedicato all’argomento è L’animale dove l’eros viene visto come cedimento al lato animale dell’uomo.

Nell’immaginario collettivo La cura è il capolavoro del musicista catanese. Non condivido il giudizio, ma in ogni caso ci troviamo di fronte ad un pezzo straordinario, nato nel sodalizio con Sgalambro. Sicuramente le parti più poetiche del testo appartengono a Battiato. 

In questa canzone l’essere umano appare fragile, esposto alla paura, all’ipocondria, alle ossessioni, alla malinconia. A lui si rivolge una forza amorevole che promette protezione, guarigione e accompagnamento. Il dialogo può essere letto come un colloquio tra il divino e l’anima, secondo una tradizione che richiama il Cantico dei Cantici e la grande mistica. Il vagare rappresenta lo smarrimento esistenziale; i fiori bianchi evocano la purezza e il desiderio di una dimensione più alta dell’essere; il mare e il viaggio richiamano la metafora filosofica e spirituale della navigazione dell’anima. In questa prospettiva, la cura non riguarda soltanto lo spirito, ma anche il corpo, coinvolto in un processo di guarigione e di pacificazione. Dunque, non una canzone d’amore umano. 

La duplicità di Battiato nei confronti del fenomeno amoroso emerge in uno dei suoi ultimi capolavori, Tutto l’universo obbedisce all’amore, che sembra riprendere un celebre (e tragico) verso virgiliano: Omnia vincit amor. L’universo sembra obbedire a questa forza che lega ogni cosa e che nessuno riesce davvero a nascondere o a dominare. Torna l’immagine delle catene, dunque della prigionia. L’unica possibilità di salvezza, sembra suggerire il musicista, è trascendere la dimensione terrena.

Perché, dunque, con Battiato oltre Battiato? Perché in lui vedo operare quella segreta corrente gnostica presente nella cultura occidentale e che svaluta il mondo, visto come preda di forze demoniache. Come ignorare le visioni apocalittiche presenti ne L’arca di Noè o i viaggi interstellari di un’umanità alla ricerca di nuovi mondo meno corrotti? 

Ciò nonostante, sarei mai giunto alla consapevolezza di un divino comunque presente nel mondo e alla necessità di abitarlo in maniera integrale senza suggestioni giuntemi insieme a musiche che tuttora ritmano la mia esistenza e il mio lavoro di scrittore?

Post scriptum

Il romanzo in uscita non solo deve a Battiato il titolo ma è pieno di microcitazioni dalla sua opera, soprattutto nei primi capitoli, omaggio necessario a un Maestro... necessario.






sabato 13 giugno 2026

Questo Blog (a revisione finita)

 


Ho terminato la revisione del Blog.

Ho oscurato i post “politici” di scarso rilievo, legati alla mia attività di consigliere.

Ho sostituito in molti casi le immagini con prodotti di A.I.

È stato utile per me ripercorrere quasi vent’anni di scritture le più varie.

Malgrado la tentazione periodica di abbandonarlo, questo vetusto strumento conferma il suo valore. Mi permette di cogliere persistenze e mutazioni. Mi permette di avere un cantuccio per ragionare, soprattutto ora che dovrò supportare con consapevolezza la mia attività di scrittore a tempo pieno. Anzi, dovrei impormi di scrivere ogni giorno, con attenzione a quanto accade nel mio tempo, con la sguardo nuovo che è maturato in quest’ultimo anno, in cui ho scoperto che essere un uomo della e per la scuola non era la mia vocazione principale, non era il mio destino.

A proposito. La scuola è finita, grazie a Dio. Dopo la parentesi “toscana”, andrò a San Cumano.

È realistico che ci sia un periodo lungo di silenzio, in cui rigenerarmi e dedicarmi alla correzione del terzo romanzo (che dovrebbe uscire in inverno).




venerdì 12 giugno 2026

democrazia, scienza e altri luoghi di contesa (φιλοσοφία)

 

Provo a mettere, in maniera un po’ spericolata, insieme tre suggestioni apparentemente slegate:

1) La riflessione tenuta a Benevento da Cacciari con relative discussioni;

oggi;

2) La polemica sulla scienza;    

3) La manifestazione del Movimento 5 Stelle a Roma.

1. La tesi di Cacciari

Cacciari ha affermato che il paradosso della democrazia è di produrre inevitabilmente delle aristocrazie. Con questo “male necessario” bisogna convivere, non essendovi alternative alla “delega”. Io gli ho obiettato che esiste una teoria politica che prova a superare questo vicolo cieco (la Arendt, dosi massicce di “democrazia diretta o partecipata”). Nunzio Castaldi ha scritto che la politica, come vuole Cacciari è una téchne, necessaria per operare scelte. Condivide con il filosofo veneziano il “rimpianto” per i grandi partiti capaci, hegelianamente, di mediare fra istanze di “parte” e istanze “universali”. Biasima, con Cacciari, l’illusione di poter praticare la democrazia diretta, pretesa utopistica tacciata di demagogia. Tale pretesa, tra l’altro, ignorerebbe l’abissale differenza fra la Grecia del IV secolo e il mondo moderno.

A Nunzio rispondo:

1)      La ripresa della democrazia greca (mutatis mutandis) è una proposta contenuta nell’opera della maggiore pensatrice politica del Novecento, la Arendt, appunto, che Cacciari detesta e volentieri rottamerebbe. Non credo che la discepola di Jaspers ed Heidegger (inchino) sia tacciabile di “ignoranza” nella ricostruzione della cultura occidentale. In ogni caso, mi fa piacere essere in sua compagnia.

2)      Cacciari ritiene “utopica” e irrealizzabile la democrazia diretta e, dunque, guarda... al passato! Com’erano belli i partiti di massa! Ah, se tornassero i partiti di massa! Intanto ci teniamo questa immonda porcheria dei partiti liquidi... Utopia per utopia... mi tengo stretta la mia, che almeno è bella, postulando la necessità di un impegno diretto di ogni cittadino in quanto tale nella cosa pubblica. Per i dettagli rinvio ad un lettura di Che cos’è la politica della Arendt, su cui non escludo un seminario di approfondimento.

3)      Come detto anche a Cacciari, la segreta scaturigine di questo atteggiamento – e mi ricollego alla polemica con Alessio Mongillo – è Platone. In lui viene assolutizzata, contro la democrazia ateniese, la necessità di affidare la guida dello stato ai “nocchieri” più capaci.

2. Filosofia, scienza, politica

Il mio amico e collega Alessio Mongillo si è risentito per un’intervista a Naomi Klein da me postata in cui si dichiara l’incompatibilità fra sopravvivenza del pianeta e neoliberismo. Ne contesta l’approccio “superficiale” alla scienza, accusata di corresponsabilità in quanto sta accadendo. Chi leggerà l’intervista, poi il libro, vedrà che la Klein dice altro, che cioè esiste una scienza rispettosa dell’ambiente, nella tradizione di Ivan Illich. Ma Alessio, more solito, parte alla carica per rivendicare i meriti della scienza, unica forma di conoscenza della “verità” capace di risolvere i problemi planetaria. Ne è nata una fitta discussione. Le mie tesi in sintesi sono:

1)      La “scienza occidentale” non è neutrale rispetto a quanto sta accadendo ma ha gravi responsabilità.

2)      La “scienza occidentale” non è Galileo ma, per lo più, scienziati che lavorano finanziati da grandi corporation: non è neutrale rispetto ai problemi economici.

3)      L’immagine “romantica” della scienza andrebbe destrutturata attraverso una seria opera di “decolonizzazione dell’immaginario”.

4)      La “scienza occidentale”, parcellizzata, settorializzata, non è in grado di cogliere la complessità della crisi planetaria, di cui essa stessa è corresponsabile.

5)      La “scienza occidentale” non è, come crede Alessio, autonoma e antagonista rispetto alla “filosofia”, ma ne è la figlia naturale.

6)      Bisogna superare sia la “scienza occidentale” cartesiana e baconiana, con quanto di mortifero ha prodotto nei secoli, tanto la “filosofia”, che ne è la madre legittima.

7)      In ogni caso, non sarà la tecnoscienza a risolvere i problemi che in parte ha creato.

8)      È necessario una mobilitazione di tutti, senza deleghe a presunti “sapienti” (scienziati) che possano risolvere la fame nel mondo piuttosto che il problema dell’inquinamento. Sarebbe come chiamare le banche a risolvere le crisi economiche causano per la loro famelicità.

3. Una nuova politica senza deleghe, una nuova società “attiva” e consapevole

Qualche mese fa, ho maturato la decisione di entrare nel M5S in assoluta coerenza con un percorso intellettuale:

1) non credo più alla delega integrale, credo necessario rifondare la democrazia con ampie iniezioni di democrazia diretta e partecipata.

2) Credo che la salvezza della Terra-Patria passi attraverso una radicale ridefinizione del concetto stesso di (tecno)scienza. Il M5S, che spesso fa riferimento all’opera di Rifkin, mostra di esserne consapevole.

(Nota apparsa su Facebook il 12 ottobre 2014)