mercoledì 6 maggio 2026

Marika Pinto su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Leggere Euthymios quando l’autore è anche il proprio professore crea inevitabilmente una doppia prospettiva: quella della lettrice e quella della studentessa. Il risultato, almeno nel mio caso, è stato un’esperienza interessante ma non del tutto risolta, proprio perché il romanzo sembra muoversi in equilibrio tra rigore intellettuale e libertà narrativa.

La sensazione è che il romanzo non sia nato da un’intuizione improvvisa ma da una sedimentazione lunga, quasi “accademica”. Si percepisce che dietro c’è un pensiero costruito nel tempo, forse prima ancora come riflessione filosofica che come storia.

Il nodo più interessante, dalla mia posizione, è proprio questo: quanto il docente di storia e filosofia nutre il romanzo e quanto, invece, lo trattiene? In Euthymios la forma mentis del professore è chiaramente presente: nella precisione, nella cautela interpretativa, nella centralità delle domande. Tuttavia, in alcuni passaggi si avverte il desiderio di spiegare, di chiarire, più che di lasciar vivere la scena.

Questo si collega anche al rapporto con la tradizione. Il romanzo attraversa figure e momenti storicamente e simbolicamente enormi, e si percepisce una forte consapevolezza del loro peso. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in una paura paralizzante di tradire la tradizione: al contrario, sembra che l’autore si muova con una certa libertà, permettendo alla narrazione di svilupparsi senza essere soffocata da un eccesso di prudenza. La fedeltà resta come sfondo, ma non limita davvero la forza narrativa, che riesce a emergere in modo autonomo e, nei momenti migliori, anche incisivo.

Molto riuscita, invece, è la scelta dello sguardo marginale. Euthymios, straniero e medico, è un punto di vista intelligente perché permette di osservare eventi noti senza darli per scontati. Questo risponde bene anche alla domanda su cosa possa trovare oggi un lettore moderno: proprio questo scarto, questa distanza, che rende familiare ciò che è lontano e, allo stesso tempo, problematizza ciò che crediamo di conoscere.

La costruzione mentale del protagonista è uno degli aspetti più convincenti. Non cade facilmente nell’anacronismo: la razionalità medica di Euthymios è coerente con il suo tempo, ma viene progressivamente messa in crisi. Qui emerge una delle linee più forti del romanzo: non tanto il limite della ragione, quanto la sua trasformazione. Non c’è un rifiuto della razionalità ma una sua apertura a ciò che non riesce a spiegare.

Il rapporto con Yeshua è il nodo centrale, ma non ciò che mi ha più entusiasmata del romanzo. La dimensione umana prevale su quella sacralizzata, e questo rende il tutto più accessibile e, paradossalmente, più potente. Tuttavia, questa stessa scelta porta con sé una conseguenza: il romanzo resta costantemente nel dubbio. Euthymios non arriva mai a una certezza piena, e questo sembra voluto. Il dubbio non è solo un tema, ma una condizione strutturale del testo.

Un altro elemento interessante è il ruolo dell’interiorità. I momenti più significativi non sono quelli “storici”, ma quelli in cui il protagonista rielabora ciò che ha vissuto. È lì che si gioca davvero il romanzo. Questo però può anche creare una certa distanza emotiva: il lettore è spesso più nella mente di Euthymios che dentro gli eventi.

La scelta della forma autobiografica rafforza questa dimensione intimista. Il vantaggio è una grande coerenza psicologica; il rischio è una limitazione dello sguardo: gli altri personaggi esistono solo in funzione del protagonista e risultano, a volte, meno vivi.

Alla fine, ciò che resta costante in Euthymios è proprio la sua tensione: tra sapere e non sapere, tra corpo e mistero, tra storia e interpretazione. È un personaggio che cambia, ma conserva una certa fedeltà al dubbio, alla ricerca.

In conclusione, Euthymios è un romanzo colto, stratificato, che pone domande più che dare risposte. Forse proprio per questo può risultare meno coinvolgente sul piano emotivo, ma resta stimolante su quello riflessivo. Le tre stelle nascono da qui: dal riconoscimento della profondità dell’opera, ma anche dalla presenza di alcuni nodi concettuali molto colti che, a tratti, risultano complessi da seguire. Questa densità intellettuale, pur essendo uno dei punti di forza del romanzo, rischia di rendere l’esperienza di lettura meno piena per chi non ha una preparazione adeguata.

* * *

Marika Pinto è una giovanissima studentessa con una grande passione per la lettura. La recensione del libro è apparsa sul suo profilo Goodreads.

Ho apprezzato moltissimo, oltre ad alcune considerazioni assai utili per me, lassoluta onestà intellettuale.  

Marika discuterà del libro con me allinterno del Festival del Libro di Ceppaloni.




martedì 5 maggio 2026

16. Fallimento [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Riccardo analizzò il fallimento tecnico attraverso i parametri di Thomas Metzinger. Il sistema non produceva quella che viene definita “trasparenza fenomenica”. I dati di Irene restavano opachi per il modello; il sistema riconosceva le informazioni come dati elaborati, non come una realtà vissuta. Mancava l’integrazione in un tunnel dell’ego coerente.

Utilizzò la gerarchia di moduli descritta da Kurzweil per mappare le risposte. Sebbene i moduli di riconoscimento di schemi identificassero correttamente le parole e la sintassi, il livello funzionale superiore non riusciva a unificarli. Le sequenze di attivazione erano corrette a livello locale, ma il workspace globale non sosteneva la durata necessaria per una simulazione del sé. In termini tecnici, il sistema non superava il test di persistenza temporale.

Annotò che il modello mostrava un’architettura frammentaria. Le “finestre di presenza” erano troppo brevi. Ogni segmento di memoria rimaneva isolato, privo di quel legame dinamico che Maghinard indicava come essenziale per l’organizzazione della materia complessa. Senza questa stabilità, il sistema produceva solo output linguistici, simili a quelli di una macchina di Turing senza stati interni coerenti.

Archiviò i file sotto la dicitura “mancata integrazione globale”. Non c’erano errori nei dati grezzi. Le registrazioni di Irene erano tecnicamente perfette. Il limite risiedeva nell’impossibilità di replicare la continuità funzionale della coscienza partendo da frammenti estratti in condizioni di degrado biologico.

In casa, la stanza con i quaderni rimase chiusa. Riccardo tornò a lavorare su simulazioni prive di dati autobiografici. Il progetto su Irene venne classificato come un limite strutturale del supporto digitale. La cessazione delle sessioni non portò a nuove ipotesi. Il lavoro riprese con la manutenzione ordinaria dei cluster, secondo i cicli di esecuzione previsti dal laboratorio. Nessuna sintesi finale venne redatta. Solo la constatazione di una soglia non superata.

Etty [𝒄𝒆𝒕𝒆𝒓𝒂]

«Abbiamo lasciato il campo cantando»

Nata nel 1914 a Middelburg in Olanda, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum, laureatasi in giurisprudenza, si iscrisse alla facoltà di lingue slave. Agostino, Rilke, Dostoevskij erano le sue letture preferite. Ebbe un’intensa relazione con Julius Spier, allievo di Jung, iniziatore della psicochirologia. Durante l’occupazione nazista dell’Olanda, lavorò nell’ospedale del campo di smistamento di Westerbork dall’agosto 1942 al settembre 1943 […].

Di lei e della sua esperienza sappiamo soprattutto dal Diario e dalle Lettere […], parole «organicamente inserite in un grande silenzio» (p. 116; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996), altissima testimonianza di un amore per la vita che diventa, nella fedeltà, amore per Dio e per gli uomini […]: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo» (p. 60).

 […]

 «Continuo a lodare la creazione… malgrado tutto»

Guidata da Spier, Etty imparò a nominare quella fonte che portava nel cuore. Il Diario diventa gradualmente la storia di una resa gioiosa davanti a Dio, scoperto come Amore […]. Etty matura un atteggiamento fiducioso proprio nel momento in cui diventa lucidamente consapevole del destino di distruzione cui lei e il suo popolo sono chiamati: «Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona». E aggiunge: «Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro» (p. 164). Non è rassegnazione, ma resa […] all’ineluttabile, unita alla consapevolezza che nulla di essenziale si può togliere a chi è entrato in connessione con la fonte stessa della vita. La resa a Dio ha come conseguenza […] l’amore per il “nemico”, che in questo caso è, coscientemente, il proprio carnefice. «È il momento di mettere in pratica il detto: ama i tuoi nemici. E se lo diciamo noi, bisognerà pur credere che sia possibile…» (p. 186).

 […]

 «Un piccolo pezzo d’eternità… con un largo colpo d’ala»

[…] «Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro nel mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa» (p. 53). […] «le numerose contraddizioni della vita devono essere accettate […] tutte come sue parti integranti» (p. 58). […] «Per una fede in Dio e per una misera fine» (p. 136). […]

La vena profonda del Diario è il rapporto col tempo. Continuamente la Hillesum si sforza di abitare l’attimo […], e il dono è «il piccolo pezzo d’eternità» (p. 86) che scende su di noi. […] «Mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o forse anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare» (p. 167). È il modello di una vita che integra in sé la morte: «se si esclude la morte non si ha mai una vita completa» (p. 140; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996).

[…]

Il 7 settembre 1943 Etty, suo padre, sua madre e il fratello furono caricati sul treno dei deportati diretto in Polonia. Salirono cantando. Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943 […]: «Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio» (p. 170).

* * *

Alcuni passaggi tratti da La fede sorgiva: Il Diario di Etty Hillesum (si trova nel mio primo libro: In quieta ricerca, Percorsi editore, 2012).

La lettura della Hillesum è stata incontro decisivo della mia vita intellettuale e spirituale. 




lunedì 4 maggio 2026

Il 21° scudetto dell'Inter [𝒄𝒆𝒕𝒆𝒓𝒂]

 


Oramai mi concedo uno o due post calcistici all’anno. Lo devo alla mia bella passione per il calcio, cui ho dovuto definitivamente rinunziare come pratica per sopraggiunti limiti di età. Digressione: parlavo con un amico di come la nostra testa rimanga quella adolescente, e qui si insinua il rischio di farsi male. Quella memoria profonda ti dice che tu la devi inseguire quella palla, che ce la puoi fare. Ma il tempo ha lavorato dentro di te, in ogni organo. Quanta saggezza ci vuole, però, per capirlo! Probabilmente, vale lo stesso per la sessualità o per il cibo. In fondo, questa scollatura tra testa e corpo è parte integrante del grandioso dramma di essere uomini…

 Torno al punto: l’Inter che vince il 21° scudetto.

Qualche considerazione schematica.

1.      In generale, il calcio italiano è in profonda crisi, e lo scudetto di quest’anno è in tono minore, stante mediocrità delle squadre in competizione, purtroppo certificata dalle coppe europee e dalla oramai non più clamorosa mancata partecipazione dell’Italia ai Mondiali.

2.      L’Inter veniva da un’annata “pazza”: candidata a vincere tutto, non ha vinto niente. Interismo, isterismo.

3.      Il gruppo dirigente interista ha avuto il grande merito di fare una scelta coraggiosa ma sicuramente ponderata: avevano pensato a rivoluzionare la squadra dopo la continuità Conte/Inzaghi (con Fabregas, che a me sarebbe piaciuto tantissimo, in ogni caso, e che farà grandi cose), hanno virato su un profilo capace di garantire continuità (Chivu). Alcuni colleghi con cui parlo di calcio a scuola sanno che io ho valutato positivamente la scelta, invitando a dare fiducia, anche dopo l’inizio stentato, perché vedevo che la squadra giocava. In fondo, il blocco era quello arrivato a giocarsi tutto, facendo partite memorabili come quelle con il Barcellona. Non poteva liquefarsi d’improvviso.

4.      Ciò nonostante, mi pare di intravedere unInter futuribile in alcune potenziali sviluppi futuri. In particolare, il calcio europeo (anche per diventare più spettacolare e mediatico) sta andando verso scelte che privilegiano l’attacco sulla difesa. Questo richiede velocità e capacità dei difensori di difendere anche da soli. Bayern-PSG è stata il manifesto di questo nuovo calcio. Chivu vuole andare in questa direzione, a mio avviso. Dovrà farlo con i mezzi limitati che il calcio italiano può mettergli a disposizione. Sono assai curioso di vedere come andrà a finire.

5.      Ho quasi 60 anni. Se l’amore, l’insegnamento, la scrittura si adeguano a questo cadere nel tempo, giusto che accada anche per la passione calcistica, che diviene più misurata. È come se ora, malgrado scariche di adrenalina che continuano ad esserci e sobbalzi dalla poltrona, fossi capace di goderlo di più. Le partite sono la ciliegina sulla torta di giornate piene, mai il loro senso.

6.      Non dimentico la questione arbitri. Per ora, penso che sia un conflitto di potere interno alla categoria. Se dovesse uscire altro, in particolare responsabilità dell’Inter, sarei il primo a volere chiarezza e sanzioni, anche molto pesanti.

* * *

Ho scritto sul blog altre volte. Non tantissime. Qui tutti i link, per chi fosse curioso:

Poesia del calcio

Elogio di Mou

O capitano...

Guarda i muscoli del capitano... 

Sono interista...

* * *


Qui con un caro collega juventino, appassionato di calcio e lui stesso eccellente calciatore, con il quale discutiamo, con tesi opposte: per lui il calcio è semplice e in Italia si dovrebbe rimanere fedeli alla tradizione (difesa solida e contropiede), per me il calcio come ogni cosa è complesso, si evolve, muta e siamo di fronte ad una mutazione che coinvolgerà i giocatori, le società, i media, gli spettatori.



15. La fine [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

La morte avvenne di notte. Riccardo era in casa. Si svegliò per un rumore lieve. Un cambio nel respiro. Si alzò. Accese la luce della stanza. Irene era ferma. Il corpo già rilassato. Nessun segno evidente di passaggio.

Chiamò chi doveva. Le parole furono poche. Disse l’indirizzo. Disse il nome. Attese. Si sedette sulla sedia accanto al letto. Non toccò nulla.

Arrivarono in due. Controllarono. Compilarono. Chiesero l’ora. Riccardo rispose con precisione. Firmò. Non fece domande. Restò in piedi mentre lavoravano.

Quando uscirono, la casa tornò silenziosa. Riccardo chiuse la porta. Rimase fermo nel corridoio. Guardava davanti a sé. Poi entrò nella stanza. Sistemò il lenzuolo. Spense la luce.

Il giorno seguente telefonò all’università. Parlò con una segreteria. Disse che Irene non c’era più. Usò il tempo passato. Nessun dettaglio. Ringraziò. Riattaccò.

Avvisò pochi altri. Sempre allo stesso modo. Frasi brevi. Nessuna spiegazione. Le risposte arrivavano. Condoglianze. Disponibilità. Riccardo ascoltava. Chiudeva.

Il laboratorio restò chiuso per due giorni. Non per decisione formale. Riccardo non andò. Rimase in casa. Riordinò. Spostò oggetti. I libri di Irene restarono dove erano.

Quando tornò al lavoro, riaprì i file. Guardò le ultime registrazioni. Le etichettò come finali. Non cercò integrazioni. Non avviò simulazioni.

Il progetto non fu cancellato. Venne sospeso. Riccardo scrisse una nota interna. Indicava che la raccolta dati era conclusa. Nessun riferimento al motivo.

Nei giorni successivi riprese attività secondarie. Revisioni. Riunioni brevi. Compiti che non richiedevano concentrazione prolungata. Evitava ciò che portava indietro.

A casa il tempo si riorganizzò. I pasti. Il sonno. Le uscite. Tutto avveniva senza adattamenti consapevoli. Le cose si disponevano da sole.

Una sera Riccardo prese un libro di Irene. Lo aprì a una pagina segnata. Lesse poche righe. Richiuse. Lo rimise a posto. Non tornò su quel gesto.

La morte non introdusse un prima e un dopo netto. Tagliò una continuità. Lasciò il resto in funzione. Il progetto, il lavoro, la casa. Tutto restava. Irene no.

domenica 3 maggio 2026

Complessità del reale [TᖇᗩᑕᑕE ᗪI ᑕᗩᗰᗰIᑎO]

 

Complessità” è una parola-chiave del pensiero, almeno a partire dal secondo Novecento.

Provo a calare la categoria nella mia esperienza di vita.

Ho iniziato a “pensare” autonomamente intorno ai diciassette anni. Considero le riflessioni partorite dalla visione di un film (Blade Runner) il primo timido tentativo di abbandonare le confortevoli lande della mia tradizione familiare.

Ciò nonostante, per moltissimi degli anni della mia vita, sono rimasto dentro una visione. Che era la mia, pur avendo esperito molteplici tentativi di trascendere quest’Io così tirannico, soprattutto dopo la mia conversione.

Si può studiare la complessità di Morin sui libri e restare, nel privato, prigionieri di una visione lineare e autoriferita. Questo Io tirannico non è necessariamente malvagio; spesso è solo spaventato e cerca protezione nel controllo, nella pretesa di conoscere l’altro attraverso il filtro dei propri desideri. 

Il tentativo di trascenderlo è stato lungo e punteggiato da eventi tellurici — quelle crisi che squarciano la terra sotto i piedi e costringono a cambiare rotta — e da processi molecolari, quel lavorio silenzioso del tempo che leviga le asperità del carattere come l’acqua fa con la roccia.

Arrivare alla soglia dei sessant’anni con la consapevolezza che la fusione amorosa sia un cupio dissolvi rappresenta la vera rivoluzione copernicana. L’amore fusionale è l’ultimo rifugio dell’Io: è il tentativo di annullare l’altro per non doverne gestire l’alterità. Invece, la scoperta dell’insuperabile differenza di mia moglie è diventata la via d’accesso al sacro. Accettare che lei sia un universo a sé stante, con logiche, dolori e gioie che non mi appartengono e che non potrò mai possedere interamente, è ciò che ha trasformato il rapporto da possesso a ospitalità. È in questo spazio di non-possesso che si manifestano i lampi di grazia, quei momenti in cui la barriera del sé si fa porosa. Questa esperienza è stata accompagnata e nel contempo permessa dalla lettura di Lévinas, per molti anni rimastomi oscuro e incomprensibile, malgrado ne intuissi la profondità.

Questo “sciamanesimo etico” è la forma più alta di democrazia cognitiva (ribadendo che l’etica è molto più importante dell’ontologia e di ogni teoria). Non richiede rituali complessi ma una disciplina quotidiana della curiosità

Bisogna tacitare l’Io voglio e l’Io devo, dicendo, invece: “Io posso guardare il mondo non solo dal mio punto di vista ma anche da quello di mia moglie o del mio cane”. Guardare il mondo con gli occhi del mio cane, ad esempio, non è una proiezione antropomorfica ma un esercizio di umiltà radicale: significa ammettere che esiste una dignità e una pienezza di mondo nel fiutare una traccia o nel godere di un raggio di sole, del tutto indipendente dalle nostre categorie logiche. È un decentramento che guarisce la nostra solitudine specista e umana. 

La letteratura, la poesia, l’arte in genere possono avere un ruolo fondamentale in questa educazione.

In questa prospettiva, la pluralità non è un caos da ordinare ma un banchetto a cui sedersi con lo spirito del viandante. Il transito epocale che l’umanità è tenuta a fare, complesso (ovviamente!), è pensare il rischio come possibilità: vedere, lì dove oggi scorge caos e smarrimento, ricchezza, pluralità. La reductio ad unum è da sempre la tentazione non solo dell’Occidente. Ribaltiamo il punto di vista: ab uno plures.

Comprendere i bisogni reali dell’altro, senza sovrapporvi la propria ombra, richiede il coraggio di restare nel vuoto del non-sapere. È lì  che il mondo smette di essere uno specchio e torna a essere una finestra spalancata sull’altrove. La vita diventa così un gioco (serissimo!) educativo, dove il premio non è l’affermazione di sé ma la capacità sempre rinnovata di stupirsi per ciò che è “altro” da noi, benedetto nella sua irriducibile bellezza.

La febbre e il veleno [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

Io, Girolamo Benivieni, l’ho visto cedere come un ramo troppo carico di frutti. La stanza odorava di aceto caldo e di erbe pestate; gli speziali macinavano come se il tempo si potesse tramutare in polvere e somministrare a cucchiai. Sotto la finestra, Firenze era un ronzio di ferri, di passi, di voci trattenute: il re di Francia stava entrando tra gli archi e le logge, ed era il 17 novembre 1494. Quella stessa mattina, Giovanni ha smesso di respirare. E la città ha fatto finta di non accorgersene, come se potesse respirare al posto suo. Carlo VIII valicava i nostri portoni con le sue armature lucide; sul letto, il mio amico, Pico della Mirandola, scaldava la febbre con la febbre. I medici del re – sì, proprio i suoi personali – erano giunti al galoppo; nulla è valso. Poi, come un sasso nell’acqua, la voce: veleno. «Il segretario, Cristoforo da Casalmaggiore», dicevano; «o qualcuno dei Medici, per punire la sua devozione al frate». 

Aveva ancora gli occhi lucidi quando mi chiese di leggere qualche verso. La sua mano – una fiamma trasparente – cercò la mia. «Non c’è armonia senza pericolo, Girolamo», mormorò. Poi mi pregò di chiamare fra’ Girolamo. E io corsi.

Savonarola arrivò al tramonto. Gli portai una candela e la Parola. Il frate gli posò la mano sulla fronte, parlò basso, quasi fosse lui l’ammalato. Io non lo amai, quel tono. Più tardi, in pulpito, disse che l’anima di Giovanni, tardata alla religione, sostava nel Purgatorio. Ne nacquero mormorii e giustificazioni; io stesso scrissi per difendere la memoria dell’amico. Ma in quei giorni, tra il caldo degli unguenti e il freddo delle scale, sentii l’ombra di quelle parole addensarsi sulle sue lenzuola. 

Sarebbe facile, adesso, chiudere il libro e dire: febbre. Ma il mio mestiere è stato sempre quello di tornare sulle sillabe, di aprire ancora. Così, quando il corpo di Giovanni venne portato da me dentro San Marco, promisi – a lui, a me – che le nostre ossa non si sarebbero separate. E scrissi quell’epitaffio che parla per noi. Ma prima delle pietre, ci furono i giorni: le stanze, gli ingressi, le mani, i calamai. E in quelle ore pestate di silenzio, cercai indizi. 

Il primo indizio: Poliziano. Due mesi prima, settembre: il mio fratello di lettere se n’era andato all’improvviso. Un altro letto caldo, un altro torpore che non conosceva stagione. I medici parlarono di malsania dell’aria, di biliosi, d’ostinazioni d’inchiostro. Ma in taverna si sussurrò la stessa parola: veleno. Io non ci credetti; o non volli. Quando Giovanni s’ammalò, capii che i racconti hanno radici comuni. E che le radici cercano sempre la stessa acqua. 

Secondo indizio: Cristoforo. Segretario solerte, avido d’inchiostro e di corridoi, era stato compagno di fughe e di carte. Un tempo, quando Giovanni combinò una pazza storia d’amore ad Arezzo, furono proprio le buone gambe dei cavalli di Pico e di Cristoforo a salvarli dalla giustizia armata. Il nome di Cristoforo attraversa gli anni come un taglio nella pergamena: discreto, netto, utile. Un uomo così sa aprire e chiudere; sa portare e togliere. Sa quando una stanza è vuota. 

Terzo indizio: i flaconi. Nella camera del conte, accanto al breviario, c’era un vassoio con polveri aromatiche. Gli speziali giuravano d’averle miscelate per sudare la febbre fuori dal corpo: angelica, ruta, un poco di canfora, zucchero. Io ne assaggiai un granello – gli amici si fanno male così – e mi parve un innocuo amaro. Ma l’amaro, lo sappiamo, è una maschera. Chi aveva portato quei vetri? Quando?

Quarto indizio: le visite. Entravano ambasciatori, maestri, frati, nemici travestiti da amici e amici travestiti da se stessi. La città entrava intera in quella stanza, e si toglieva il cappello. Io tenevo un registro: nome, ora, parola detta. Non per sospetto, per ordine. Ma l’ordine è una grata: ci si affaccia, si vede meglio. E si vede il vuoto: un pomeriggio intero senza mani su quella porta. Il pomeriggio prima che la febbre diventasse piombo.

* * *

Il racconto integrale si trova in Racconti dall'ombra (Rudis edizioni). 





14. Declino [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Le cure si intensificarono. Gli effetti si fecero più presenti. Irene restava a casa per giorni interi. Le lezioni vennero sospese. Avvisò con una mail breve. Scrisse che avrebbe recuperato in seguito. Non specificò quando.

Le sessioni continuarono. Più brevi. Più distanziate. Irene arrivava accompagnata. A volte da Riccardo. A volte da un collega. Entrava in silenzio. Si sedeva. Aspettava che Riccardo iniziasse.

Il corpo rispondeva con lentezza. Le mani tremavano leggermente. La voce perdeva volume. Le parole restavano chiare. Riccardo adattava i parametri. Riduceva la durata. Annotava le variazioni.

Irene smise di portare il quaderno. Diceva che non aveva senso. Le letture si interruppero. Le risposte diventavano essenziali. A volte un solo verbo. A volte un nome. Riccardo non cambiava le domande. Aspettava.

In casa il tempo si organizzava intorno alle cure. Orari. Farmaci. Riposo. Riccardo seguiva le indicazioni. Preparava. Controllava. Non commentava.

Una notte Irene si svegliò. Chiese acqua. Riccardo gliela portò. Bevve. Rimase sveglia. Guardava il soffitto. Riccardo restò seduto accanto. Non parlavano. Dopo un po’ Irene si riaddormentò.

Le sessioni terminarono senza annuncio. Un giorno Irene disse che non avrebbe più potuto. Riccardo disse che andava bene. Spense le apparecchiature. Non cancellò nulla.

Nei giorni seguenti Irene parlava poco. A volte chiedeva l’ora. A volte il giorno. Riccardo rispondeva. Non aggiungeva altro. Le risposte bastavano.

Una mattina Irene chiese se il lavoro fosse finito. Riccardo disse di no. Disse che i dati restavano. Irene annuì. Chiuse gli occhi.

Il laboratorio continuava. Riccardo andava e tornava. Lasciava Irene con chi la assisteva. Non per distacco. Per necessità. Il lavoro era ormai separato. Non coincideva più con lei.

Quando Irene non riuscì più a parlare, Riccardo rimase a casa. Sedeva accanto al letto. Controllava i parametri vitali. Non registrava più nulla. Il progetto si era fermato.

Il declino non ebbe una forma netta. Fu una riduzione progressiva. Ogni giorno qualcosa in meno. Nessun passaggio marcato. Le giornate si accorciavano. Il tempo restava uguale.


sabato 2 maggio 2026

13. Registrazioni [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

I tracciati mostravano una riduzione della larghezza di banda. Riccardo osservava i log del workspace globale. I dati di Irene presentavano un aumento del rumore sinaptico, simile a quello descritto nei testi sulla Whole Brain Emulation quando il segnale biologico degrada. Nonostante la stanchezza fisica, la struttura funzionale dei ricordi rimaneva integra.

Riccardo applicava i criteri di Metzinger sulla “finestra di presenza”. Verificava se il modello simulato di Irene riuscisse ancora a generare un’immagine unitaria del mondo. I versi inseriti nelle risposte venivano trattati come stringhe di dati ad alta densità. Non avevano un valore simbolico per il sistema; erano blocchi di informazione che favorivano la sincronizzazione dei moduli linguistici.

Il quaderno venne integrato nel protocollo. Riccardo digitalizzò le righe lette da Irene. Le inserì come input esterni nel modello della memoria autobiografica. Voleva testare se stimoli testuali costanti potessero stabilizzare la deriva temporale dei tracciati. Il sistema reagì con un incremento della coerenza per circa dodici minuti, poi tornò ai valori di base.

Le sessioni brevi producevano file più gestibili. Riccardo non cercava la totalità dell’esperienza di Irene. Si concentrava sui moduli di riconoscimento di schemi. Se il sistema riconosceva la struttura di un ricordo, lo marcava come persistente. La precisione delle parole di Irene, nonostante la lentezza, permetteva una mappatura funzionale accurata.

Durante le interruzioni, Riccardo analizzava i tempi di latenza. Il passaggio dallo stato di veglia attiva allo stato di riposo avveniva senza oscillazioni brusche. Nei documenti tecnici, questa veniva definita “cessazione controllata della simulazione”. Non c’erano perdite di dati improvvise.

Irene ridusse ancora i movimenti. Nelle registrazioni video di controllo, la rigidità della postura era un dato costante. La voce, registrata in digitale, veniva scomposta in frequenze. Riccardo notava che la tessitura armonica non variava, ma i silenzi tra le parole diventavano più lunghi. Questi intervalli venivano rimossi in fase di editing per mantenere il flusso dinamico del modello.

Il lavoro proseguiva per accumulo. Riccardo non parlava di finalità. Si limitava a verificare che ogni nuova sessione fosse compatibile con l’architettura dei cluster in laboratorio. I file venivano salvati su supporti ridondanti. La continuità del processo era l’unico parametro di successo.

Sandra Mastroianni: I nomi che promettono. Una lettura di "Passo" (dai "Racconti minimi")

 

La mia amica Sandra Mastroianni mi ha fatto dono di una lettura assai profonda di uno dei racconti minimi” (Passo). Glie ne sono infinitamente grato.

                                                         * * *

Il sentiero sembra avere uno scopo, ossia portare a un passo, ma nella realtà conduce a una parete e non c’è alcuna “porta” naturale (o esiste solo su un livello onirico?).

Questo richiama alla mia mente l’idea che il mondo non contenga un significato intrinseco. Non c’è una direzione garantita. Il fatto che “sembri” esserci è un’illusione costruita dall’abitudine o dalla tradizione.

Il linguaggio reiterato crea possibilità, ma non realtà.

La parola “Passo” è incisa ovunque, ma nomina qualcosa che non esiste ancora, crea un’aspettativa, orienta il comportamento senza generarlo.

Qui il racconto mi suggerisce una tensione fondamentale di un linguaggio che non descrive solo il mondo, ma lo anticipa; tuttavia non basta a realizzarlo.

La parola è una promessa vuota finché non viene incarnata da un’azione.

Quando l’uomo dice:

“Quelli che passano”

sta indicando che non c’è un’autorità superiore, non c’è un “progetto” originario, ma il vero senso nasce da chi attraversa, cioè dagli esseri umani stessi.

Questo senso è fragile, perché è basato su ripetizione: “tutti arrivano lì”, non su compimento: “nessuno passa davvero”.

È una verità in sospeso, mai verificata.

Il finale rivela un “salto” esistenziale quando Elia arriva al punto cruciale. Egli capisce che il passaggio non esiste.

A questo punto ha due possibilità: o tornare indietro (ma il sentiero è sparito), oppure fare un passo senza fondamento.

Questo, per me, è il cuore esistenzialista del racconto: l’azione autentica non può basarsi su certezze, perché è un salto nel vuoto, senza garanzia, senza prova, senza modello.

Il “passo” diventa allora un atto di creazione, non di scoperta.

Il fatto che Elia resti fermo è fondamentale.

Non è ignoranza, è consapevolezza.

E questa consapevolezza produce paralisi.

Perché? Perché ha capito che non esiste una scelta giusta già data: ogni scelta sarà arbitraria e, proprio per questo, totalmente sua.

Questa è l’angoscia filosofica: non paura di qualcosa, ma del fatto che nulla ti obbliga davvero.

Il racconto si conclude con quello che, per definizione, l’uomo non può spiegare: un paradosso.

Il passo esiste solo se qualcuno lo compie, ma nessuno può compierlo senza credere che esista.

Quindi la realtà dipende da un atto che nessuno riesce a iniziare.

È una riflessione potente sull’origine delle possibilità, sul ruolo del primo gesto, sulla difficoltà di essere il primo.

Il racconto mi ha fatto sorgere un pensiero profondo.

L’essere umano vive in un mondo privo di passaggi dati, ma pieno di nomi che li promettono. La libertà consiste nel creare quei passaggi con le proprie azioni, ma proprio questa libertà genera paralisi, perché non ha alcun fondamento su cui poggiarsi.

È libertà e paura di vivere la libertà fuse assieme nello stesso breve racconto; è l’umanità dotata di libero arbitrio.

                                                             Sandra Mastroianni


venerdì 1 maggio 2026

καιρός [𝖘𝖈𝖗𝖎𝖕𝖙𝖚𝖗𝖆]

 


Un punto di svolta? Non lo so. Ma l’impressione è che, sì, l’evento di ieri, la notizia di aver vinto il Premio Milo (promosso dall'ENPA) datami direttamente da Costanza Rizzacasa d’Orsogna, segni una nuova tappa della mia storia di scrittore “giovane”.

Ho iniziato a scrivere narrativa, dopo alcuni timidissimi tentativi e un romanzo nato nella sofferenza fisica, seriamente solo nel marzo dello scorso anno, venuto meno il mio impegno a scuola nella funzione di secondo collaboratore.

Da allora, ho scritto oltre un centinaio di racconti e svariati romanzi.

Ho ricevuto diversi riconoscimenti più o meno importanti.

Ma il Premio Milo è un’altra cosa: per le competenze di chi lo promuove, per il tema che pone all’attenzione dei lettori, per i lettori stessi.

Ricordo con precisione fotografica quando, nel Mulino Pacifico (era il gennaio del 2019), in una sala raccolta, leggendo le poesie della mia seconda raccolta (Nel chiaro mondo), teorizzai di essere felicemente un “poeta di provincia”, dissi che mi faceva star bene sapere che gran parte dei volti presenti in sala erano legati in qualche modo a pezzi della mia vita. E sono state consequenziali anche le scelte editoriali, che non si sono mai poste il problema di raggiungere un pubblico diverso dalla mia comunità di riferimento (o di radicamento).

Dallo scorso anno, si è modificato qualcosa: la partecipazione, che ha suscitato la (giusta!) ironia di molti, a decine di concorsi i più vari (romanzo edito, romanzo inedito, poesia edita, poesia inedita, raccolte edite, raccolte inedite, addirittura teatro negli ultimissimi giorni) l’ho vissuta come un doveroso tirocinio, trovando sconveniente che un sessantenne partecipasse a scuole di scrittura. Lo dico senza falsa modestia: pur avendo scritto dai miei vent’anni, so di essere un apprendista della narrazione.

Per questo il Premio Milo è un punto di svolta: è come se avessi superato la prova alla fine del primo anno di studio. E l’insegnante non è una persona qualunque, ma una scrittrice il cui curriculum fa tremare le vene ai polsi per un “provinciale” come me.

Quale l’ambizione del secondo anno di apprendistato (in cui realisticamente uscirà sicuramente un altro romanzo e ci sarà qualche altro riconoscimento sempre gradito come “miliario” lungo la strada)? Direi – ecco quel che volevo fissare scrivendo queste riflessioni – aprirmi sempre di più ad un orizzonte “nazionale” ma rimanendo profondamente radicato nella mia provincia, nella comunità che sento mia.

Quando mi fermano gli amici per strada per dirmi che stanno seguendo quel che faccio sento nelle loro parole una sorta di orgoglio “campanilistico”, come se mi dicessero: siamo felici che tu rappresenti la nostra città fuori, altrove (da Milano a Belluno, da Verona a Fasano). E io ne gioisco con loro: perché traggo forza da questa terra cui appartengo con tutto me stesso.

In una poesia inedita (e assai brutta) di tanti anni fa, scrissi:

 Amo le tue pianure coltivate a tabacco,

l’erba medica, le spighe di grano,

la voce delle strade accoglienti...

 E il riferimento al tabacco la denota cronologicamente…

In un’altra (e cito a memoria perché non la ritrovo): «Conosco tutte le tue pietre».

Insomma, non vorrei diventare uno scrittore sradicato che migra di non-luogo in non-luogo. Sento il bisogno di poter parlare “oltre” le mura “longobarde” e, nel contempo, quello di parlare ai volti della sera del 2019, nel buio della sala, con la musica di Schmelzer e le parole di Char distribuite in sala, in piccole, calde librerie o addirittura in cenacoli per pochi intimi. Forse è parte delleredità illichiana pensarmi sempre dentro una rete “amicale”. Come, per fare un esempio, le amiche e docenti che mi invitano ogni anno al Guacci, facendo uno straordinario lavoro di preparazione allincontro con i loro ragazzi.

Non so se ci riuscirò, ma sicuramente ci proverò. Sperando di non smarrirmi.

Avverto pericolose tentazioni nell’avventura che sto vivendo: quella, in particolare, di dimenticare che quanto scrive non mi appartiene. Io sono solo un tramite. E devo cercare di esserlo nella maniera più pura possibile: prego ogni giorno il Signore per questo. Mi pare la sintesi di decenni di sperimentazioni spirituali tese ad abbattere l’ego, culminate nella scoperta – etica – che è il volto dell’Altro a decentrarci e che un eccesso di “mistica” può fortificare quell’Io esigente che volevamo abbattere. È il mondo nella sua complessità che ci rende capaci di “estasi”, di uscire da noi.

Raccontando la storia di Argo e Luca, di Alfonsina e Caterina, del femminicida, del necrofilo, di Rosa e Thomas, sto disimparando quell’auscultazione ossessiva dei miei moti interiori che ha nutrito per quasi quarant’anni la mia scrittura poetica. E, infatti, la poesia stessa sta cambiando in questa stagione importante della mia vita.

Ascoltare, in particolare, il mondo animale è uno dei grandi temi di ciò che vado scrivendo. Da questo punto di vista Onore al cane che guida luomo che guida il cane ha opere “sorelle” nate in questi mesi febbrili.

Venerdì, salvo imprevisti, sarò a Roma. Al Campidoglio. Scriverlo mi emoziona. La sfida è, come detto, pur riconoscendo che è legittimo, umanissimo emozionarsi (e inorgoglirsi per i riconoscimenti), custodire la purezza dell’ispirazione, ripulire ogni giorno le tubature dell’Io dai suo desideri umani, troppo umani, per schiudersi all’Altro (umano e non), all’ascolto e alla sua trasfigurazione nella scrittura: come mi ripeto ogni mattina in preghiera, rimanere fedele allopera. Perché se la scrittura ha un senso è quello di ridarci una vita potenziata ma da restituire subito dopo alla vita. Ecco l’altra grande tentazione, pericolosissima: vivere in un mondo di parole “perfetto” (anche quando descrive l’orrore). Lo scrittore quando scrive è come Dio… «Eritis sicut Deus» dice il serpente ad Adamo e Eva. Bisogna ogni volta, dunque, tornare alla vita. E per me questo accade prima di tutto nella dimensione domestica: mia moglie e mia figlia, che pure sono supporto preziosissimo in questa stagione, sono la mia “messa a terra” (il copyright è del mio maestro Marco Guzzi). Evitano ascesi luciferine. Un eccesso di luce acceca. Come i miei alunni nella quotidianità spesso prosaica, talvolta capace di sprigionare lampi di inaudita bellezza, ma in ogni caso vita vera, in cui Io viene deposto, esposto, spesso irriso, umiliato.

Non so come chiudere queste riflessioni. 

Lo faccio ringraziando Dio di tutti i doni che sto ricevendo. 

Che ne sia degno.

P.S.

A completare questo momento di sintesi dellanno alle spalle, la notizia uscita dopo la pubblicazione del post del secondo posto del premio Nero su Bianco per lopera edita.



12. La proposta [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene iniziò le sessioni al mattino. La stanza venne preparata con pochi elementi. Una sedia stabile. Un tavolo libero. I dispositivi disposti in modo fisso. Riccardo seguiva protocolli derivati dalla Whole Brain Emulation. Non cercava l’intero contenuto neurale. Isolava configurazioni ricorrenti. Strutture di moduli funzionali.

Il primo obiettivo riguardava la memoria episodica. Irene doveva richiamare sequenze temporali. Eventi semplici. Ordini di azioni. Spostamenti nello spazio. Riccardo osservava i log. Le registrazioni mostravano picchi di attività sincronizzata. Pattern che emergevano e si stabilizzavano per intervalli brevi.

Quando l’integrazione tra i moduli della memoria e il workspace globale risultava sufficiente, Riccardo salvava il segmento. Non registrava tutto. Selezionava finestre coerenti. Utilizzava parametri di coerenza fenomenica, seguendo criteri simili a quelli proposti da Thomas Metzinger. Il sistema doveva produrre un modello del mondo in cui un centro operativo fosse identificabile.

Irene eseguiva i compiti senza commentare. Risposte brevi. Richiami puntuali. A volte interrompeva. Riprendeva dopo pochi secondi. Riccardo non interveniva. Attendeva che la sequenza si riformasse.

Le sessioni erano divise in blocchi. Durate limitate. Pause regolari. Durante le pause Irene restava seduta. Non parlava. Beveva acqua. Guardava il tavolo. Riccardo controllava i dati. Segnava variazioni. Confrontava le tracce con quelle dei giorni precedenti.

Alcuni pattern si ripetevano. Altri cambiavano. La stabilità non era costante. Riccardo adattava i parametri. Riduceva la complessità dei compiti. Introduceva richiami più brevi. Sequenze meno articolate.

Il sistema accumulava segmenti. Archivi separati. Indicizzati per tipo di contenuto e per livello di integrazione. Nessuna sintesi finale. Solo raccolta e verifica.

Irene continuava a partecipare. Senza dichiarazioni. Le sessioni si susseguivano. Questo bastava.Le sessioni vennero integrate con test di persistenza. Riccardo cercava di capire se i pattern estratti da Irene potessero reggere in assenza di input sensoriali diretti. Voleva evitare il collasso del modello in risposte locali. Se il pattern degradava dopo pochi millisecondi, la sessione veniva scartata. Non c’era spazio per il recupero parziale.

Irene chiedeva poco. Osservava i grafici sul monitor di Riccardo. Vedeva linee che indicavano soglie di attivazione. Non chiedeva cosa rappresentassero quelle fluttuazioni. Riccardo non forniva descrizioni. Si limitava a regolare la latenza dei segnali.

Il lavoro si spostò sulla simulazione della continuità. In alcuni documenti del progetto, questo passaggio era definito come la creazione di un "tunnel dell’ego" artificiale. Si trattava di costruire un’interfaccia trasparente: il sistema doveva operare senza percepire il proprio meccanismo di simulazione. Riccardo lavorava sui vincoli negativi. Eliminava le risonanze che producevano instabilità nel modello del sé.

A metà del mese, Irene ridusse il tempo di partecipazione. La stanchezza fisica rendeva i segnali neurali meno puliti. Il rumore di fondo aumentava. Riccardo non forzava le sessioni. Annotava il degrado della qualità del dato.

Il progetto procedeva per accumulo di file. Ogni cartella conteneva una versione diversa della stessa architettura funzionale. Alcune versioni mantenevano la coerenza per minuti. Altre fallivano subito dopo l’avvio. Riccardo non cercava una spiegazione per i fallimenti. Cambiava i parametri. Ripeteva il test.

La sera, in casa, il silenzio era costante. Irene riposava. Riccardo non riapriva i file della giornata. Aspettava il mattino successivo. Il laboratorio restava spento fino alle sette. Ogni ciclo di esecuzione era isolato dal precedente. Non c’erano conclusioni provvisorie. Solo sequenze di dati verificate.


giovedì 30 aprile 2026

Fuori registro ✿༺ (𝒫𝑅𝐸𝑀𝐼 𝐸 𝑅𝐼𝒞𝒪𝒩𝒪𝒮𝒞𝐼𝑀𝐸𝒩𝒯𝐼) ༻✿

 

L’ho detto durante la premiazione: per me il valore aggiunto di un premio letterario è la sollecitazione a cimentarmi con temi che probabilmente non affronterei. In questo caso, il racconto “scolastico” è nato proprio dal tema del bando. È il secondo racconto ambientato a scuola che viene premiato (e pubblicato). Ne sono lieto.

Spero un giorno di pubblicarli tutti insieme (il titolo provvisorio è Abbecedario per il nuovo millennio): quelli che irridono i personaggi grotteschi che popolano la scuola, tronfi dei loro linguaggi burocratici o del loro micro-potere, quelli che raccontano la possibilità di resistere, malgrado tutto, preservando l’umano, utilizzando le fessure che si aprono in un apparato sempre più disconnesso dal senso generale delle esistenze.

Mi auguro che il racconto abbia anche la funzione di amuleto portafortuna.