Non parlerò del libro , che non ho (ancora) letto, ma di alcune delle parole ascoltate intorno al libro nella bella serata organizzata in uno di quei posti che rendono ricca una piccola città come Benevento dell’unica cosa che serva: pensiero, riflessione.
Mia figlia, che eccezionalmente ha deciso di venire con me (per distrarsi dagli impegni di questa stagione della sua vita), ogni tanto mi vedeva assorto e con la testa china. «Che hai?» «Dissento…». Infatti, in una resa dei conti con un pezzo della mia storia, proverò ad abbozzare alcune considerazioni su due degli interventi ascoltati (quelli, appunto, da cui percepivo forte il mio dissenso).
Andrea De Simone, politico di lungo corso, ha introdotto il suo libro con quattro rilievi:
1) oggi la politica è solo comunicazione;
2) i giovani, presenti copiosamente alla presentazione del libro ovunque, hanno bisogno di un’altra politica;
3) è esistito un tempo in cui la politica era “comunità di affetti”, fondata sul “sentimento”;
4) bisogna ricreare le condizioni perché la politica torni ad essere ciò che è stata in quel tempo glorioso.
Non sono precisamente le sue parole, e mi si perdonerà, ma credo che nessuno potrebbe considerare tale sintesi infedele. Umanamente credo sia normale idealizzare il passato. Leopardi lo considera un bias (non utilizza il Recanatese questo termine) della mente umana, che depura gli accadimenti del loro lato sgradevole. Per altro, in chi è avanti negli anni il passato coincide inevitabilmente con un’epoca più gloriosa del corpo, dei progetti, con l’avvenire (e il sol dell’avvenire!) innanzi. De Simone si è presentato come “rivoluzionario di professione”. Qui mi sono reso che anch’io oramai sono vecchio, ma che tale vecchiaia in me ha coinciso con l’acquisizione di realismo e pudore. Considero poco decoroso oggi baloccarmi con miti meravigliosi ma che dobbiamo avere l’onestà intellettuale di guardare come tali, senza fingere che possano diventare modelli operativi. E, mi chiedo, che senso ha presentarsi come “rivoluzionari di professione” in un’epoca in cui la parola “rivoluzione” si può utilizzare solo in una pubblicità per le macchine? Anche la tradizione cui De Simone è appartenuto ha dismesso ogni ambizione rivoluzionaria, per altro presente solo in frange minoritarie, nell’immediato secondo dopoguerra, accettando di essere nella prassi un partito riformista.
Cosa contesto ai quattro rilievi di De Simone? Condivido il primo punto, ma a sua differenza ritengo che bisogna lavorare su ciò che è. La politica, per quanto debba nutrirsi di “utopia” (spero di tornarci in altro post), deve poi agire nella realtà data. D’altronde, la grande filosofia del secondo Novecento ci dovrebbe insegnare qualcosa sul mondo come “rappresentazione” (o simulacro o spettacolo). Quindi, è necessario capire questo tempo, senza volgersi con posture elegiache al passato.
I giovani? Quelli che vedo ogni giorno a scuola sono del tutto disinteressati alla politica, a partire da mia figlia, educati sin dall’infanzia a pensarsi come individui protesi a realizzare se stessi professionalmente. Anche in questo caso, come illudersi che la deriva avviata negli anni Ottanta non abbia sortito effetti di lunga durata su visioni del mondo e psicologie? Ma anche in questo caso non ha senso lamentarsi. Ah, dimenticavo… Buona parte di quei giovani, quando vota, vota per Giorgia Meloni o partiti di destra. Come in America ha votato per Trump.
Il terzo rilievo è quello che mi ha più scosso. Ma davvero il PCI è stato prima di tutto una “comunità di affetti” è non un partito, sorto nel ferro e nel sangue dello scontro del primo dopoguerra e della guerra civile della seconda? Non era prima di tutto una macchina modellata sulla fabbrica fordista con lo scopo di realizzare ciò di cui la storia è gravida (il comunismo), sulla base di una conoscenza scientifica delle leggi economiche? E per farlo non erano disposti quegli uomini al servizio del divenire storico di accettare ogni aberrazione ordinasse Mosca (e questo fino alla metà degli anni Sessanta)? Insomma, possibile che di una storia complessa, importante, per cui provare massimo rispetto, dobbiamo salvare la dimensione degli affetti, del “sentimento”? E Karl Marx che cosa avrebbe pensato, lui che per tutta la vita ha cercato proprio di limitare il fattore “umano” nel progetto di emancipazione dell’umanità sfruttata? Forse era altro che andava salvato da quella classe dirigente che decise di buttare via, sul finire degli anni Ottanta, il bambino e l’acqua sporca, senza rendersi conto che si poteva, si dovevano salvare pezzi di quella gloriosa storia. Ne nacque, invece, e credo che l’autore del libro sia stato parte di quel progetto, un partito senza arte né… parte, senza autori di riferimento né soggetti sociali privilegiati in nome dei quali e per i diritti dei quali battersi, un partito liberale, europeista, atlantista, che aboliva, insieme al doveroso rinnegamento del comunismo nella sua variante sovietica, d’altronde in via di disfacimento, ogni alternativa politica ed economica allo stato di cose esistente, spianando la strada al trionfo del pensiero unico. Si badi: non erano facili le alternative. La crisi della metafisica è una cosa che va presa sul serio. La morte di Dio annunziata da Nietzsche è morte di tutti gli dèi, anche di quelli camuffati da ideologie. Io sembro incarnare quel “senno del poi” che rende tutti geni. No, lo so che era difficile, ma la resa fu senza pensiero, senza travaglio, ingloriosa.
Inevitabile rigettare anche il quarto punto che De Simone ha posto all’attenzione del pubblico che affollava la saletta: ricreare quella politica che il PCI di Berlinguer ha incarnato. Non accadrà. Darsi al proprio tempo significa cercare strade nuove alla rappresentanza: il passato deve nutrirci ma mai in maniera emulativa. Quel partito era chiesa e famiglia, fabbrica fordista, orizzonte totalizzante di senso. L’ultimo film di Moretti lo ha detto con grazia e poesia.
E, quindi, mi collego a quanto detto da Antonella Pepe, la cui passione politica è patente e sincera. Ma, le chiedo, è possibile fondare questo progetto di rifondazione di una politica diciamo “di sinistra” sulla creazione di un “fronte” costituzionale antifascista? Il mondo, almeno da quindici anni a questa parte, non ha conosciuto una clamorosa rottura di vecchie identità politiche a causa dell’insorgere di nuovi problemi (di trasformazioni strutturali, direbbe il buon Marx) che andrebbero “pensate” con categorie non meramente politiciste (o, peggio, emotive)? Davvero mettere insieme lacerti di liberalismo conservatore, socialismo ultrariformista et similia ci salverà da Trump, da Meloni e dalla Weidel?
Personalmente, dopo il tentativo di esperire una via italiana al populismo, ho ripreso semplicemente a studiare e capire il mio tempo. Qualunque progetto politico per il futuro non potrà essere meramente “reattivo”. Il ritorno dei fantasmi del fascismo, in America nella sua forma più orribile, non è nato per cattiva sorte. Rossana Rossanda diceva che la storia nasce dagli elementi che ci metti dentro. Insomma, il caso non esiste. Il nostro compito è comprendere senza inutile nostalgia per un passato che non tornerà. E progettare politica a partire da cose semplici: come interpretiamo la realtà? Per cosa e, soprattutto, per chi intendiamo batterci, sapendo che saremo sempre “di parte”, “partigiani”, “partito”? Bando ai sentimentalismi. Non di grigliate e feste con “amici” abbiamo bisogno, ma di strumenti perché l’anelito sincero (questo credo accomunasse tutti i presenti di ieri) alla giustizia, ad una vita degna per tutti gli uomini, possa concretamente realizzarsi.