martedì 3 novembre 2026

Aforismi in cammino (1999)

 

1. Il fine dell’uomo non è essere felice secondo la sua misura, ma cancellare il suo Io, abbandonandosi alla volontà di Dio: farsi trasparenti, per lasciarsi trapassare dalla Sua luce. Il difficile è passare dalla consapevolezza alla pratica: non amplificare le pretese della volontà, ma annullarle del tutto.

2. Ciascuno di noi ha un demone da vincere, e una parte non battezzata dove Cristo non è ancora sceso: lì è facile ricadere nell’antico vizio e nel nichilismo. Basta allontanarsi poco dalla preghiera quotidiana perché quella parte riemerga con veemenza; per questo bisogna invocarLo, perché scenda anche nelle tenebre del cuore.

3. Il male è la separazione. Ogni attimo nasciamo, e ogni ora del giorno può essere l’inizio: a Dio interessa ciò che siamo. Non servono promesse solenni, presto sbugiardate: serve ricominciare ora, sapendo che ci sarà chiesta ragione del tempo concesso.

4. Ci sono momenti in cui le cose essenziali della vita sembrano le uniche importanti; e ci vuole un po’ di indigenza per apprezzarle. Ringraziare per il calore e per il cibo, nel freddo dell’inverno, è già preghiera. Dimagrire in tutti i sensi, badare all’essenziale: è la lezione che arriva quando ci viene tolto il superfluo.

5. Non sarebbe difficile fare l’eroe. Ma l’eroismo che Dio chiede è quello del quotidiano: la lotta contro le proprie paure e le proprie debolezze. Il gesto eccezionale chiede un istante di slancio; la fedeltà ai giorni chiede di cadere, rialzarsi e ricominciare ogni mattina.

6. Di fronte alle tentazioni bisogna fuggire. Ma non si può fuggire da se stessi. Ciclopi e Lestrigoni, ricorda Kavafis, non si incontrano se non li portiamo dentro di noi: i demoni ci seguono ovunque andiamo, e l’unica via è affrontarli lì dove abitano.

7. Nelle evasioni si cerca la varietà del mondo, ma un mondo innocuo, che si può dominare: non la carne vera, con le sue imperfezioni, non la durezza delle cose con cui scontrarsi. Finché si ha un mondo in cui rifugiarsi, privo di conflitti, non si è ancora cresciuti. Ogni fuga è un rifiuto dell’età adulta e del principio di realtà; e l’arte della cura, che altri imparano ogni giorno, resta sconosciuta a chi si nasconde.

8. Ciò che conta è il livello di attenzione che si pone nelle cose, ovvero la presenza: essere qui e ora con tutta l’energia che si ha. Appartenere a Dio vuol dire vivere nell’attimo. Il peccato, come insegna la Weil, non è un atto ma uno stato: la lontananza da Dio. E chi non è tutto di Dio è già tutto dell’altro.

9. Non accettare l’aut aut: o la purezza o la perdizione. Stare nel peccato, se conduce a vedere ciò che si è realmente, può essere la premessa della vera guarigione. Non c’è conversione che possa saltare la ferita: prima bisogna guarirla, poi si potrà edificare dentro di sé un tempio. Solo i vincoli permettono al caos di produrre stelle.

10. La fede cristiana è una fornace, non un giardino di delizie. Fuggiamo la croce perché abbiamo paura del dolore, e ci rifugiamo nel piacere; ma imitare Cristo vuol dire accettare la croce come orizzonte quotidiano, il sacrificio di sé, del sé. Un Dio che dà solo refrigerio spirituale è un feticcio, la proiezione della parte buona e pacificata di noi; e il fuoco che brucia può essere non infernale ma purgatoriale.


lunedì 2 novembre 2026

Aforismi in cammino (1998)

1. Fare poco ma bene, perché ogni gesto abbia un senso compiuto in sé, anche il mangiare: essere interamente presenti a quel gesto, mirando unicamente alla sua perfezione, come in una preghiera al Dio che ancora non si conosce ma che si sa esserci. La fretta di fare molto è soltanto un modo di non essere da nessuna parte.

2. La vera rivoluzione va sperimentata prima di tutto in se stessi: nascere, rinascere, diventando incarnazione di un altro mondo. Chi la sposta su una vaga idea di rivolta cerca soltanto un’uscita di sicurezza; le vere uscite chiedono rigore e disciplina, nessuna coazione esteriore. Bisogna fare bene le cose piccole.

3. Ciò che non ci nutre ci fa soltanto ingrassare, senza darci vero benessere: sia questa la norma dietetica e spirituale. Vale per il cibo come per i libri, i film, gli impegni, le parole: ciò che aiuta a sentire la vibrazione del divino va custodito, il resto va spazzato via senza esitazione.

4. Pregare è fare spazio ad Altro dentro di sé, mettere a tacere il vano di cui è piena la vita, per ritrovare le stesse cose di ogni giorno con uno sguardo nuovo, di pienezza e benedizione. Non è fuga dal mondo: è arrivare nudi all’incontro, senza voler possedere ciò che si guarda. E quello sguardo è un dono, non una conquista.

5. Gli dèi a cui sacrifichiamo ci ricompensano con i loro doni. Chi serve Mammona sarà ripagato in moneta, e con la moneta perderà tutto; chi serve il piacere riceverà piacere, e insieme il vuoto che lo segue. Ognuno, alla fine, ha esattamente ciò che ha adorato.

6. Non esiste domani. Solo ora: questo ora, non un ora ideale. Ogni attimo è inizio dell’essere, e proiettare la felicità nel futuro, prossimo o remoto, è già un modo di perderla. Non si tratta di fare qualcosa di straordinario, ma di fare ogni cosa con assoluta consapevolezza.

7. Diamo per scontato che dentro di noi ci sia una ricchezza inesauribile che ci rende sconosciuti a noi stessi; quando incontriamo gli altri, invece, ci portiamo addosso tutta la stanchezza del già noto: «sono fatti così, non hanno più nulla da dirmi o da darmi». Riconoscere all’altro lo stesso mistero che riconosciamo a noi è il principio di ogni vero incontro.

8. Non si sale al Paradiso senza prima essere scesi all’Inferno. La selva oscura non è un errore del cammino ma il suo inizio; e il colle luminoso, intravisto e poi smarrito, resta lì ad attendere chi ha il coraggio di attraversare il buio. Bisogna invocare Dio perché Lui scenda.

9. Per anni ho cercato di riempire la mia vita, di puntellare le mie rovine. Ora sento il bisogno di svuotarla, come una scrivania da cui si toglie tutto tranne l’essenziale. Impegni, iniziative, relazioni erano la gabbia costruita per sopportare il vuoto; ma il vuoto non va sopportato, va abitato.

10. Anche la vita nello spirito deve essere laboriosa: l’abulia è la porta da cui entrano tutte le tentazioni, che poi corrodono dall’interno la saldezza dell’animo. All’inizio bisogna essere atleti dello spirito; poi, se saremo stati bravi, diventeremo come acqua.


domenica 1 novembre 2026

Aforismi in cammino (1997)

 

1. Per anni ho creduto che bisognasse sapere prima dove porta una strada, per decidere se percorrerla. Chiusura e rinunzia nascevano da questo calcolo prudente. Ma l’esperienza non è un investimento: è un seme. Si parte per una prova (un esame in una città lontana, un incontro che sembra marginale) e da quella prova nascono conoscenze, letture, occasioni che nessun piano avrebbe contemplato. Non conta allora l’esito immediato, che può anche essere uno schiaffo. Conta l’aver accettato di uscire. Chi resta fermo per paura di sbagliare non sbaglia, è vero, ma nemmeno germoglia. Accettare con gioia una prova significa accettare che la vita sia più grande delle nostre previsioni.

2. Ogni giorno costruiamo una piccola armatura: gli impegni, le telefonate, la televisione, il calcolo delle cose da fare. Ci serve per non sentire troppo. Poi arriva una notizia di sera, una voce che piange al telefono, e la corazza si rivela di carta. Non è la morte in astratto a scuoterci (su quella abbiamo letto tutto) ma la morte di qualcuno che aveva un volto, che ci ha aiutato. Allora si torna ai versi, quasi a cercare conforto: «E la morte non avrà più dominio». Non per credere che sia vero, forse, ma per ricordare che altri uomini hanno attraversato lo stesso sgomento e ne hanno fatto parola.

3. Il grande errore non resta isolato: diventa una lente. Da quel momento ogni gesto di chi l’ha commesso viene letto alla sua luce, e anche le piccole goffaggini, che prima avremmo perdonato sorridendo, appaiono come conferme. È una legge crudele, ma la scopro anche in me. Guardo mio padre a tavola e lo trovo sempre più ridicolo; so che in parte è lui a rendersi tale, ma so anche che sono io ad aspettarmelo. Gli intimi sono i giudici più severi, perché hanno più da perdonare. E così chi ha sbagliato molto deve dimostrare il doppio, proprio quando ha meno forza per farlo. Forse è questa la vera pena dell’errore: non le sue conseguenze, ma lo sguardo degli altri che cambia per sempre.

4. Il pensiero che calcola è potente: misura, prevede, domina. Da Bacone in poi l’Occidente ha imparato a guardare il mondo come un insieme di oggetti da indagare e usare. Ma ciò che si lascia misurare non è tutto ciò che è. L’albero contato dal forestale non è l’albero sotto cui ci si siede; l’uomo ridotto a funzione non ha più volto. Il calcolo non è falso: è parziale, e la sua parzialità diventa cecità quando pretende di essere l’unico sguardo possibile. C’è un altro pensare, che non cerca il dominio ma l’ascolto. Non un contenuto nuovo, ma un modo di essere: fare spazio, attendere, lasciare che le cose si mostrino. È questo che mi sembra di aver capito, finalmente, dopo anni di lotta con Heidegger.

5. Ortega lo ha scritto con una chiarezza che mi ferisce. Il fanciullo può volere tutto perché non ha ancora dovuto rinunciare a nulla: ogni strada gli sembra aperta, ogni possibilità intatta. L’adulto sa invece che ogni sì porta con sé molti no. Io continuo a rinviare: il comunismo e la new age, l’impegno e la contemplazione, il piacere violento e la fedeltà. Chiamo apertura il mio eclettismo, ma forse è solo paura di perdere qualcosa. Restare fanciulli a trent’anni non è innocenza: è un’infanzia scaduta, che lascia il mondo davanti a sé solo perché non osa entrarci. Scegliere significa accettare di diventare qualcuno, e quindi di non essere più tutto il resto.

6. L’adolescente ama tutto incondizionatamente: ogni disco, ogni film, ogni libro, ogni spettacolo. È un amore generoso ma senza profondità, simile a quello del telespettatore distratto che cambia continuamente canale senza interessarsi a nulla. Da adulti questo lusso non è più concesso. Bisogna selezionare ciò che realmente fa bene, con rigore, e lasciare il resto. L’essenzialità non è povertà: è concentrazione. La farfalla che si posa su ogni fiore assaggia tutto e non trattiene nulla. Tagliarsi i ponti alle spalle significa togliersi la possibilità di tornare indietro, e quindi costringersi ad andare avanti davvero. È la lezione del mio maestro, Fortini: scegliere una volta per sempre.

7. Tutto comincia da un’espressione che mi torna in mente in questi giorni: “al tempo giusto”. Provo soddisfazione quando faccio le cose al loro momento, che si tratti di schedare libri o di affrontare un compito penoso. E se questo criterio valesse per l’intera vita, e per la morte? Morire troppo presto è lasciare un abbozzo; morire troppo tardi è sopravvivere a se stessi, assistere al proprio declino. Il tempo giusto è quello in cui la forma è compiuta. Lasciare pochi nemici (nessuno è impossibile), essere ricordati da una o due generazioni come esempio, in una sfera precisa dell’agire umano. Non chiedo di più. Ma anche questo poco richiede che ogni giorno sia vissuto al suo tempo.

8. Mi ero illuso che ci fosse una via “pratica”: risolvere le questioni lasciate aperte, pagare i debiti, allontanare mio padre dalla casa, e con questo chiudere la partita. Ma i padri non si congedano con un atto notarile. Restano dentro, nei gesti, nelle paure, nel modo di chinare la testa davanti all’autorità. E le madri restano come un grembo accogliente da cui è difficile staccarsi, anche quando non ci sono più. Fare i conti con loro non significa vincerli né cancellarli: significa riconoscerli, per poter finalmente guardare le persone negli occhi, senza paura, con un atteggiamento di conquista nei confronti della vita. Siamo nati per fecondare il mondo e per creare città, per grandi opere. Non per restare figli.

9. L’Io è un abitudinario. Conosce le sue strade, i suoi piaceri, le sue difese, e chiama libertà la ripetizione di ciò che gli è familiare. Per questo non basta volerlo cambiare: ogni proposito nasce già dentro i suoi confini. Bisogna sorprenderlo. Fare cose che non si sono mai fatte, deludere le aspettative che abbiamo su noi stessi, attivare energie che oggi si scaricano a terra perché alcuni collegamenti si sono spezzati. Anche nella poesia, forse: dare sfogo a quella vena lirica e dionisiaca che ho sempre represso. L’illusione è che si possa farlo senza grandi rinunce. Ma come spiazzare l’Io senza togliergli qualcosa che gli appare essenziale? Non coartandosi, insegna De Mello, ma comprendendo così a fondo la necessità di un altro modo di essere che esso finisca per apparirci naturale.

10. Non sappiamo quasi mai che cosa lasciamo negli altri. Una lettera scritta di getto e dimenticata, una lezione fatta in un giorno qualunque, una parola detta senza pensarci: per noi sono già passate, per qualcuno sono diventate un punto fermo. Lo scopriamo per caso, a una festa, quando una persona ci cita frasi che non ricordiamo di aver scritto. È come nel film di Capra, La vita è meravigliosa: bisognerebbe poter vedere il mondo senza di noi per capire quanto vi abbiamo inciso. Questa ignoranza è una forma di umiltà imposta. Ci protegge dall’orgoglio, ma ci espone allo sconforto, nei giorni in cui ci sentiamo dei falliti. Allora conviene ricordarlo: qualche anima, forse, l’abbiamo già conquistata, senza saperlo. Ed è questo che resta.


sabato 31 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1996)

 

1. La felicità è sempre una scelta. Non esisteranno mai condizioni oggettive che ci consentano di essere felici senza riserve. Ci saranno sempre motivi di angoscia, preoccupazioni, sofferenze dentro e fuori di noi. Essere felici non significa ignorarle, ma non permettere che occupino l’intero spazio della nostra esistenza. Non abbiamo un’altra vita da attendere, e non possiamo sacrificare questa a una felicità che immaginiamo possibile soltanto domani.

2. Non esiste un luogo della requie, una condizione definitiva nella quale tutti i problemi siano risolti. Superata una difficoltà, ne incontreremo un’altra. Il paradiso che cerchiamo oltre le nostre preoccupazioni potrebbe trovarsi proprio nel mezzo del disastro, se imparassimo a riconoscerlo. Non si tratta di rassegnarsi, ma di non consegnare agli avvenimenti il potere di decidere interamente della nostra felicità.

3. Ho creduto a lungo che la verità abitasse un luogo nascosto, raggiungibile soltanto attraverso un percorso solitario. Ora penso che non esista una verità assoluta custodita nell’interiorità di qualcuno, ma che essa nasca dall’incontro tra uomini che guardano il mondo da posizioni diverse. Nessuno possiede da solo il mondo, e nessuno può pretendere di comprenderlo sottraendosi allo sguardo degli altri.

4. Per molto tempo ho abitato dentro me stesso, trasformando la coscienza in un tribunale nel quale si scontravano desideri, convinzioni e sensi di colpa. Ora penso che siamo soprattutto ciò che facciamo, le azioni attraverso le quali entriamo nel mondo e ci esponiamo al giudizio degli altri. Non esiste un io autentico nascosto dietro la vita: è nella vita che dobbiamo cercarlo.

5. Non basta amare qualcuno per renderlo parte della nostra esistenza. Bisogna permettere che la sua presenza modifichi le nostre abitudini, le nostre scelte, perfino l’immagine che abbiamo di noi stessi. Un amore che non ci cambia rischia di essere soltanto una forma più raffinata di attaccamento alla nostra persona.

6. Non posso pensare al perfezionamento di me stesso come a un percorso che mi allontani dalla vita reale, dalle persone e dai luoghi ai quali appartengo. Sarebbe come pretendere che una colomba imparasse a volare liberandosi dell’aria che la sostiene. La vita non è un ostacolo da superare per raggiungere una condizione superiore: è la materia stessa attraverso la quale possiamo trasformarci.

7. Dovremmo imparare a non accontentarci dei simulacri della vita. Alle immagini preferire i corpi, alle fantasie gli incontri, alla rappresentazione delle emozioni la fatica di provarle realmente. Non perché l’immaginazione sia una colpa, ma perché rischiamo di consumare le nostre energie desiderando ciò che non viviamo, mentre ciò che potremmo vivere ci passa accanto inosservato.

8. Educare non significa trasmettere agli altri le nostre convinzioni, per quanto le riteniamo giuste, ma aiutarli a pensare autonomamente. Il buon maestro non misura il proprio successo dal numero di allievi che gli danno ragione, ma dalla capacità che hanno conquistato di contraddirlo. Ogni insegnamento che pretende di essere definitivo tradisce il compito stesso dell’educazione.

9. È facile avere idee generose sul destino dell’umanità e comportarsi ingiustamente con le persone che dipendono da noi. La prima verifica delle nostre convinzioni politiche avviene nei rapporti quotidiani, soprattutto quando possediamo un vantaggio economico, culturale o sociale. La giustizia che invochiamo per il mondo deve cominciare dove il nostro potere potrebbe permetterci di essere ingiusti.

10. La televisione ci conduce senza intervalli dalla tragedia di un popolo alla nudità di un corpo, dal dolore di un uomo alla comicità più insulsa. Tutto diventa equivalente, perché nulla ci chiede davvero di entrare nella situazione che osserviamo. La nostra compassione ha limiti che non vogliamo riconoscere, e l’accumularsi delle immagini rischia di renderci indifferenti proprio a quella sofferenza che pretende di mostrarci.


venerdì 30 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1995)

1. Ci sono famiglie che si scoprono tali solo nelle catastrofi. La mattina calco la terra dove sono diventato me stesso, e mi dico che non mi appartiene più.

2. È la vita a cambiarci: il valore delle cose lo scopriamo solo quando rischiamo di perderle.

3. Bisogna accettare la lenta costruzione della propria vita, che non avrà mai fine, e sconfiggere per sempre il mito di un’azione che la trasformi d’un colpo.

4. Abbiamo una sola vita, e c’è chi la lascia andare via senza neanche accorgersene, pensando a ciò che non ha e a ciò che non è.

5. Il disprezzo dei ricchi per le cose nasce dalla certezza che il denaro ricompra tutto. Io ho dovuto conoscere la rovina per imparare il valore delle cose, anche delle più umili.

6. Ai funerali, tutti sono dilettanti rispetto alla morte. Io la conosco: le dedico un pensiero ogni giorno.

7. L’ansia che insegue se stessa: domandare risposte senza aver formulato domande rigorose, volere scopi senza la forza e il coraggio di trovarli.

8. Mi sento erede di chi non c’è più: germoglio di chi mi ha preceduto, seme di chi ancora non conosco. Essere germoglio e seme nello stesso tempo.

9. Dio chiama davvero i meno adatti a svolgere certi compiti.

10. Scrivo dal cuore della tempesta, sperando di rileggere un giorno queste pagine come un naufrago guarda il mare alla cui morsa è sfuggito.


giovedì 29 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1994)

 

1. Debbo smetterla di essere un neofita della vita.

2. Vedi, mio Dio, io ti invoco come un uomo pieno di fede, e tu continui a tormentarmi con il tuo silenzio.

3. Ho puntellato le mie rovine con frammenti di opere e azioni: impalcature per un palazzo che altrimenti cadrebbe al primo soffio di vento.

4. Quale angoscia sopravviene in chi muore sentendo gli altri fare progetti, e sapendosi escluso dal futuro?

5. Debbo imparare l’attesa: i risultati si vedono sempre sui tempi lunghi.

6. Solo chi accetta il caos lo può dominare.

7. Spesso, nell’ansia della novità, non ci accorgiamo che quello che abbiamo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

8. Che cos’è una buona vita? Una vita a cui noi abbiamo dato forma, non altro.

9. Bisogna nutrirsi di bellezza, nell’attesa fiduciosa dell’incontro tra le cose lette, viste, ascoltate e la nostra viva esistenza.

10. Non si può vivere come un prigioniero che conta i giorni della sua prigionia: non possiamo contare i giorni che ci separano dalla felicità.


mercoledì 28 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1993)

 

1. La vita cambia e noi non ce ne accorgiamo.

2. Dopo una lunga lontananza si ha quasi paura di rivedersi.

3. Forse dovrei iniziare a scrivere aforismi sul serio: ho sempre amato la scrittura breve e incisiva, senza fronzoli.

4. Insegnare mi ha messo di fronte a tutti i miei limiti.

5. Io sono un marito, un poeta, un insegnante. Perché non cerco di essere quello che sono?

6. Perché gioco con la mia vita, col rischio di ritrovarmi morente con un pugno di polvere nelle mani?

7. Fedeltà, anche nei pensieri. Studio. Dedizione.

8. Passano gli anni ma i dolori sono sempre gli stessi.

9. Uno pensa con amarezza di perdere nel tempo la sua sensibilità, e poi si ritrova a piangere come a diciassette anni per un cane.

10. Saprò morire quando verrà il mio giorno? O, come tutti gli altri, sarò morto?


martedì 27 ottobre 2026

Un incontro "meraviglioso" [𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐]

 

Il 26 ottobre 2026 si è svolto a Palazzo Paolo V il primo incontro con gli studenti della nuova edizione, la quarta, di Benevento LibrAria, una rassegna di incontri con gli autori curata da Maria Cristina Donnarumma. 

Per me, come ho detto, abituato ai ragazzi e al palco, è stata una prima volta perché mai aveva parlato da un palco solo a ragazzi, che mi hanno stupito con una qualità altissima delle domande sul libro, merito anche della sapiente guida delle loro docenti, tra le quali mi piace ricordare Angela Belperio, Marilena Della Pietra, Giovanna Lizza, Giovanna Lombardi e Cristiana Miceli, che ho definito altrove “alleate sostanziali”. A loro e a ad Antonella Tartaglia Polcini il mio ringraziamento sentito e sincero. 

Classe 4 A Linguistico

1. Eliseo non possiede una forza fisica straordinaria né poteri magici nel senso comune del termine. Come mai lei ha scelto di attribuire tanta importanza alla parola, facendone un superpotere? (Mattia Varricchio)

2. Da appassionato di fumetti le chiedo di soddisfare una mia curiosità. Da quali eroi Marvel in particolare ha tratto maggiore ispirazione per il romanzo? (Mattia Varricchio)

3. Molti scrittori raccontano che, a un certo punto, i loro personaggi sembrano “prendere vita” e seguire una strada propria. È successo anche con Eliseo? Ci sono stati momenti in cui ha pensato di modificare questo personaggio? E, se lei potesse incontrarlo come una persona reale, quale domanda gli rivolgerebbe? (Annachiara Zollo)

4. Ha mai immaginato un sequel, un prequel o uno spin-off di questa storia? (Remo Ardolino)

5. Cosa pensa dell’uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura dei libri? (Remo Ardolino)

6. Quanto di lei si nasconde tra le pagine di questo libro? E, se aveva l’intenzione di trasmetterne uno, qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare ai lettori? (Claudia Gigante)

7. Come è nata l’idea del potere di Eliseo? Si ispira a desideri, riflessioni o fantasie che ha avuto personalmente oppure è frutto esclusivamente dell’invenzione narrativa? (Angelica Pellegrini)

8. Eliseo acquisisce il potere di guarire gli altri dopo aver sperimentato il dolore di non aver potuto salvare sua madre. C’è un legame simbolico tra questi due aspetti del personaggio? Il suo potere rappresenta forse il desiderio umano di poter rimediare a ciò che, nella realtà, non possiamo aggiustare? (Carmen Arganese)

Due domande su Gaia

1. Secondo lei, Gaia sente di essere stata abbandonata da Eliseo oppure capisce che lui è diventato prigioniero della sua stessa missione? E, soprattutto, capire le ragioni di qualcuno rende meno doloroso essere lasciati?

2. Quando ha detto che le piacerebbe sapere che cosa ne pensa Gaia e che cosa farà dopo la rottura, mi è sembrato che lei stesso avvertisse il bisogno di continuare ad ascoltarla. Che cosa crede che Gaia avrebbe da dirle, oggi, se potesse parlarle?

Riflessioni degli studenti della IV CL del Liceo «G. Guacci»

1. Da dove nasce l’esigenza di dedicare un’opera al «potere del canto»? Qual è stato il momento preciso che le ha fatto capire di voler scrivere questo libro?

2. Spesso si pensa al canto come all’atto di produrre un suono, ma per cantare davvero occorre prima saper ascoltare. Che ruolo gioca il concetto di “ascolto” e di “silenzio” nella sua riflessione?

3. Che cosa si augura che il lettore si porti a casa dopo aver terminato la lettura di questo libro? In particolare, quale messaggio vorrebbe lanciare alle giovani generazioni? (Federica Delli Veneri)

4. Leggendo la storia di Eliseo, mi sono chiesta se, alla fine, questo potere così grande sia davvero una fortuna oppure, alla fine, una condanna, considerato che ogni sua scelta può avere conseguenze che non è in grado di prevedere.

5. Perché Eliseo decide di guarire il ladro, anche se avrebbe potuto lasciarlo ferito dopo quello che gli aveva fatto? Volevo capire se per lui aiutare gli altri significa farlo sempre, indipendentemente da chi si trova davanti.

6. Eliseo, lasciando Gaia per dedicarsi alla sua missione, ha davvero fatto la scelta giusta o magari ha rinunciato a qualcosa che in realtà avrebbe potuto dargli forza? (Marika De Rienzo)

7. Nella sezione dedicata ai ringraziamenti, ci ha confidato di aver preso ispirazione da fumetti supereroistici, citando anche la Marvel. Abbiamo visto il cambiamento di Eliseo da giovane studente confuso e provato, fino a diventare un eroe preparato a ogni evenienza fisica e mentale pur di fare del bene. Dunque, la mia domanda è: quale messaggio vuole che venga trasmesso tramite il personaggio principale a un pubblico principalmente composto da studenti come lo era Eliseo?

8. Il titolo del suo libro è un omaggio alle sue grandi passioni, la poesia e i fumetti di supereroi. Mi chiedevo: come mai ha scelto di focalizzare il potere sul “canto”, visto che la fonte concreta dei poteri risiede nei testi antichi e nell’uso della “Voce”?

9. Ho una domanda un po’ fuori dalle righe, ma, spero, gradita: qual è il suo rituale di scrittura? Ci sono luoghi, orari o contesti particolari in cui sente che la sua creatività si attiva di più?

10. Perché la “Voce” ha scelto proprio Eliseo? (Chiara Mostacciuolo)

11. Come ha selezionato i testi poetici presenti nel manoscritto misterioso? Ci sono autori che per lei hanno, anche nella realtà, un “potere magico”?

12. Qual è stato il potere più difficile da descrivere e da inserire nella storia?

13. Per definire le guide che hanno aiutato Eliseo durante tutta la storia, si è ispirato a guide reali che hanno segnato la sua vita e la sua carriera? (Martha Checola)

14. Perché ha scelto proprio il potere della poesia come strumento capace di trasformare la realtà? Secondo lei, le parole possono davvero cambiare il mondo, anche senza poteri soprannaturali?

15. Le scelte che Eliseo compie per suo padre sollevano una questione importante: fino a che punto siamo disposti a spingerci per salvare o aiutare una persona che amiamo? Secondo lei, il gesto di Eliseo può essere interpretato anche come un atto di fede, non necessariamente intesa soltanto in senso religioso, ma come fiducia nella possibilità di andare oltre i propri limiti? E, se dovesse collegare questo alla sua visione personale della fede, quale significato più profondo vorrebbe che il lettore ne cogliesse?

16. Secondo lei, qual è il confine tra il desiderio di aiutare gli altri e la responsabilità di non interferire nelle loro vite? (Greta Silvestri)

17. Eliseo mostra interesse e ammirazione verso l’emergere di Internet e delle “biblioteche infinite”. Nonostante ciò, mantiene un legame profondo con la scrittura a mano. Qual è, invece, il suo rapporto con le nuove tecnologie e come pensa stiano cambiando il nostro modo di raccontare storie? (Grazia Anzalone)

18. La prematura perdita della madre di Eliseo, modello di vita e pietra angolare per il protagonista, si tramuta da iniziale sconforto e perdizione a dono capace di rimetterlo al mondo: un potere del canto, sostantivo da lei scelto proprio per sottolineare il valore taumaturgico dell’atto, utilizzato da Eliseo responsabilmente come strumento di salvezza del mondo stesso e mezzo di giovamento, carità, beneficenza. La mia riflessione allora è: quale prezzo comporta diventare custode di una forza che va oltre la comprensione umana ed è sempre lecito intervenire, per mezzo di essa, anche se a fin di bene, nella vita degli altri? (Christian Festa)

Altre domande su Eliseo, poesia e scrittura

1. Nel libro si nota un cambiamento fortissimo: dopo la morte della madre, Eliseo passa da una fede devota a un vero e proprio rancore verso Dio, arrivando quasi a odiarlo perché non è intervenuto a salvarla. Però il senso del sacro non sparisce del tutto, si sposta nella poesia e nei versi. Voleva mostrare come, quando crolla la fede religiosa tradizionale, la parola e la letteratura diventano l’unica forma di salvezza rimasta?

2. Eliseo cresce a metà tra la grande letteratura e i fumetti di supereroi. Come mai ha scelto di unire questi due mondi apparentemente così lontani?

3. Il nome Eliseo richiama subito il profeta biblico e i miracoli. È stata una scelta fatta fin dall’inizio per indicare il suo destino, oppure il nome è arrivato dopo aver pensato alla sua storia?

4. Nel libro ha descritto con cura l’angolo in cui Eliseo si dedica al canto. C’è qualcosa del suo spazio personale di scrittura in quel luogo?

5. Si rivede in Eliseo o attraverso di lui ha realizzato dei desideri o delle esperienze che avrebbe voluto vivere alla sua età?

6. Nel suo romanzo emerge la figura di Giorgio Caproni. Come mai ha sentito l’esigenza di inserire proprio questo poeta e quale significato ha il suo incontro con Eliseo?

7. Quali sono state le influenze o le letture che l’hanno guidata di più nella creazione del mondo di Eliseo?

lunedì 26 ottobre 2026

Caproni e Benevento (ποίησις)

Ne Il potere del canto il protagonista, Eliseo, viene folgorato da un poeta allora vivente (siamo alla fine degli anni Ottanta), che parla dei suoi versi. Nel romanzo ho trasfuso un’esperienza reale e bellissima. Per altro, ricordo che Caproni rise moltissimo quando una mia collega, poi divenuta giornalista, gli disse il nome per la dedica: Fausta Speranza. Nel tempo ho sempre pensato che il poeta livornese vide in quel nome la negazione di tutta la sua disillusa visione del mondo, fondata, potremmo dire, su un’“infausta disperazione”.

Malgrado nel romanzo non sia mai nominata, Benevento è la città originaria del protagonista. Ho disseminato una serie di spie, alcune cancellate in fase di editing (ad esempio, il primo capitolo si chiudeva con un’allusione alla città “magica”, sebbene tecnicamente Benevento non lo sia).

La spia più evidente è proprio legata all’incontro del protagonista con il poeta:

 «“Lo sa che credo di averla citata la sua città, di cui so poco, confesso, in una poesia che scrissi ricordando mio padre Attilio. Che bella coincidenza!” e rise di gusto.»

Andando a ritroso nei miei scritti, come mi capita spesso, per ricordare a me stesso chi sono o trovare qualcosa che sia degno di essere ripubblicato, trovo una paginetta in merito del 2014, che mi fa piacere pubblicare sul blog (uscì illo tempore su «Messaggio d’oggi»). Bastano le riflessioni finali di Biancamaria Frabotta a dare un senso a questa ripubblicazione, che illuminano sulla bellezza e la profondità  che un poeta può sprigionare quanto esercita il suo talento su un altro poeta.

Lo faccio oggi in cui incontrerò, e non nascondo emozione, classi di due Licei di Benevento per parlare del libro.

 

Ahi treno lungo e lento

(nero) fino a Benevento.

Mio padre piangeva sgomento

d’essere cosi vecchio.

 

Piangeva in treno, solo,

davanti a me, suo figliolo.

Che sole nello scompartimento

vuoto, fino a Benevento!

 

Io nulla gli avevo detto

standogli di rimpetto.

Per Bari proseguì solo:

lo lasciai li: io, suo figliolo.

 

Il testo, che apre la seconda sezione de Il Seme del Piangere (1959), risale al maggio del 1955, libro dominato dalle figure “parentali”, soprattutto la madre (nei celebri “Versi livornesi”).

La relazione padre/figlio è decisiva nella prima parte della poesia caproniana (basti pensare al mito di Enea recuperato ne “Il passaggio di Enea”, dove l’eroe troiano, «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto», diventa emblema di un intero transito epocale).

Qui la relazione si intreccia ad un altro tema-chiave del grande poeta livornese, quello del viaggio. Le tre quartine sono dominate dal senso di colpa, accentuato da una sonorità particolarmente cupa e chiusa, che contrasta con l’ariosità dei versi dedicati alla madre nella stessa raccolta.

Benevento (che probabilmente entra nella poesia solo per esigenze rimiche) viene incastonata tra il «lento» treno e lo «sgomento» del padre del poeta, dovuto alla consapevolezza della sua vecchiaia. Domina su tutto un senso di solitudine, malgrado il «sole», e di incomunicabilità.

Da me sollecitata sulla poesia, una delle massime studiose dell’opera di Caproni, Biancamaria Frabotta (curatrice, tra l’altro, della mostra romana per il centenario della nascita del poeta) mi ha scritto: «In questo lento treno che arranca verso il sud (quanti treni incamminati sui binari del destino nella poesia di Caproni!) mi sono sempre chiesta  se Giorgio fosse nella realtà  della memoria seduto accanto o davanti al padre Attilio in lacrime. Oppure se se lo immaginasse viaggiare da solo verso la destinazione finale. Chi è il fantasma dei due? Il padre? Il figlio? E Benevento segna forse la frontiera della loro destinazione? La poesia di Caproni è realista e trasparente. E tutto vi si può vedere. Ma nell’intrico delle rime e delle parentesi tutto sbiadisce, si annebbia, si perde».


domenica 25 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1992)

1. La mia vita felice come intervallo fra un addio e l’altro. Non è fatalismo ma solo esperienza, e non si capisce perché per noi la natura dovrebbe fare eccezione. 

2. Il problema non è la mia incapacità di accettare che una persona che amo muoia prima del tempo — quale sarebbe questo tempo? — ma dover vivere la sua morte. 

3. La casa è un grande organismo, di cui noi siamo le cellule ricambiabili. Basta che una di queste cellule entri in crisi perché l’intero organismo ne sia minacciato. 

4. Non abbiamo più la percezione della gioia come dono del destino. Siamo inguaribilmente ottimisti. 

5. Scrivere come un lavoro: senza il lavoro l’uomo scopre la profonda angoscia della libertà. 

6. Scrivere per non dimenticare. Noi siamo una memoria dolorosa, una ferita che non è mai guarita. Ma dimenticare non è un dolore: è un tormento che ci sveglia di notte. 

7. La civiltà occidentale ha orrore del vuoto. Non esistono pause di riflessione: lavoro, studio, giornali, musica, film, televisione. Per riflettere non ci restano che la notte e i sogni. 

8. La grande risposta della vera cultura è rifiutare gli stereotipi dell’uomo di successo. Non bisogna uscire dal mondo ma evitare di umiliare l’arte asservendola alla logica del capitale, del marketing, dell’esteriorità vuota. 

9. La vita è meravigliosa proprio per la sua irrazionalità. 

10. Il paradosso doloroso dell’esistenza è vivere nell’attesa di una vita diversa senza cercare realmente di realizzarla. Sapere ciò che non vogliamo senza sapere che cosa vorremmo essere. 


sabato 24 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1991)

1. Ho cercato di abbassare a me i problemi, e non di innalzare me alla difficoltà di ogni vero pensiero.

2. Ho paura di ciò che è vasto.

3. La grande rivoluzione della mia vita è stata passare dalla domanda «come salvarmi dal mondo?» alla domanda «qual è la mia funzione nel mondo?». La prima sottintendeva due cose: che il mondo fa schifo e che io sono un essere superiore.

4. Andare verso gli altri, per me, è una scelta, non un moto spontaneo.

5. La radice di tanti sbagli: la pretesa di diventare un uomo buono attraverso i libri.

6. Chi non ha il coraggio e la forza di esperire in sé un mutamento rivoluzionario non lo può pretendere dagli altri.

7. Ho vissuto per molto tempo nella nostalgia di Dio.

8. Il poeta non vive la vita per viverla: la vive finalizzando tutto all'opera, che può anche non esistere.

9. Sono murato vivo dentro di me, con la grande paura di aprirmi e di darmi.

10. La figura retorica che più mi somiglia è l’ossimoro.


venerdì 23 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1990)

1. La mia vita è fatta di attimi slegati tra loro, grazie alla capacità di dimenticare.

2. Quello che mi manca è la sincronia con gli altri: soffro quando gli altri gioiscono e rido quando gli altri piangono.

3. Quando piango sono felice che gli altri mi vedano: le lacrime sono l’unico modo sociale della sofferenza.

4. Dare ordine al mondo è possibile solo su un foglio di carta, conservato con cura, protetto dal fuoco che divampa da quando lasciammo il paradiso dell’eterna quiete.

5. Amare una persona vuol dire volerne la felicità. Prima pensavo che amore fosse volere accanto una persona: era paura di restare solo.

6. L’essenza del borghese è la paura del puro, dell’assolutamente puro. È più facile vivere nel compromesso: piccole gioie, piccoli dolori.

7. Tutti abbiamo una bara che ci aspetta. Basterebbe questo pensiero a dare un senso alla vita, o meglio un non senso. Torneremo al nulla, e tutto sarà perduto; ma ne sarà valsa la pena.

8. Autodenigrarsi, per apprezzarsi poi come autodenigratori.

9. La vita ci sfiora per tutta la vita e noi, con la solita superbia, pensiamo che sia nostra.

10. Non ci sei più, e la tua assenza è una cosa come tante altre: il mare, gli uccelli. La morte è facile, dopo.