Dicembre era sempre stato per Miriam un mese ambiguo. Gli altri lo attendevano con l’euforia del Natale, delle luci, delle vacanze. Lei lo viveva come un accumulo di rumore: voci, abbracci convenzionali, retorica. Un’unica eccezione: la cogestione.
Quel tempo sospeso, in cui gli studenti prendevano parola, la attirava. Non per la confusione, che le risultava insopportabile, quanto per la possibilità di proporre contenuti, idee, passioni. Per pochi giorni la scuola sembrava aprirsi, lasciare spazio a ciò che di solito restava ai margini.
Il liceo cambiava volto. Aule trasformate in cinema, radio improvvisate, tornei, laboratori, letture. Odori mescolati nei corridoi. I professori in disparte, tra caffè e vigilanza formale. Miriam osservava con una distanza vigile. Felpa nera, scritta sbiadita, capelli raccolti senza cura. Il corpo ancora incerto, lo sguardo già fermo.
Aveva proposto un corso: Breve storia del comunismo reale.
Nella descrizione aveva scritto «un viaggio appassionato». Non critico, non neutro. Per lei la storia esigeva coinvolgimento.
Preparò tutto con rigore: cronologie, citazioni, immagini, dispense. Dalla Russia zarista ai gulag, passando per rivoluzioni, esperimenti sociali, fallimenti. Accanto alla violenza, i tentativi di costruire comunità: scuole popolari, circoli, radio. Portò anche una bandiera rossa del nonno, cucita nel dopoguerra. Non come oggetto nostalgico, piuttosto come continuità.
Il 20 dicembre arrivò. Freddo limpido. Miriam si svegliò presto, si vestì con una cura insolita. In aula sistemò tutto: libri, bandiera, titolo alla lavagna — Rivoluzione e disincanto.
Alle nove c’erano pochi studenti, quasi tutti del primo anno. Distratti, stanchi, altrove. Una domanda:
«È obbligatorio restare?»
Rispose di no. Iniziò.
Provò a costruire un racconto: contesto, figure, tensioni. Cercò uno scambio. Non accadde. Qualcuno rideva, qualcuno uscì, qualcuno attendeva altro. Quando lesse una lettera di Rosa Luxemburg, la voce si incrinò. Non trovava ascolto. Non opposizione, neppure rifiuto. Solo assenza.
Alla fine, una frase: «Sono qui perché gli altri corsi erano pieni.»
Capì. Non inutilità, piuttosto scarto. Come un discorso fuori luogo. Concluse in fretta. Raccolse i materiali, ripiegò la bandiera con lentezza.
Accese il computer. Aprì il registro elettronico. Scorse fino a «Richiesta ritiro scolastico». Il modulo apparve.
Motivazione.
Scrisse: «Non c’è spazio per me.»
Dentro quella frase stavano anni: tentativi di parola non raccolti, silenzi interpretati male, passione percepita come eccentricità. Aveva creduto che lo studio bastasse, che la cura nel preparare fosse riconosciuta, che la serietà trovasse risposta. Quel giorno vide una sproporzione: tra ciò che sentiva e ciò che veniva accolto.
La scuola le apparve come un luogo incapace di ascolto. Non ostile, piuttosto indifferente. Una sequenza di mancanze minime, ripetute.
Restò a guardare il cursore lampeggiare. Non inviò.
Si alzò, si osservò allo specchio. Non si vide inadeguata. Si vide stanca, presente.
Pensò che la questione non fosse solo personale. Forse non era lei a non trovare spazio. Forse era l’istituzione a non riuscire più a essere luogo.
Chiuse il registro. Aprì un file.
Titolo: «Atto di ritiro da un sistema che non mi vuole.»
Scrisse poche righe: non una resa, una presa di posizione. Non accettava l’invisibilità. Le idee, anche senza pubblico, restavano valide. Continuava a considerarle semi.
Stampò il foglio, lo piegò, lo mise nello zaino.
Il giorno dopo lo lasciò sulla cattedra della vicepreside. Uscì senza voltarsi.
Nello zaino, la bandiera del nonno.
E una frase appuntata: «Chi lotta può perdere. Chi non lotta ha già perso.»












