“Complessità” è una parola-chiave del pensiero, almeno a partire
dal secondo Novecento.
Provo a calare la categoria nella mia esperienza di vita.
Ho iniziato a “pensare” autonomamente intorno ai diciassette
anni. Considero le riflessioni partorite dalla visione di un film (Blade
Runner) il primo timido tentativo di abbandonare le confortevoli lande della
mia tradizione familiare.
Ciò nonostante, per moltissimi degli anni della mia vita,
sono rimasto dentro una visione. Che era la mia, pur avendo esperito molteplici
tentativi di trascendere quest’Io così tirannico, soprattutto dopo la mia conversione.
Si può studiare la complessità di Morin sui libri e restare, nel privato, prigionieri di una visione lineare e autoriferita. Questo Io tirannico non è necessariamente malvagio; spesso è solo spaventato e cerca protezione nel controllo, nella pretesa di conoscere l’altro attraverso il filtro dei propri desideri.
Il tentativo di trascenderlo è stato lungo e
punteggiato da eventi tellurici — quelle crisi che squarciano la terra sotto i
piedi e costringono a cambiare rotta — e da processi molecolari, quel lavorio
silenzioso del tempo che leviga le asperità del carattere come l’acqua fa con
la roccia.
Arrivare alla soglia dei sessant’anni con la consapevolezza
che la fusione amorosa sia un cupio dissolvi rappresenta la vera
rivoluzione copernicana. L’amore fusionale è l’ultimo rifugio dell’Io: è il
tentativo di annullare l’altro per non doverne gestire l’alterità. Invece, la
scoperta dell’insuperabile differenza di mia moglie è diventata la via d’accesso
al sacro. Accettare che lei sia un universo a sé stante, con logiche, dolori e
gioie che non mi appartengono e che non potrò mai possedere interamente, è ciò
che ha trasformato il rapporto da possesso a ospitalità. È in questo spazio di non-possesso
che si manifestano i lampi di grazia, quei momenti in cui la barriera del sé si
fa porosa. Questa esperienza è stata accompagnata e nel contempo permessa dalla lettura di Lévinas, per molti anni rimastomi oscuro e incomprensibile, malgrado ne intuissi la profondità.
Questo “sciamanesimo etico” è la forma più alta di democrazia cognitiva (ribadendo che l’etica è molto più importante dell’ontologia e di ogni teoria). Non richiede rituali complessi ma una disciplina quotidiana della curiosità.
Bisogna tacitare l’Io voglio e l’Io devo, dicendo, invece: “Io posso
guardare il mondo non solo dal mio punto di vista ma anche da quello di mia
moglie o del mio cane”. Guardare il mondo con gli occhi del mio cane, ad
esempio, non è una proiezione antropomorfica ma un esercizio di umiltà
radicale: significa ammettere che esiste una dignità e una pienezza di mondo
nel fiutare una traccia o nel godere di un raggio di sole, del tutto
indipendente dalle nostre categorie logiche. È un decentramento che guarisce la
nostra solitudine specista e umana.
La letteratura, la poesia, l’arte in genere possono avere un ruolo fondamentale in questa educazione.
In questa prospettiva, la pluralità non è un caos da
ordinare ma un banchetto a cui sedersi con lo spirito del viandante. Il
transito epocale che l’umanità è tenuta a fare, complesso (ovviamente!), è
pensare il rischio come possibilità: vedere, lì dove oggi scorge caos e smarrimento,
ricchezza, pluralità. La reductio ad unum
è da sempre la tentazione non solo dell’Occidente. Ribaltiamo il punto di
vista: ab uno plures.
Comprendere i bisogni reali dell’altro, senza sovrapporvi la
propria ombra, richiede il coraggio di restare nel vuoto del non-sapere. È lì che il mondo smette di essere uno
specchio e torna a essere una finestra spalancata sull’altrove. La vita diventa
così un gioco (serissimo!) educativo, dove il premio non è l’affermazione di sé ma la
capacità sempre rinnovata di stupirsi per ciò che è “altro” da noi, benedetto
nella sua irriducibile bellezza.














