martedì 27 ottobre 2026

Un incontro "meraviglioso" [𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐]

 

Il 26 ottobre 2026 si è svolto a Palazzo Paolo V il primo incontro con gli studenti della nuova edizione, la quarta, di Benevento LibrAria, una rassegna di incontri con gli autori curata da Maria Cristina Donnarumma. 

Per me, come ho detto, abituato ai ragazzi e al palco, è stata una prima volta perché mai aveva parlato da un palco solo a ragazzi, che mi hanno stupito con una qualità altissima delle domande sul libro, merito anche della sapiente guida delle loro docenti, tra le quali mi piace ricordare Angela Belperio, Marilena Della Pietra, Giovanna Lizza, Giovanna Lombardi e Cristiana Miceli, che ho definito altrove “alleate sostanziali”. A loro e a ad Antonella Tartaglia Polcini il mio ringraziamento sentito e sincero. 

Classe 4 A Linguistico

1. Eliseo non possiede una forza fisica straordinaria né poteri magici nel senso comune del termine. Come mai lei ha scelto di attribuire tanta importanza alla parola, facendone un superpotere? (Mattia Varricchio)

2. Da appassionato di fumetti le chiedo di soddisfare una mia curiosità. Da quali eroi Marvel in particolare ha tratto maggiore ispirazione per il romanzo? (Mattia Varricchio)

3. Molti scrittori raccontano che, a un certo punto, i loro personaggi sembrano “prendere vita” e seguire una strada propria. È successo anche con Eliseo? Ci sono stati momenti in cui ha pensato di modificare questo personaggio? E, se lei potesse incontrarlo come una persona reale, quale domanda gli rivolgerebbe? (Annachiara Zollo)

4. Ha mai immaginato un sequel, un prequel o uno spin-off di questa storia? (Remo Ardolino)

5. Cosa pensa dell’uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura dei libri? (Remo Ardolino)

6. Quanto di lei si nasconde tra le pagine di questo libro? E, se aveva l’intenzione di trasmetterne uno, qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare ai lettori? (Claudia Gigante)

7. Come è nata l’idea del potere di Eliseo? Si ispira a desideri, riflessioni o fantasie che ha avuto personalmente oppure è frutto esclusivamente dell’invenzione narrativa? (Angelica Pellegrini)

8. Eliseo acquisisce il potere di guarire gli altri dopo aver sperimentato il dolore di non aver potuto salvare sua madre. C’è un legame simbolico tra questi due aspetti del personaggio? Il suo potere rappresenta forse il desiderio umano di poter rimediare a ciò che, nella realtà, non possiamo aggiustare? (Carmen Arganese)

Due domande su Gaia

1. Secondo lei, Gaia sente di essere stata abbandonata da Eliseo oppure capisce che lui è diventato prigioniero della sua stessa missione? E, soprattutto, capire le ragioni di qualcuno rende meno doloroso essere lasciati?

2. Quando ha detto che le piacerebbe sapere che cosa ne pensa Gaia e che cosa farà dopo la rottura, mi è sembrato che lei stesso avvertisse il bisogno di continuare ad ascoltarla. Che cosa crede che Gaia avrebbe da dirle, oggi, se potesse parlarle?

Riflessioni degli studenti della IV CL del Liceo «G. Guacci»

1. Da dove nasce l’esigenza di dedicare un’opera al «potere del canto»? Qual è stato il momento preciso che le ha fatto capire di voler scrivere questo libro?

2. Spesso si pensa al canto come all’atto di produrre un suono, ma per cantare davvero occorre prima saper ascoltare. Che ruolo gioca il concetto di “ascolto” e di “silenzio” nella sua riflessione?

3. Che cosa si augura che il lettore si porti a casa dopo aver terminato la lettura di questo libro? In particolare, quale messaggio vorrebbe lanciare alle giovani generazioni? (Federica Delli Veneri)

4. Leggendo la storia di Eliseo, mi sono chiesta se, alla fine, questo potere così grande sia davvero una fortuna oppure, alla fine, una condanna, considerato che ogni sua scelta può avere conseguenze che non è in grado di prevedere.

5. Perché Eliseo decide di guarire il ladro, anche se avrebbe potuto lasciarlo ferito dopo quello che gli aveva fatto? Volevo capire se per lui aiutare gli altri significa farlo sempre, indipendentemente da chi si trova davanti.

6. Eliseo, lasciando Gaia per dedicarsi alla sua missione, ha davvero fatto la scelta giusta o magari ha rinunciato a qualcosa che in realtà avrebbe potuto dargli forza? (Marika De Rienzo)

7. Nella sezione dedicata ai ringraziamenti, ci ha confidato di aver preso ispirazione da fumetti supereroistici, citando anche la Marvel. Abbiamo visto il cambiamento di Eliseo da giovane studente confuso e provato, fino a diventare un eroe preparato a ogni evenienza fisica e mentale pur di fare del bene. Dunque, la mia domanda è: quale messaggio vuole che venga trasmesso tramite il personaggio principale a un pubblico principalmente composto da studenti come lo era Eliseo?

8. Il titolo del suo libro è un omaggio alle sue grandi passioni, la poesia e i fumetti di supereroi. Mi chiedevo: come mai ha scelto di focalizzare il potere sul “canto”, visto che la fonte concreta dei poteri risiede nei testi antichi e nell’uso della “Voce”?

9. Ho una domanda un po’ fuori dalle righe, ma, spero, gradita: qual è il suo rituale di scrittura? Ci sono luoghi, orari o contesti particolari in cui sente che la sua creatività si attiva di più?

10. Perché la “Voce” ha scelto proprio Eliseo? (Chiara Mostacciuolo)

11. Come ha selezionato i testi poetici presenti nel manoscritto misterioso? Ci sono autori che per lei hanno, anche nella realtà, un “potere magico”?

12. Qual è stato il potere più difficile da descrivere e da inserire nella storia?

13. Per definire le guide che hanno aiutato Eliseo durante tutta la storia, si è ispirato a guide reali che hanno segnato la sua vita e la sua carriera? (Martha Checola)

14. Perché ha scelto proprio il potere della poesia come strumento capace di trasformare la realtà? Secondo lei, le parole possono davvero cambiare il mondo, anche senza poteri soprannaturali?

15. Le scelte che Eliseo compie per suo padre sollevano una questione importante: fino a che punto siamo disposti a spingerci per salvare o aiutare una persona che amiamo? Secondo lei, il gesto di Eliseo può essere interpretato anche come un atto di fede, non necessariamente intesa soltanto in senso religioso, ma come fiducia nella possibilità di andare oltre i propri limiti? E, se dovesse collegare questo alla sua visione personale della fede, quale significato più profondo vorrebbe che il lettore ne cogliesse?

16. Secondo lei, qual è il confine tra il desiderio di aiutare gli altri e la responsabilità di non interferire nelle loro vite? (Greta Silvestri)

17. Eliseo mostra interesse e ammirazione verso l’emergere di Internet e delle “biblioteche infinite”. Nonostante ciò, mantiene un legame profondo con la scrittura a mano. Qual è, invece, il suo rapporto con le nuove tecnologie e come pensa stiano cambiando il nostro modo di raccontare storie? (Grazia Anzalone)

18. La prematura perdita della madre di Eliseo, modello di vita e pietra angolare per il protagonista, si tramuta da iniziale sconforto e perdizione a dono capace di rimetterlo al mondo: un potere del canto, sostantivo da lei scelto proprio per sottolineare il valore taumaturgico dell’atto, utilizzato da Eliseo responsabilmente come strumento di salvezza del mondo stesso e mezzo di giovamento, carità, beneficenza. La mia riflessione allora è: quale prezzo comporta diventare custode di una forza che va oltre la comprensione umana ed è sempre lecito intervenire, per mezzo di essa, anche se a fin di bene, nella vita degli altri? (Christian Festa)

Altre domande su Eliseo, poesia e scrittura

1. Nel libro si nota un cambiamento fortissimo: dopo la morte della madre, Eliseo passa da una fede devota a un vero e proprio rancore verso Dio, arrivando quasi a odiarlo perché non è intervenuto a salvarla. Però il senso del sacro non sparisce del tutto, si sposta nella poesia e nei versi. Voleva mostrare come, quando crolla la fede religiosa tradizionale, la parola e la letteratura diventano l’unica forma di salvezza rimasta?

2. Eliseo cresce a metà tra la grande letteratura e i fumetti di supereroi. Come mai ha scelto di unire questi due mondi apparentemente così lontani?

3. Il nome Eliseo richiama subito il profeta biblico e i miracoli. È stata una scelta fatta fin dall’inizio per indicare il suo destino, oppure il nome è arrivato dopo aver pensato alla sua storia?

4. Nel libro ha descritto con cura l’angolo in cui Eliseo si dedica al canto. C’è qualcosa del suo spazio personale di scrittura in quel luogo?

5. Si rivede in Eliseo o attraverso di lui ha realizzato dei desideri o delle esperienze che avrebbe voluto vivere alla sua età?

6. Nel suo romanzo emerge la figura di Giorgio Caproni. Come mai ha sentito l’esigenza di inserire proprio questo poeta e quale significato ha il suo incontro con Eliseo?

7. Quali sono state le influenze o le letture che l’hanno guidata di più nella creazione del mondo di Eliseo?

lunedì 26 ottobre 2026

Caproni e Benevento (ποίησις)

Ne Il potere del canto il protagonista, Eliseo, viene folgorato da un poeta allora vivente (siamo alla fine degli anni Ottanta), che parla dei suoi versi. Nel romanzo ho trasfuso un’esperienza reale e bellissima. Per altro, ricordo che Caproni rise moltissimo quando una mia collega, poi divenuta giornalista, gli disse il nome per la dedica: Fausta Speranza. Nel tempo ho sempre pensato che il poeta livornese vide in quel nome la negazione di tutta la sua disillusa visione del mondo, fondata, potremmo dire, su un’“infausta disperazione”.

Malgrado nel romanzo non sia mai nominata, Benevento è la città originaria del protagonista. Ho disseminato una serie di spie, alcune cancellate in fase di editing (ad esempio, il primo capitolo si chiudeva con un’allusione alla città “magica”, sebbene tecnicamente Benevento non lo sia).

La spia più evidente è proprio legata all’incontro del protagonista con il poeta:

 «“Lo sa che credo di averla citata la sua città, di cui so poco, confesso, in una poesia che scrissi ricordando mio padre Attilio. Che bella coincidenza!” e rise di gusto.»

Andando a ritroso nei miei scritti, come mi capita spesso, per ricordare a me stesso chi sono o trovare qualcosa che sia degno di essere ripubblicato, trovo una paginetta in merito del 2014, che mi fa piacere pubblicare sul blog (uscì illo tempore su «Messaggio d’oggi»). Bastano le riflessioni finali di Biancamaria Frabotta a dare un senso a questa ripubblicazione, che illuminano sulla bellezza e la profondità  che un poeta può sprigionare quanto esercita il suo talento su un altro poeta.

Lo faccio oggi in cui incontrerò, e non nascondo emozione, classi di due Licei di Benevento per parlare del libro.

 

Ahi treno lungo e lento

(nero) fino a Benevento.

Mio padre piangeva sgomento

d’essere cosi vecchio.

 

Piangeva in treno, solo,

davanti a me, suo figliolo.

Che sole nello scompartimento

vuoto, fino a Benevento!

 

Io nulla gli avevo detto

standogli di rimpetto.

Per Bari proseguì solo:

lo lasciai li: io, suo figliolo.

 

Il testo, che apre la seconda sezione de Il Seme del Piangere (1959), risale al maggio del 1955, libro dominato dalle figure “parentali”, soprattutto la madre (nei celebri “Versi livornesi”).

La relazione padre/figlio è decisiva nella prima parte della poesia caproniana (basti pensare al mito di Enea recuperato ne “Il passaggio di Enea”, dove l’eroe troiano, «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto», diventa emblema di un intero transito epocale).

Qui la relazione si intreccia ad un altro tema-chiave del grande poeta livornese, quello del viaggio. Le tre quartine sono dominate dal senso di colpa, accentuato da una sonorità particolarmente cupa e chiusa, che contrasta con l’ariosità dei versi dedicati alla madre nella stessa raccolta.

Benevento (che probabilmente entra nella poesia solo per esigenze rimiche) viene incastonata tra il «lento» treno e lo «sgomento» del padre del poeta, dovuto alla consapevolezza della sua vecchiaia. Domina su tutto un senso di solitudine, malgrado il «sole», e di incomunicabilità.

Da me sollecitata sulla poesia, una delle massime studiose dell’opera di Caproni, Biancamaria Frabotta (curatrice, tra l’altro, della mostra romana per il centenario della nascita del poeta) mi ha scritto: «In questo lento treno che arranca verso il sud (quanti treni incamminati sui binari del destino nella poesia di Caproni!) mi sono sempre chiesta  se Giorgio fosse nella realtà  della memoria seduto accanto o davanti al padre Attilio in lacrime. Oppure se se lo immaginasse viaggiare da solo verso la destinazione finale. Chi è il fantasma dei due? Il padre? Il figlio? E Benevento segna forse la frontiera della loro destinazione? La poesia di Caproni è realista e trasparente. E tutto vi si può vedere. Ma nell’intrico delle rime e delle parentesi tutto sbiadisce, si annebbia, si perde».


domenica 25 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1992)

1. La mia vita felice come intervallo fra un addio e l’altro. Non è fatalismo ma solo esperienza, e non si capisce perché per noi la natura dovrebbe fare eccezione. 

2. Il problema non è la mia incapacità di accettare che una persona che amo muoia prima del tempo — quale sarebbe questo tempo? — ma dover vivere la sua morte. 

3. La casa è un grande organismo, di cui noi siamo le cellule ricambiabili. Basta che una di queste cellule entri in crisi perché l’intero organismo ne sia minacciato. 

4. Non abbiamo più la percezione della gioia come dono del destino. Siamo inguaribilmente ottimisti. 

5. Scrivere come un lavoro: senza il lavoro l’uomo scopre la profonda angoscia della libertà. 

6. Scrivere per non dimenticare. Noi siamo una memoria dolorosa, una ferita che non è mai guarita. Ma dimenticare non è un dolore: è un tormento che ci sveglia di notte. 

7. La civiltà occidentale ha orrore del vuoto. Non esistono pause di riflessione: lavoro, studio, giornali, musica, film, televisione. Per riflettere non ci restano che la notte e i sogni. 

8. La grande risposta della vera cultura è rifiutare gli stereotipi dell’uomo di successo. Non bisogna uscire dal mondo ma evitare di umiliare l’arte asservendola alla logica del capitale, del marketing, dell’esteriorità vuota. 

9. La vita è meravigliosa proprio per la sua irrazionalità. 

10. Il paradosso doloroso dell’esistenza è vivere nell’attesa di una vita diversa senza cercare realmente di realizzarla. Sapere ciò che non vogliamo senza sapere che cosa vorremmo essere. 


sabato 24 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1991)

1. Ho cercato di abbassare a me i problemi, e non di innalzare me alla difficoltà di ogni vero pensiero.

2. Ho paura di ciò che è vasto.

3. La grande rivoluzione della mia vita è stata passare dalla domanda «come salvarmi dal mondo?» alla domanda «qual è la mia funzione nel mondo?». La prima sottintendeva due cose: che il mondo fa schifo e che io sono un essere superiore.

4. Andare verso gli altri, per me, è una scelta, non un moto spontaneo.

5. La radice di tanti sbagli: la pretesa di diventare un uomo buono attraverso i libri.

6. Chi non ha il coraggio e la forza di esperire in sé un mutamento rivoluzionario non lo può pretendere dagli altri.

7. Ho vissuto per molto tempo nella nostalgia di Dio.

8. Il poeta non vive la vita per viverla: la vive finalizzando tutto all'opera, che può anche non esistere.

9. Sono murato vivo dentro di me, con la grande paura di aprirmi e di darmi.

10. La figura retorica che più mi somiglia è l’ossimoro.


venerdì 23 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1990)

1. La mia vita è fatta di attimi slegati tra loro, grazie alla capacità di dimenticare.

2. Quello che mi manca è la sincronia con gli altri: soffro quando gli altri gioiscono e rido quando gli altri piangono.

3. Quando piango sono felice che gli altri mi vedano: le lacrime sono l’unico modo sociale della sofferenza.

4. Dare ordine al mondo è possibile solo su un foglio di carta, conservato con cura, protetto dal fuoco che divampa da quando lasciammo il paradiso dell’eterna quiete.

5. Amare una persona vuol dire volerne la felicità. Prima pensavo che amore fosse volere accanto una persona: era paura di restare solo.

6. L’essenza del borghese è la paura del puro, dell’assolutamente puro. È più facile vivere nel compromesso: piccole gioie, piccoli dolori.

7. Tutti abbiamo una bara che ci aspetta. Basterebbe questo pensiero a dare un senso alla vita, o meglio un non senso. Torneremo al nulla, e tutto sarà perduto; ma ne sarà valsa la pena.

8. Autodenigrarsi, per apprezzarsi poi come autodenigratori.

9. La vita ci sfiora per tutta la vita e noi, con la solita superbia, pensiamo che sia nostra.

10. Non ci sei più, e la tua assenza è una cosa come tante altre: il mare, gli uccelli. La morte è facile, dopo.


giovedì 22 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1989)

 

1. Sono l’ipocrita svelatore dell’ipocrisia, l’egoista cantore dell’egoismo. Sono il morto che critica i morti.

2. Quando si sta male si sente il bisogno di scrivere; quando si è sereni, no. Forse la serenità trova appagamento in se stessa.

3. Sarò solo me stesso, fino in fondo, senza paura delle critiche. Anche se non so chi sono.

4. Solo il lavoro rimane a chi non crede in nulla.

5. Anche rispettando tutti i “se” di Kipling, non si è uomini una volta per sempre: è una conquista quotidiana.

6. Scrivere è sempre avventurarsi in un mondo senza strade: il foglio, il mondo, le cose sono così grandi, e abbiamo solo una penna per mettere ordine.

7. Quando si scrive solo di dolore e angoscia, si finisce per soffrire anche quando si potrebbe essere felici.

8. I poeti credono di soffrire, ma piangono solo lacrime di carta.

9. La morte in sé non è nulla, semplice non essere: il problema è la vita. Ci sono le cose belle: il vento sulla pelle, il tepore del letto nelle notti fredde, l’ultima sigaretta, i gatti che si azzuffano. Ma questo poco, per quanto?

10. Nei rapporti privilegio le persone complicate. Amo quelle apparentemente semplici.


mercoledì 21 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1988)

 

1. Ridere non è un male in sé: lo è ricercare il riso a tutti i costi.  

2. Vorrei aderire alla vita in ogni istante, e invece solo ricordi e speranze.  

3. Gli altri sembrano sempre cattivi a chi li guarda con diffidenza.  

4. Molte delle nostre azioni servono solo ad allontanare il dolore.  

5. Non è spleen: è soltanto pigrizia.  

6. In amore il carnefice è chi ama di meno.  

7. Un mondo dove trionfa l'ottimismo non può essere un buon mondo: un mondo malato può essere guarito solo da una fiammata di disperazione.  

8. Sentire la morte degli altri come dolore e la propria come liberazione.  

9. La vita fa male. La vita è il male.  

10. È bello dirsi parole d'amore per la prima volta e poi dirle sempre alla stessa persona.


martedì 20 ottobre 2026

In dialogo con Elide Apice su 𝐼𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜 [𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐]

 

Il 16 ottobre si è svolta la prima presentazione de Il potere del canto. L’ha condotta, con il garbo di sempre, Elide Apice, anima e animatrice di uno spazio di lettura raffinato e plurale, dove i libri non si consumano ma si attraversano insieme.

Le sono grato per le domande che mi ha rivolto, a margine dell’incontro, e che riporto qui con le mie risposte, un po’ più distese di quanto il tempo di una presentazione consenta. Per uno scrittore in apprendistato come me, il confronto con lettori “forti” è uno sprone a migliorare e uno strumento di consapevolezza: obbliga a guardare il proprio libro da fuori, a scoprire che cosa vi si è messo dentro senza saperlo.

 

Chi è Eliseo e che rapporto ha con sua madre?

Eliseo è un adolescente che sta per concludere gli studi classici quando la madre si ammala e muore. Carattere introverso e umbratile, trova in Edvige, docente amatissima, il suo punto di riferimento e la sua guida: non soltanto una madre, ma una maestra, la persona attraverso cui il mondo, i libri, la fede acquistano un senso.

 

Qual è il suo rapporto con la fede?

Eliseo cresce in un ambiente intriso di religiosità e sembra avviato sulle orme della madre. Le sue certezze crollano con la malattia e la morte di Edvige, che fanno del suo cuore una terra desolata. Da quel momento la fede non è più un’eredità ricevuta, ma una domanda aperta, che lo accompagnerà per tutto il romanzo.

 

Che cosa rappresenta la morte della madre per Eliseo?

La morte di Edvige è un evento devastante. Ho provato a trasfigurare ciò che accadde a me nel 1990, e la ricostruzione degli stati d’animo del ragazzo è la parte più autobiografica del romanzo. Il mondo di Eliseo, come allora il mio, perde il suo centro e rotola nel vuoto. Tutto ciò che viene dopo, il potere, la missione, le scelte, nasce da quella ferita.

 

«Nessun uomo è un’isola»: Eliseo lo capisce solo in età adulta. Che cosa accade nel suo animo dopo questa consapevolezza?

Il potere del canto è, tra le altre cose, un romanzo di formazione: il protagonista viene seguito nel suo evolversi, attraverso scoperte anche dolorose. Per molto tempo Eliseo, cavaliere interamente consegnato alla sua missione “sacra”, non lascia entrare nella propria vita nessuno, a parte il padre. Solo l’incontro con una fanciulla, che salva da morte certa, gli rivela la possibilità della “cura” dell’altro: la responsabilità. È lì che il verso di John Donne smette di essere una citazione e diventa esperienza.

 

Chi è Gaia e che cosa rappresenta per il giovane Eliseo?

Gaia è la prima ragazza di Eliseo, timido e impacciato provinciale che, prima di Roma, non ha avuto esperienze affettive di alcun tipo. Anima sensibile, capace di accoglienza e di ascolto, Gaia esce dalla vita del ragazzo perché lui, nel perseguire la sua missione, non ammette distrazioni di sorta. Diventa così una “vittima collaterale” delle missioni provvidenziali: il prezzo che chi si crede chiamato a qualcosa di grande fa pagare, spesso senza accorgersene, a chi gli sta accanto.

 

Tu scrivi di un ritorno a casa che coincide con il suo “sentirsi bene”. Che cosa determina una scelta così radicale rispetto a quanto aveva immaginato per la sua vita?

Eliseo è un ragazzo di provincia, cresciuto in campagna. La svolta della sua vita, il potere ricevuto, lo spinge a trasferirsi a Roma, dove è più facile garantirsi l’anonimato e portare avanti la sua missione, soprattutto quella di “taumaturgo”. Ciò nonostante, resta profondamente legato alle sue origini, e il ritorno non è una resa ma una riconciliazione: la scoperta che si può servire il mondo anche da casa, anzi forse soltanto da lì. Benevento non è mai nominata, ma ci sono delle spie che lasciano intendere come sia la sua amata città. Anche in questo, credo, ho trasfuso nel romanzo il grande amore che provo per la mia.

 

Una visione di qualcosa di trascendente. Che cosa accade a Eliseo in quel momento?

Nel romanzo ci sono molti momenti di “visione”, o di “ascolto”, di realtà sovrumane. A cominciare dal sogno, nella notte in cui il ragazzo resta chiuso in biblioteca, durante il quale un’entità misteriosa gli conferisce il potere del canto. Ma anche quando ascolta Giorgio Caproni leggere le sue poesie ed entra, letteralmente, nel mondo creato dal poeta; o quando, impegnato nella battaglia per la propria vita e per la salvezza di Elykia, combatte in uno stato di trance mistica. Credo che nella vita esistano dei momenti, pochi, in cui diventiamo il tramite di forze che ci trascendono. Non li scegliamo: possiamo soltanto farci trovare pronti.

 

Che funzione ha la poesia, per te e per Eliseo?

Potrei dire che la poesia mi ha salvato la vita: la sua lettura e la sua pratica mi hanno accompagnato nell’elaborazione del lutto per la perdita di mia madre. In quei mesi nacque il nucleo, Matrix, della mia prima raccolta di versi, Per aspera. Per Eliseo, che pure si incammina lungo la stessa strada, la poesia è molto di più: è potere di guarigione, arma per lottare contro il male, portale verso altri mondi. In generale, il libro vuole rendere omaggio alla poesia e ai poeti, ai grandissimi come ai minimi, che, come scrive Shelley nella Difesa della poesia, sono «i legislatori non riconosciuti del mondo».

 

Mi ha colpito il racconto dell’incontro con Caproni. Che cosa rappresenta questo poeta per Eliseo e per te?

È uno dei capitoli scritti nell’ultima redazione del romanzo, che ha avuto una gestazione lunghissima, di cinque anni. Io ho avuto il privilegio di incrociare Caproni, e la scena della libreria è ispirata a un fatto reale. E ho avuto il privilegio di studiarlo con una delle sue più grandi studiose, Biancamaria Frabotta, lei stessa grande poetessa e docente meravigliosa. Credo che Caproni sia stato il poeta più influente sulla mia generazione. Per questo mi è piaciuto immaginare che Eliseo, dopo aver sperimentato attraverso i suoi versi la possibilità di accedere ad altri mondi possibili, decida di andare a rendergli omaggio. Mi sono concesso anche una licenza ardita: ho provato a scrivere, alla maniera di Caproni, i versi che quell’incontro gli avrebbe ispirato. Spero che il Maestro mi perdoni.

 

Nella dinamica della narrazione, che cosa rappresenta l’espediente del ritrovamento delle sterline d’oro?

Ogni giorno Eliseo legge centinaia di versi in lingua originale, per verificare quali abbiano un potere e quale. Un giorno, leggendo la prima redazione del Faust di Goethe, gli compare davanti un secchio colmo di sterline d’oro. È un omaggio all’universo fiabesco, tante volte messo in immagini dai grandi fumettisti: nell’episodio evoco, infatti, uno degli autori che più amo, Dino Battaglia. Dal punto di vista narrativo, è la soluzione al problema della sopravvivenza del ragazzo, tutt’altro che marginale nel fumetto supereroistico: penso al povero Peter Parker, sempre al verde, o a Luke Cage, “eroe in vendita”. Il dono aureo consente a Eliseo di dedicarsi interamente alla sperimentazione e allo studio. E, a pensarci bene, è anche un piccolo risarcimento che mi sono concesso: quanti poeti hanno potuto vivere dei propri versi?

 

Eliseo riceve un dono che lo rende un supereroe. Quali conseguenze avrà per lui la consapevolezza di avere un ruolo diverso nel mondo?

Avrei voluto che lo slogan in copertina fosse: «Da grandi poteri derivano grandi domande». Chi conosce l’Uomo Ragno coglierà la variazione sul celebre motto dello zio Ben, che parla invece di responsabilità. Questo è, se vogliamo, il cuore del romanzo: Eliseo non sa perché gli siano stati conferiti i poteri, né che cosa debba farne. Si arrovella di continuo, finché “decide”: la prima volta per difendere sé stesso e la sua casa da due ladruncoli; la seconda, decisiva, scegliendo di intervenire nella storia del mondo e deviarne la traiettoria. La responsabilità, per lui, non precede la scelta: ne è la conseguenza.

 

Ancora un cambio di registro, e il fantasy si fa ucronia: Eliseo incontrerà, per esempio, Gorbačëv e sarà protagonista di scelte che cambieranno lo scenario politico mondiale. Perché questa scelta?

Eliseo trascorre diversi anni a formarsi: amplia lo spettro del proprio potere, studia storia e politica, si appassiona alle questioni etiche. Poi, però, come ho detto, si rende conto che, in mancanza di “ordini” dall’alto, deve agire. Senza fondamento, senza garanzie. Convinto, anche grazie alla guida esperta di un giornalista-poeta (ispirato alla figura di Tommaso Di Francesco, che ospitammo tanti anni fa con “La rosa necessaria”), che l’esperimento sovietico fosse ancora riformabile, interviene nei giorni del golpe contro Gorbačëv, nell’agosto del 1991. L’ucronia mi permetteva di porre una domanda che mi accompagna da sempre: che cosa sarebbe accaduto se la storia avesse preso un’altra strada? Gli sconfitti, a volte, sono gravidi di futuro.

 

«Stare vicino alla vita che continua» è una delle espressioni di Eliseo, secondo me, più belle e profonde. È anche il prolungamento della memoria della madre, di cui accetta l’eredità morale. In che modo Eliseo si prenderà cura degli altri?

In prima battuta, esercitando ogni giorno il potere della guarigione, legato a un verso memorabile di Dylan Thomas («Non andartene docile in quella buona notte»), e imponendosi di seguire a distanza gli sviluppi delle vite strappate alla morte: soprattutto bambini e giovani, ma anche il suo vecchio professore di latino e greco, oltre al padre e al cane Flush. Alla fine del romanzo, nella sua vita entra Elykia, salvata da morte certa, che lo trasforma. Il mio auspicio è di poter proseguire la narrazione: in un seguito la fanciulla avrebbe un ruolo assolutamente centrale.

 

Un’ultima domanda sul titolo, che rimanda a Battiato. Perché questa scelta?

Battiato è un autore centrale nella mia formazione, e non solo come musicista: è stato per me un maestro di sguardo, un ponte tra il pop e la mistica, tra il quotidiano e l’eterno. Mi è parso quasi naturale cercare il titolo nella sua meravigliosa produzione, e l’ho trovato: perfetto. Nel romanzo sono disseminate tante microcitazioni del musicista siciliano, al quale ho voluto rendere tributo anche in un altro romanzo, Rumori di fondo, che presenterò a un concorso dedicato alla musica.

 

Grazie ancora a Elide, e a chi era in sala. Le domande dei lettori sono il modo in cui un libro continua a scriversi anche dopo l’ultima pagina.


domenica 18 ottobre 2026

Sparire [OGGI]

 


L’altra sera, durante l’intensa presentazione del Potere del canto alla Libreria BARbarossa, sollecitato dalle acuminate riflessioni di Michele Moccia, ho riconosciuto pubblicamente la mia sconfitta politica. E credo di poter dire che non è soltanto personale: è generazionale. Appartengo a una generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo, o almeno di renderlo un po’ più giusto, e che oggi si ritrova a consegnarlo ai propri figli peggiore di come l’aveva ricevuto.

Mi guardo intorno: l’Italia e mezza Europa sono in fiamme. Ragazzi privati del futuro e della speranza distruggono, pieni di rabbia, mentre il “geronto-fascismo” (la formula è di Bifo) di un Occidente decrepito, avviato al tramonto, vorrebbe prepararli a guerre destinate a nutrire un capitalismo esangue, incapace di reggere il confronto con competitori giovani e rampanti. Ho sempre odiato la violenza, e continuo a odiarla. Ma mai come ora riesco a capirla, di fronte alle scelte miopi di chi governa: è la risposta cieca a una cecità più grande, quella di chi chiede ai giovani di morire per un mondo che non ha più nulla da offrire loro.

Posso solo invocare la sparizione di noi vecchi, o almeno il nostro farci da parte. Senza caricare i “ragazzini” di alcuna mistica alla Elsa Morante (il mondo, temo, non lo salveranno: Il mondo salvato dai ragazzini resta un titolo, non una profezia), sono certo che non potranno fare peggio di noi. Hanno tutto il diritto di costruire un mondo a loro immagine, anche sbagliando, anche contro di noi.

Se potessi, lascerei la scuola: non è giusto che un disilluso porti nelle aule il peso dei propri disastri. Non posso. Dovrò restarci ancora diversi anni. Cercherò di dare ai ragazzi quel po’ di bellezza e di verità che sono riuscito a salvare dal naufragio: una poesia letta bene, una pagina di storia raccontata senza retorica, la fatica di un pensiero che non si accontenta. Non è molto. Forse è l’unica cosa che un insegnante sconfitto può ancora fare senza mentire.

Mi chiedevano, l’altra sera, che cosa allora si debba fare. Ho risposto: io scriverò. Perché lì, nella scrittura, posso salvare pezzi di passato degni di memoria, riscrivere la storia dalla parte dei vinti, immaginare futuri alternativi. Non è una fuga: è ciò che resta a chi ha perso. Custodire, e consegnare.

C’è una poesia bellissima in Questo muro (1973) di Franco Fortini, titolo che dice bene anche la mia condizione di oggi. E viene in mente, quasi negli stessi anni, il “murato” del Muro della terra (1975) di Giorgio Caproni, un poeta che Fortini non amava. Due muri, due modi di stare con le spalle alla parete del tempo. Fortini scrive:

Ma guarda come già stendono le loro stuoie

attraverso la tua stanza.

Come distribuiscono le loro masserizie,

come spartiscono il loro bene, come

fra poco mangeranno la nostra verità!

Di noi spiriti curiosi in ascolto

prima del sonno parleranno.

Questa è l’unica salvezza possibile: pensare a “coloro che verranno”. L’espressione rimanda a Brecht, che Fortini tradusse e amò, e alla sua lettera in versi ai posteri, in cui chiedeva ai nati dopo di giudicare con indulgenza chi, nei tempi bui, non aveva saputo essere gentile. Penso alle loro vite semplici (nel Fortini di allora ispirate alla Cina, che aveva visitato e raccontato in Asia Maggiore), capaci di spartire il bene fuori dalla logica predatoria che domina il nostro tempo.

Nei versi non c’è rancore, c’è quasi sollievo. I nuovi arrivati srotolano le stuoie nella nostra stanza, si dividono le masserizie, “mangeranno la nostra verità”: la consumeranno, la faranno propria, la trasformeranno in nutrimento. E noi, diventati spiriti curiosi, staremo in ascolto, mentre prima del sonno parleranno di noi, come si raccontano le storie degli antenati.

Questo pensiero è l’unico in grado di consolarmi tra le fiamme del mondo presente. Non saremo noi a vedere il mondo nuovo. Ma se qualcosa di ciò che abbiamo amato, una pagina, un verso, un gesto fatto in classe, finirà tra le masserizie che altri si spartiranno, la sconfitta non sarà stata vana.


giovedì 15 ottobre 2026

Giusy Nazzaro su 𝐸𝑢𝑡ℎ𝑦𝑚𝑖𝑜𝑠 [Εὐθύμιος]

 


«Dà sempre più di quel che puoi riprendere e dimentica. Tale è la via sacra.» (René Char)… mi ricorda un detto dialettale della mia infanzia, che tanto stupiva la mia anima bambina e che ancora oggi continuo a ripetere ai miei figli: «Fa’  bene e scorda, fa’  male e penza».

Donare, compiere un’azione gentile, ascoltare sono gesti che arricchiscono e il loro valore risiede, prima ancora che in chi li riceve, nel cambiamento di chi li compie. È un modo, per così dire, di prendersi cura di sé, di custodire la propria anima, «che è come un pozzo nel deserto. Se non lo custodisci, la sabbia lo riempie. Se non lo nutri, l’acqua si ritira. Ma se lo purifichi ogni giorno, anche l'aridità più dura può ridare acqua viva.»

Euthymios mi ha insegnato proprio questo: se l’anima non viene nutrita attraverso il dono, non facciamo altro che inaridire la nostra sorgente interiore. 

Quanto dolore nel lungo  viaggio che egli compie per raggiungere la consapevolezza di sé, per uscire fuori da sé stesso e dal bastione delle proprie certezze. Un cammino necessario per poter andare davvero incontro all’altro. Spogliandosi della presunzione del sapere, Euthymios impara a guardare oltre la malattia, riconoscendo nella persona che cura non un caso da risolvere, ma un'anima da ascoltare. Abita le proprie fragilità e trasforma le sue ferite in un luogo di accoglienza per chi soffre.

Ho ascoltato il tuo libro, Nicola, pagina dopo pagina. Mi sono lasciata attraversare persino dal dolore, quando tra le righe è apparso il “morso degli dei”, che ha fatto capolino nella vita di chi amo più di me stessa tanti anni fa e che sembra ancora non voler lasciare la presa.

Ho camminato al fianco di Euthymios e ho percepito il peso di ogni sua scelta. Non ho nutrito la mia mente di nozioni: ho dato ristoro e cura alla mia anima, coltivando, a volte, anche il silenzio.

Ed è stato proprio nel silenzio, nell’attesa, mentre le tue parole diventavano immagini e consapevolezza, che ho cominciato ad accogliere con occhi nuovi la figura di Yeshua. Non soltanto come divinità, ma come uomo, con i suoi affanni quotidiani e le sue fragilità; un uomo che «spronava uomini e donne a mettere un cuore di carne al posto di un cuore di pietra, a donare e a donarsi, a perdonare ad accogliere.»

E allora ho sentito che l’unico vero miracolo della vita è l’amore: l’ amore con il suo potere rigenerativo e la sua forza creatrice, capace di diventare veicolo della grazia. Una grazia che si manifesta nella capacità di guardare chi soffre, di dare attenzione a chi ne ha bisogno, mettendo da parte il proprio egoismo.

Ti consegno queste poche parole e i miei tratti imperfetti, con gratitudine per avermi riportata alla mia sorgente e per avermi mostrato come custodirla.