giovedì 15 ottobre 2026

Giusy Nazzaro su 𝐸𝑢𝑡ℎ𝑦𝑚𝑖𝑜𝑠 [Εὐθύμιος]

 


«Dà sempre più di quel che puoi riprendere e dimentica. Tale è la via sacra.» (René Char)… mi ricorda un detto dialettale della mia infanzia, che tanto stupiva la mia anima bambina e che ancora oggi continuo a ripetere ai miei figli: «Fa’  bene e scorda, fa’  male e penza».

Donare, compiere un’azione gentile, ascoltare sono gesti che arricchiscono e il loro valore risiede, prima ancora che in chi li riceve, nel cambiamento di chi li compie. È un modo, per così dire, di prendersi cura di sé, di custodire la propria anima, «che è come un pozzo nel deserto. Se non lo custodisci, la sabbia lo riempie. Se non lo nutri, l’acqua si ritira. Ma se lo purifichi ogni giorno, anche l'aridità più dura può ridare acqua viva.»

Euthymios mi ha insegnato proprio questo: se l’anima non viene nutrita attraverso il dono, non facciamo altro che inaridire la nostra sorgente interiore. 

Quanto dolore nel lungo  viaggio che egli compie per raggiungere la consapevolezza di sé, per uscire fuori da sé stesso e dal bastione delle proprie certezze. Un cammino necessario per poter andare davvero incontro all’altro. Spogliandosi della presunzione del sapere, Euthymios impara a guardare oltre la malattia, riconoscendo nella persona che cura non un caso da risolvere, ma un'anima da ascoltare. Abita le proprie fragilità e trasforma le sue ferite in un luogo di accoglienza per chi soffre.

Ho ascoltato il tuo libro, Nicola, pagina dopo pagina. Mi sono lasciata attraversare persino dal dolore, quando tra le righe è apparso il “morso degli dei”, che ha fatto capolino nella vita di chi amo più di me stessa tanti anni fa e che sembra ancora non voler lasciare la presa.

Ho camminato al fianco di Euthymios e ho percepito il peso di ogni sua scelta. Non ho nutrito la mia mente di nozioni: ho dato ristoro e cura alla mia anima, coltivando, a volte, anche il silenzio.

Ed è stato proprio nel silenzio, nell’attesa, mentre le tue parole diventavano immagini e consapevolezza, che ho cominciato ad accogliere con occhi nuovi la figura di Yeshua. Non soltanto come divinità, ma come uomo, con i suoi affanni quotidiani e le sue fragilità; un uomo che «spronava uomini e donne a mettere un cuore di carne al posto di un cuore di pietra, a donare e a donarsi, a perdonare ad accogliere.»

E allora ho sentito che l’unico vero miracolo della vita è l’amore: l’ amore con il suo potere rigenerativo e la sua forza creatrice, capace di diventare veicolo della grazia. Una grazia che si manifesta nella capacità di guardare chi soffre, di dare attenzione a chi ne ha bisogno, mettendo da parte il proprio egoismo.

Ti consegno queste poche parole e i miei tratti imperfetti, con gratitudine per avermi riportata alla mia sorgente e per avermi mostrato come custodirla.





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