
Ieri [30 novembre 2012], alla Luidig, ho assistito
alla (seconda) presentazione del libro In quieta ricerca; è stato
una sorta di controcanto all’apoteosi del Teatro
de Simone, una specie di contro-festival, cui Nicola si è esposto con
grande umiltà, quasi lo ritenesse un atto dovuto. È stata una sassaiola, e non
solo da parte dell’irriverente Guido Bianchini e del
decadente Luigi Furno.
L’immagine che ho di Nicola è, come gli ho detto,
tutta nella copertina del suo libro. Non è un espediente per glissare sul
contenuto: il libro l’ho letto, anche avidamente, ma ritenendolo una “mappa
concettuale per diventare Nicola Sguera”, non ne parlerò. Con questo non voglio
essere riduttivo: c’è la vita, la formazione, la complessità, la forza e la
debolezza di un uomo che io ritengo, per me, guida e ascolto.
Ma dicevo della copertina, azzeccatissima, a mio
parere: azzeccatissima nell’aver individuato la dimensione di Sguera, un
paesaggio in quiete, tra libri che volteggiano, un sole sullo sfondo, senza
esseri umani nel paesaggio, né animali. Una illustrazione vegetariana. Che
paradossalmente ha, come richiamo degli esseri umani, solo prodotti di quella
tecnica pure tanto aborrita a parole da Nicola: libri rilegati, una bicicletta,
occhiali, una barca, poche case. Gli uomini scompaiono e ricompaiono nelle loro
realizzazioni. Anche la famiglia, un punto fermo nella vita di Nicola, è
assente. Ma forse la sta raggiungendo, nell’illustrazione. Forse sta tornando
alla comunità dal suo otium di campagna.
Questo è ciò che sempre ho rimproverato a Nicola, che
in modo testardo si definisce socratico: Socrate costruiva la verità col
dialogo e nel dialogo, in una dimensione politica di ricerca; in Nicola, la
dimensione politica (nel senso più largo del termine) è una dimensione di
divulgazione, di una verità propria ch’è il frutto piuttosto di una
introspezione, di una spiritualità, anche profonda.
La mia impressione è che Nicola abbia pudore della
propria spiritualità, e si ostini a sporcarla col mondo. I risultati sono
spesso maldestri, o equivocati, come nella scritta «Sguera infame», sul muro
del “suo” liceo [vedi foto in basso]. Chi ha scritto ciò, si è impressa
una macchia ancora peggiore di quella presunta: l’ingratitudine. Se per un
attimo vi soffermate su ogni singola parola, capirete che cosa voglio
dire.
Tuttavia, Nicola, la tua foto sorridente accanto la
scritta mi ha turbato. Capisco il tuo amore per la frontiera, ma in questo
momento sei più su una china, e fa’ attenzione. Te lo dico perché ti voglio
bene. Perché ti voglio bene, ieri t’ho detto che ogni comunità ha gli
intellettuali che si merita. Voleva essere, nel mio registro comunicativo che
conosci, un complimento scherzoso. Perché io ritengo che tu sia, per la nostra
città, una rosa necessaria.
Nunzio Castaldi
Nota apparsa su Facebook (con il titolo "Nicola
Sguera, ovvero sull’infamia o dell’infamità"). Nunzio Castaldi ama
definirsi «partita I.V.A.». In realtà, conserva una passione autentica per la
filosofia (e in particolare per il pensiero e l’opera di Carlo Michelstaedter)
e per la cultura latina.
La scritta immortalata nella foto di Massimo Terella
fa riferimento alle polemiche legate alle "occupazioni" delle scuole
da parte degli studenti, frangente nel quale io ho assunto una posizione
fortemente critica, suscitando le ire delle frange più radicali del movimento
studentesco.
Post scriptum (2026)
Nella revisione del mio blog, inevitabile un commento a un paio di cose.
1. Nunzio Castaldi è scrittore finissimo. Ribadisco che dovrebbe pubblicare i suoi racconti e le sue riflessioni esistenziali. Sideralmente lontano da me per visione del mondo ma con una sensibilità fuori dal comune. Le cose che scrisse sono assai profonde. Grato.
2. Effettivamente mi esposi a petto nudo alle critiche urticanti di Guido (che poi avrebbe scritto due libri importanti di filosofia) e Luigi: fu una scelta voluta. Sento sempre il bisogno non di assenso acritico ma di critica consapevole.
3. Vero quel che scrive Nunzio del dialogo. Con ritardo, prometto di meditare questo suggerimento. Ripeto che non mi resi conto illo tempore di quante cose belle mi venissero dedicate in termini di attenzione e interpretazione.
4. Pare assurdo, ma arrivo a rimpiangere studenti che erano in grado, in maniera confusa, di esprimere un dissenso. La scuola oggi è diventata parte di un meccanismo perfettamente oliato: dirigenti esecutori dei voleri ministeriali ed europei, studenti addestrati. Sui docenti una riflessione che mi riservo di fare. Sicuramente poco inclini alla critica e al dissenso.
5. La Luidig non esiste più, purtroppo, da molti anni. Fu sede di una piccola comunità intellettuale. Per fortuna, in città ne sono nate altre. Viva chi le anima: lì, e non sotto le luci della ribalta, si custodisce il senso vero della lettura, della poesia, del pensiero.
Grazie, Nunzio.
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