sabato 28 maggio 2016

Diario politico 25 (Benevento-Europa)


Il voto del 5 giugno è certamente importante per le singole città in cui si svolgerà, come Benevento, dove il “triello” si gioca fra un desolante presente, che continuerebbe nell’inversione di ruoli fra Sindaco e Vicesindaco attuali, un salto nel passato, con il “dinosauro” Mastella che tenta di rimanere a galla e utilizzare la città come trampolino di lancio per il Senato previsto dalla riforma Boschi, e un salto nel XXI secolo con il M5S.  Sulla carta non dovrebbe esserci partita.

A mio avviso, però, visto il coinvolgimento di città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino nella tornata elettorale, ci troviamo di fronte ad un appuntamento anche “politico”. Su scala nazionale il quadro politico appare semplificato. Da una parte, infatti, c’è la vecchia politica, che pure cerca di ammantarsi di innovazione (senza mai mettere in discussione le “forme”, i modi della politica), dall’altra la nuova politica. Il MoVimento 5 Stelle vivrà nei prossimi due anni un passaggio decisivo nella propria pur breve storia, non ancora decennale. A giugno potrebbe trovarsi a governare grandi città, moltiplicando il numero di amministratori disseminati sul territorio, confrontandosi sempre di più con i problemi reali, spesso complessi, come le vicende di Parma e Livorno insegnano. Dall’altra, la morte di Gianroberto Casaleggio e il passo indietro di Beppe Grillo hanno avviato una doveroso percorso di riorganizzazione interna che dovrà essere capace di superare la fase “liquida” delle origini senza ricadere nelle secche delle forme partitiche ferree e oligarchiche della tradizione novecentesca.
A ottobre si svolgerà una tornata referendaria di cruciale importanza. Gli italiani dovranno decidere se avallare la controriforma della Costituzione che, millantando una semplificazione dell’assetto del Parlamento, conferisce un potere squilibrato all’esecutivo.

Sullo sfondo c’è un’Europa in fermento con le proteste francesi contro le politiche del lavoro imposte dall’Europa e il rischio della Brexit.

Portare cittadini onesti nelle istituzioni, a tutti i livelli, varare misure di giustizia sociale (dal reddito di dignità a livello locale al reddito di cittadinanza a livello nazionale), fare della politica un servizio civile e non più una professione a vita: questi i punti qualificanti dell’agenda del prossimo biennio. In poche parole, una rivoluzione.




martedì 24 maggio 2016

Diario politico 24 (Mi rivolto, dunque siamo)


«Mi rivolto, dunque siamo». Questa frase straordinaria di Albert Camus potrebbe essere la sintesi dell’assalto al cielo che un manipolo di coraggiosi sta tentando a Benevento. Lottando con enormi apparati, dotati di mezzi e denaro, capaci di controllare, orientare o occupare i media locali, queste 33 persone vogliono scrivere una pagine di storia beneventana, mandando a casa chi l’ha malgovernata nell’ultimo decennio, impedendo nello stesso tempo la restaurazione del vecchio potere democristiano e clericale, incarnato da Clemente Mastella.



Ma come sconfiggere questi Leviatani in sedicesimo, questi piccoli Moloch di provincia che fanno del controllo delle risorse pubbliche lo strumento per ampliare le proprie clientele e continuare ad alimentare le loro vite tutte politiche, piene di ambizioni personali? Molti amici che incontro in questi giorni scuotono la testa: «Non ce la potete fare. Si comprano i voti... Voi non sapete di cosa sono capaci». Ma è proprio perché lo sappiamo che vogliamo mandarli a casa una volta per tutte. E quali armi mai potremmo usare in questa lotta “di liberazione”? Io direi che ne abbiamo un paio. La prima è la volontà di essere onesti. Non l’onestà (perché ciascuno di noi può cadere in tentazione e sbagliare) ma l’anelito, l’aspirazione ad essa, che accetti delle regole ferree di comportamento (a partire dal certificato del casellario che abbiamo dovuto esibire per essere in lista). L’onestà, sia chiaro, non può (e non deve) essere un programma politico. Ma la condizione per ogni buona politica sì. Viviamo purtroppo in un tempo senza vergogna. Il nostro compito storico, qui, ora, a Benevento, in Italia, è ripristinare la decenza pubblica. Il politico deve tornare ad essere un modello virtuoso di comportamento, soprattutto per i più giovani, che associano invece alla politica la corruzione e il latrocinio. 

La seconda arma è il gruppo. Sia chiaro: so benissimo che anche noi siamo percorsi da tensioni interne, che ci sono anime diverse nel MoVimento, anche a livello locale, spesso confliggenti. Eppure, malgrado tutto, avverto potentemente uno spirito comunitario, il senso di essere un “noi” che mi sostiene nei momenti di stanchezza. Dalla rivolta individuale è nata un’identità collettiva. Questa è la nostra forza. Noi siamo. E per questo che non troverete mai nei miei scritti di questi mesi una richiesta di voto sulla mia persona. Sono persuaso che ciascuno dei 32 candidati del M5S sia il “medium” di ideali, principi, progetti. Sono persuaso che chiunque di noi andrà a rappresentarci nel Consiglio comunale sarà fedele a quei principi e a quegli ideali. Vedo le facce sui manifesti degli altri. Uomini e donne solitari che galleggiano nel vuoto, tra simboli vuoti e insulsi slogan. Ciascuno per sé in una affannosa corsa verso una scranno che significa potere, ascesa sociale, per alcuni denaro, sistemazione. Noi siamo un’altra cosa. Per questo il mio invito è votare due chiunque di noi.
Io sono Luca, Ivano, Gabriella, Cosimo, Francesco, Carlo, Lucia, Gianfranco, Carlo, Danilo, Silvana, Giovanni, Stefano, Vittorio, Franco, Giovanni, Aniga, Stefano, Sandra, Ermanno, Gerardo, Pierluigi, Carmine, Anna Maria, Annarita, Anna, Antonello, Sabrina, Concetta, Raffaella, Aldo. E sono Marianna, ovviamente.

venerdì 20 maggio 2016

Diario politico 23 (Da che pulpito...)



La diatriba tra Del Basso De Caro (che ha oramai esautorato definitivamente Raffaele Del Vecchio, divenuto trasparente) e Mastella su quella che potremmo definire “questione morale” appare francamente grottesca. Entrambi, insomma, parlano da improbabilissimi pulpiti, e farebbero bene a tacere, guardando le rispettive liste, e al netto delle persone perbene che ci sono (e ci mancherebbe!) in entrambi gli schieramenti. 
Sarà sintomatico della scarsa trasparenza dei due candidati, d’altronde, il fatto che sono gli unici, fino ad ora, a non aver aderito alla campagna “Sai chivoti?”.


Ciò che appare particolarmente surreale è che si cavalchino temi che, quando sono appannaggio del MoVimento 5 Stelle, vengono tacciati di essere espressione dell’antipolitica. D’altronde, già cinque anni fa l’allora candidato Sindaco del Patto per il Territorio, sostenuto dal Viespoli e Mastella, oggi avversari, Carmine Nardone, denunziò ripetutamente il rischio di infiltrazioni malavitose a Benevento. Esiste un rimedio contro questo rischio? In primis, deporre ogni tentazione di espansione urbana. L’esatto contrario di quanto propagandato da Del Vecchio, che sogna la città di 100.000 persone. Benevento ha bisogno di essere riqualificata e rigenerata, non ampliata. Il territorio non deve essere più consumato e devastato. Urge un mutamento radicale di indirizzo, dopo l’infausto decennio pepiano, vissuto all’insegna del mattone (e non a caso culminato nello scandalo “Mani sulla città”, in cui è emersa l’esistenza di una cupola politico-imprenditoriale).
La percezione complessiva è che i temi della campagna elettorale siano mutuati dai programmi nazionali e locali del M5S. Penso al reddito di dignità (o comunque lo si voglia chiamare) o alla riduzione dei costi della politica. Come ha detto, però, Luigi Di Maio, ospite a Benevento in una entusiasmante serata, i programmi possono essere anche tutti uguali: ciò che conta sono le persone che li portano avanti. 


Si badi: io ritengo che il programma di governo per la città del M5S sia molto più avanzato degli altri, perché si fonda su una visione dei problemi (dalla mobilità al territorio, dalla trasparenza all’uso della rete) che è lontanissima da quella dei partiti “tradizionali”. Nello stesso tempo sono persuaso che, a parità di proposta, mentre la nostra risulta credibile, perché incardinata in una storia coerente, quella di altri soggetti risulta essere flatus vocis.  Il modo di lavorare delle Commissioni, ad esempio, è moto discutibile. Il frutto di tale lavoro in alcuni casi è nullo. Si pensi alla più scandalosa di tutte: quella sulla per i debiti fuori bilancio.
Il M5S si propone come obiettivo principale l’abbattimento dei costi della politica. Quando saremo dentro il Palazzo sarà nostro compito vigilare perché non siano dissipati i soldi della comunità.
Nella carica dei 500 è difficile cogliere, per i più motivazioni ideali. Purtroppo le candidature, spesso nate il giorno precedente la presentazione delle liste, c’è un po’ di tutto. La politica continua ad essere percepita come una spinta per la propria professione o addirittura come una professione. E come biasimare chi emula un Clemente Mastella, eletto per la prima volta nel 1976, o un Raffaele Del Vecchio, entrato in consiglio per la prima volta nel 2001? La politica è una “professione”... Che non necessita, a quanto pare, di particolare preparazione. Preferibile un bell’aspetto, una folta parentela, una clientela fedele...  
È difficile prevedere cosa accadrà il 5 giugno. Una città ha i politici che si merita, indubbiamente. Non so se ce la faremo a mandare a casa “il potere inutile” del centrosinistra beneventano, responsabile del fallimento dell’AMTS, del disastro della mensa, dello scempio del Malies, il centrosinistra che non ci fa conoscere il reale indebitamento del Comune. Non so se ce la faremo ad evitare che Clemente Mastella trovi finalmente, dopo qualche anno di panchina, uno spazio libero. Dal mio punto di vista sarebbe una iattura. Posso solo dire che il M5S, qualunque sia il ruolo che i cittadini vorranno affidargli, farà una rivoluzione. Se governerà la città la risanerà con la forza della legalità e ricette economiche fedeli alla storia della città. Se sarà opposizione non farà sconti.

Mai come ora, dunque, «per aspera ad astra».

domenica 15 maggio 2016

Diario politico 22 (Del Vecchio sive de futuro)



Ho assistito all’incontro organizzato dal Movimento Lotta per la Casa in una scuola media occupata a Ponticelli, cui erano presenti sei candidati sindaci (assente Mastella).


Dopo l’incontro Raffaele Tibaldi ha diramato un duro comunicato: «L’incontro di ieri pomeriggio, organizzato dal Movimento di Lotta per la Casa, è stato un esempio perfetto di rapporto sadomasochista tra vittime e carnefice: lo dicono chiaramente i dati elettorali che vedono le persone del suddetto movimento da sempre vicine a chi amministra la città e da sempre incapaci nel trovare una soluzione definitiva al loro problema. La messa in scena di ieri serviva a dare risalto alla 'grande capacità' dell’amministrazione uscente non nel trovare la soluzione (che in 10 anni pare non essere mai stata trovata) ma di emergere come grandi conoscitori del problema: veri professionisti del nulla». 
Si sarebbe trattato, insomma, di un gioco delle parti, confermato da altri segnali (le parole pronunziate sulla questione in apertura di campagna elettorale al Teatro Libertà da Del Vecchio, l’apprezzamento da parte del leader del Movimento, Pasquale Basile, per le proposte sull’argomento dello stesso vicesindaco, infine la presenza nelle liste a sostegno del centrosinistra della sorella di Basile). 


Le affermazioni di Tibaldi avranno conferma o saranno smentite (come auspico) nel corso dei prossimi mesi. A me servivano solo per focalizzare la strategia di Raffaele Del Vecchio in quella circostanza.
Premetto che lo considero, sin dall’inizio, un candidato “debole” della compagine di centrosinistra, che invece ha assemblato delle liste estremamente competitive (secondo i canoni della vecchissima politica: gente che “controlla” – uso il termine senza sfumature negative, per sottolineare che si tratta di voti certi – pacchetti corposi). La debolezza nasce da più fattori:
1) è stato un candidato imposto manu militari da Umberto Del Basso De Caro, senza accettare mediazioni con alleati e correnti interne;
2) Del Vecchio non è amato da una parte del suo partito e della sua coalizione (le tensioni con Fausto Pepe hanno percorso tutto il secondo quinquennio al punto da potersi dire  che ci si trovava di fronte a due giunte parallele);
3) Raffaele non ha “carisma” e non ha capacità di parlare al cuore.
Andiamo al punto che mi interessa di più. A mio avviso il gruppo che lo circonda sta sbagliando completamente comunicazione e campagna elettorale, investendo su due cose: la competenza e la progettazione del futuro.
Sono partito dall’incontro di Ponticelli perché quasi ossessivamente Raffaele accusava, nei modi civili che per altro gli sono consueti, i suoi competitor presenti di essere poco preparati sull’argomento, di non conoscere le leggi e le procedure relative all’edilizia popolare et cetera. Insomma, lì e altrove, nei focus che si stanno organizzando e finanche in  note stampa cervellotiche ed estremamente analitiche, cerca una legittimazione che nasca dalla sua “competenza”. L’errore è nel credere che l’elettore in questa fase scelga con la “testa” e non con il cuore. Del Vecchio non è riuscito a trovare neanche una parola che facesse breccia nel cuore dell’elettorato. Non è nel suo stile.  
Personalmente ho tre obiezioni da fare:
1) è ancora legittima la politica “come professione”? Addirittura Raffaele Tibaldi in questi giorni, che non è tacciabile di “grillismo”, auspica la fine di tale idea della politica e prospetta un mandato sindacale di tre anni!
2)  Non è assolutamente scontato avere tali “competenze” dopo tanti anni di presenza stabile nel Palazzo del potere?
3) (La più seria delle obiezioni.) A cosa è servito in questi anni avere tali competenze se i problemi, e dico molti problemi, non solo quelli relativi ai senza casa, non sono stati non dico risolti ma neanche affrontati o addirittura creati? Insomma, la conoscenza (qui faccio un po’ il professore) non è “competenza”. «La competenza è essenzialmente ciò che una persona dimostra di saper fare (anche intellettualmente) in modo efficace, in relazione ad un determinato obbiettivo, compito o attività in un determinato ambito disciplinare o professionale. Il risultato dimostrabile ed osservabile di questo comportamento competente è la prestazione o la performance» (Rosario Drago). Le prestazioni della giunta Pepe/Del Vecchio sono state mediocri (ad esser generosi), decisamente al di sotto della sufficienza (se vogliamo essere oggettivi). 
 
La seconda questione (ne ho già parlato). Gli spin doctor di Del Vecchio hanno focalizzato la campagna elettorale sul progetto e sul futuro. Anche la grafica va in questa direzione. Nel manifesto, che ha scelto un rosso fiammeggiante per ammiccare alla tradizione da cui dovrebbero (il condizionale è d’obbligo, vista la presenza in lista di ex destrorsi storici come Capezzone) venire i candidati. Raffaele non guarda (a differenza di Mastella) negli occhi il cittadino. Guarda altrove. Guarda al futuro. Perché lo spettacolo che avrebbe sotto gli occhi sarebbe desolante: letteralmente una "Waste Land", una terra desolata e sporca, piena di immondizia e di non-luoghi prodotti dall'incuria della sua amministrazione. Meglio guardare alto, guardare altrove. 


Il presente, insomma, non si può e non si deve guardare. «Solo futuro»: questo lo slogan ripetuto. D’altronde il progetto iniziale era quello di mostrarsi in discontinuità con la giunta di cui è ancora parte, di “ripartire” (altro slogan). Di qui l’enfasi sulle cose da fare. Nella campagna parallela, invece, Fausto Pepe rivendica quanto fatto (ma l’unico successo mediatico è quello della Spina Verde). Insomma, due campagne parallele non amalgamate e gonfie di diffidenza sulla “lealtà” del gruppo che si riconosce intorno al Sindaco.


Credo che l’onestà intellettuale ci imponga di partire dalla “realtà fattuale”, i cui simboli a Benevento sono il fallimento dell’AMTS, la situazione debitoria del Comune e il Malies. Partire dal presente non significa ritenerlo immodificabile o viverlo con rassegnazione. Mi pare atteggiamento umile, unico propedeutico ad una crescita complessiva della città che deve avere di nuovo un grande sogno, certo. Essere realisti ed utopisti nello stesso tempo, ho scritto qualche mese fa. Lo ripeto. Altrimenti c’è lo sguardo perso nel futuro di Del Vecchio o l’ammiccamento di Mastella privo di qualunque conoscenza reale della città e di un progetto originale. 

sabato 14 maggio 2016

ancora su Platone e il possibile rinnovamento della democrazia


Alfred North Whitehead ha affermato che «tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone». La venerazione che circonda il più celebre degli allievi di Socrate impedisce, ha impedito (con rarissime eccezioni) di criticarne il pensiero. Prendere la filosofia sul serio significa anche avere l’ardire di mettere in discussione il pensiero dei giganti proprio individuandone le responsabilità in relazione alla storia nella sua interezza, non solo quella della cultura.
Hannah Arendt, la più grande pensatrice politica del Novecento, la cui opera ancora attende di dispiegare pienamente i suoi effetti liberatori, ha dedicato molte celebri pagine a Platone. La responsabilità maggiore dell’ateniese è quella di aver pensato sempre a partire dall’Uno (quindi in termini metafisici), dimenticando che la vita umana si fonda sulla pluralità, sui Molti. Anche in campo politico Platone ha applicato il suo schema “ideale”, pensando la sfera delle relazioni nella polis sul modello di quello del pastore e del gregge. Pastore è colui che detiene “la verità” ed è legittimato a guidare coloro che non la possiedono. Alla base di questa scelta ci sarebbe un evento traumatico. La filosofia politica, scrive la Arendt, «è provocata da un evento, un evento politico: il processo contro Socrate, nato da un conflitto tra la polis e la filosofia [...]. La nostra tradizione di pensiero politico ebbe inizio quando la morte di Socrate diede motivo a Platone di perdere la fiducia nella polis, e al contempo di dubitare di alcuni fondamenti della dottrina di Socrate. Il fatto che Socrate non fosse stato capace di convincere i suoi giudici della sua innocenza e dei suoi meriti, che per la parte più giovane e migliore dei cittadini di Atene erano stati così evidenti, alimentò i dubbi di Platone sulla validità della persuasiva. Dover assistere allo spettacolo di Socrate costretto a esporre la sua doxa alle irresponsabili opinioni degli ateniesi, e vederlo sconfitto da una maggioranza di voti, indusse Platone a disprezzare le opinioni e a esigere criteri assoluti con i quali giudicare gli atti umani e conferire alle azioni umane un certo grado di affidabilità». Questo, dunque, spiega l’originaria inimicizia fra filosofia e politica, una delle grandi catastrofi dell’Occidente, secondo la pensatrice ebreo-tedesca.
A mio avviso, il pensiero platonico segretamente ha nutrito tutte le concezioni politiche sviluppatesi nel corso dei secoli, tutte fondate da una parte sulla “reductio ad Unum” della pluralità che gli uomini ontologicamente sono, dall’altra sulla delega del potere al detentore del sapere ritenuto di volta in volta veritativo (dai filosofi ai conoscitori delle leggi storiche ai “tecnici”). Insomma, il platonismo tuttora è la filosofia politica dominante perché si accetta pacificamente che il politico debba essere uno specialista, delegato dagli altri affinché deliberi e conduca la polis, lo Stato.
Tra il XX e il XXI secolo è maturata una svolta che potrebbe, dopo più di duemila anni, consentire il superamento del paradigma “platonico” della politica e il recupero della “pluralità” umana. La lettura, ad esempio, di Reti di indignazione e di speranza di Manuel Castells consente di capire come la terza rivoluzione industriale e la nascita della “Rete” possa modificare radicalmente la teoria e la pratica politica, e come in realtà la cosa stia già accadendo. 

Stefano Rodotà in Iperdemocrazia scrive: «È indubbio che siamo di fronte a una vera crisi delle forme tradizionali della democrazia rappresentativa che può tradursi (o già si traduce) nel rifiuto delle istituzioni da parte di molti cittadini. Poiché una possibile via d’uscita viene indicata in una integrazione tra forme della democrazia rappresentativa e forme della democrazia diretta, diventa giusto chiedersi se la tecnologia dell’informazione – rendendo tecnicamente possibile una associazione più immediata dei cittadini alle fasi della proposta, della decisione e del controllo – possa aiutarci a inventare la democrazia del XXI secolo».

Dunque, innanzi a noi, ma in saldo legame con alcune esperienze del passato, si apre la strada di un superamento del platonismo politico. La polis, che valorizzava la pluralità degli uomini e dei loro punti di vista, ma anche le assemblee che prepararono la rivoluzione americana, i club del 1789 o i soviet del 1905 e del 1917, si ripresentano a noi con le loro potenzialità ancora inesperite. Sta finendo il tempo della delega, che già Rousseau irrideva come forma solo apparente di libertà “per un giorno”. 
Può iniziare il tempo in cui, come auspicava la Arendt, l’attività politica, fondata sull’azione e sul discorso, non venga ridotta al rango di “necessità” da delegare, per dedicarsi a presunte attività superiori (che siano esse il lavoro o la contemplazione poco conta) ma torni ad essere l’attività “umanizzante” per eccellenza, che ha il suo fine in sé, nell’essere manifestazione di aspetti dell’umano che altrimenti resterebbero inespressi (esattamente come l’arte) e non “strumento” atto a risolvere problemi. Solo l’azione “politica” può rendere pienamente umana la vita nel suo splendore tutto mondano. 

(Apparso in «Economia & Diritto» nel maggio 2016)

mercoledì 11 maggio 2016

Diario politico 21 (Il "biscotto" Mastella-De Caro)





Quando Clemente Mastella decise, dopo attenta preparazione sondaggistica e mediatica, la discesa in campo come Sindaco di Benevento, ultima chance per rientrare nel gioco da cui la mancata rielezione della signora Lonardo, sua consorte, ha escluso la famiglia, dichiarò che non avrebbe accettato confronti pubblici con i candidati Sindaci. Una scelta legittima, per carità. Stupisce, dunque, maggiormente l’uscita dell’altro ieri, l’appello al confronto sui grandi temi, auspicando un accordo preventivo su strategie che tutti si impegnerebbero a mettere in campo dopo le elezioni. 

È credibile che il vero motivo sia «il bene del paese» come direbbe l’onorevole Cocchetelli de Il turco napoletano)?


Cosa spiega questo mutamento radicale di atteggiamento? Provo a dire la mia, e a spiegare perché l’appello di Mastella è irricevibile.
La mia impressione è che egli abbia due timori. Da una parte è ben consapevole che, se la sua figura “tira” in alcune fasce di popolazione, le quattro liste che lo sostengono non possono competere con la “macchina da guerra” messa su da Umberto Del Basso De Caro. Mette, dunque, le mani avanti, per accordi futuri che, in caso di vittoria, possano consentirgli di governare senza un’opposizione dura. Dall’altra, sa bene che l’incognita del M5S rende complicato fare pronostici. Per dirla, dunque, in una parola: paura. Di qui l’appello che in realtà è rivolto in primis a Del Basso De Caro, non a caso solertissimo nel rispondere, al punto da far pensare a tempi concordati tra i due amici/nemici (ed è emblematico che abbia risposto lui è non il sempre più debole Raffaele Del Vecchio, definitivamente esautorato dopo questa uscita del dominus). La voce del padrone, insomma, di colui che detta la linea.
Insomma, en plein air i due potenti stanno ponendo le premesse per un patto in virtù del quale il ceto di politici professionisti che supporta l’uno e l’altro schieramento si accorda per la spartizione di incarichi e poltrone contro l’unico soggetto che può far saltare il tavolo, il M5S.
Non inganni il successivo intervento di Carmine Valentino, segretario provinciale del PD. È il consueto gioco del poliziotto buono (Del Basso De Caro) e del poliziotto cattivo (Carmine Valentino), che in questo caso serve anche a tranquillizzare l’anestetizzato elettorato di sinistra che mal digerirebbe l’ennesimo accordo con Mastella.
Sia il ceppalonese che il sottosegretario ribadiscono che la politica non è solo scontro. Ma non si dà politica senza polemica e senza progetti alternativi. Le liste dei due schieramenti raccontano che, al di là delle apparenze, si tratta di un unico ceto politico. Si ritrovano ex mastelliani di ferro nelle liste del centrosinistra (De Pierro, la Fiengo, ad esempio) e viceversa. Anche la storia dell’ultimo quinquennio ci racconta di un’opposizione balbettante, poco coesa, funzionale nella sostanza alla maggioranza, e pronta a farne parte con le prossime elezioni.
L’appello è irricevibile, dunque, prima di tutto perché viene da un professionista della politica che ha deciso di contrastare con questa candidatura un malinconico declino politico avviatosi nel 2011. Benevento ha bisogno di una nuova classe dirigente fatta di cittadini attivi prestati alla politica, competenti a innamorati veramente della propria città.
Se Mastella sta tendendo la mano al suo antico avversario, Umberto Del Basso De Caro, perché «cane non mangia cane» non fa altro che svelare quanto già si sussurra. 
E d’altronde ci si proietta anche verso la partita grossa del 2018 (che auspichiamo anticipata se il governo Renzi non dovesse superare l’esito referendario). Del Basso De Caro avrà bisogno di tutto il sostegno per essere rieletto. E in tutto questo sicuramente Fausto Pepe sta facendo il buon ufficio del frontaliere fra uno schieramento e l’altro. 
Il nemico è altrove. Il nemico è il MoVimento 5 Stelle. Lì il pericolo che il giocattolo venga tolto di mano a chi, con casacche e sotto bandiere diverse, l’ha sempre gestito. Lì il pericolo che finalmente si faccia chiarezza, seriamente, sui conti del Comune, lì il pericolo che privilegi e rendite di posizione vengano spazzati via.
Quello che sta accadendo a Benevento è il riflesso di quanto accade in Italia. Superate le distinzioni “ideologiche”, stinte addirittura le provenienze, ci sono solo due opzioni.  La “terza repubblica” si fonderà su questa contrapposizione. 



domenica 8 maggio 2016

San Cumano sono io


Il 1 maggio l’ho trascorso con mia sorella, a San Cumano. Tornano spesso Rosa e Anna, soprattutto da quando Maria, la nostra anziana tata, non è più autonoma.
La casa, che nostra madre, già malata, sognò come dimora di quattro famiglie, è il “centro” dove riusciamo a ritrovarci, loro oramai vivendo a Roma, io rimasto, con le radici sprofondate nel suolo, nella mia città d’origine.
Ci trasferimmo nel 1984 in quella casa. All’epoca non c’erano moltissime case in una piana ora prediletta dai runner o dalle famiglie che cercano aria pulita.
Dopo pranzo ho fatto due passi nel cortile. E mi sono accorto, come una folgorazione, di un anniversario imminente: davanti l’ingresso principale una mano che non saprò mai di chi sia incise rudimentalmente una data per indicare la fine di alcuni lavori che rendessero quello che era diventato un rudere almeno abitabile. Era il 15 maggio 1976.

Quello fu l’anno in cui, per la prima volta, trascorremmo l’estate in campagna. E fino all’84, con faticosissimi traslochi, alternammo inverni cittadini ed estati campestri.
Fra pochi giorni, dunque, saranno trascorsi quarant’anni da quella data incisa imperitura nel cemento.
San Cumano è  la mia dimora. Ed è lo specchio della mia anima. Sono io quella struttura chiusa eppure aperta alla vastità delle terre. Sono io il pezzo di cielo stellato che si può contemplare dal cortile. Sono io il legame misterioso fra il pozzo, le sue acque primordiali, e il crocifisso che campeggia sulla piccola chiesa oramai diroccata dove mia madre volle celebrare le nozze d’argento e mia sorella Rosa si sposò. Sono io l’antichità delle pietre romane innestate nelle pareti ma anche l’incompiutezza irrimediabile dell’insieme.
San Cumano sono io.
Solo lì mi rigenero. Non solo perché divenni ciò che sono nell’essere figlio, fratello, marito. Ma anche perché solo lì rinasco ogni estate, purificando l’anima da un eccesso di relazioni bellissime ma faticose. Lì riesco a scendere nelle profondità più recondite di me stesso, nei miei “inferi” benigni, e risalirne risanato, di nuovo fiducioso nella vita e nel potente spirito che la nutre. Se non avessi quel luogo di salute mi spegnerei giorno dopo giorno diventando un guscio vuoto e sterile.
E per questo prego che il Signore dei trapassi, quando sarà giunta la mia ora, conceda che mi colga lì: seduto su una sdraio, nel campo dove Rosaria pianta rose e lavanda, con un libro accanto, i piedi nudi sulla terra, una mano che sfiora un filo d’erba succhiandone per l’ultima volta i suoi umori vitali, guardando mia moglie e i suoi capelli bianchi mentre stende i panni. E ascoltando la musica del vento negli alberi alle mie spalle mentre la luce del sole svanisce. 

domenica 1 maggio 2016

Diario politico 20 (I quattro del'Ave Maria)


Maria Elena Boschi è stata ieri in città, contestata dai movimenti sociali, per supportare il candidato Sindaco di un anomalo centrosinistra sostenuto da abbondanti “pezzi” di destra (il caso più clamoroso è quello di Roberto Capezzone), Raffaele Del Vecchio. Ma dimenticavo che Denis Verdini è stato ricevuto dai vertici del Partito, costringendo, come è stato scritto sarcasticamente, a coprire le foto di Gramsci e Berlinguer.
La Boschi è la bellissima e potentissima (e non sappiamo quale delle due caratteristiche sia alla base del suo ruolo) ministra responsabile del DDL che modifica in maniera sostanziale la Costituzione italiana. Sulla vicenda si giocheranno le sorti politiche di Matteo Renzi e dei prossimi anni della vita politica italiana. 
La Boschi è il volto fascinoso e perfido del potere piddino nazionale.
Umberto Del Basso De Caro è il dominus del PD sannita. La sua storia politica non è precisamente lineare
Appartenente ad una delle famiglie più note e potenti della città, socialista, difensore di Bettino Craxi in Parlamento, cade con lui in un limbo da cui cerca di uscire addirittura appoggiando Berlusconi alle elezioni del 1994. Sdoganato da Massimo D’Alema in un incontro che si tenne al Teatro Calandra, ha gradualmente conquistato un partito (i DS) in cui gli ex comunisti furono marginalizzati fino all’insignificanza. Ora è il gran burattinaio che, anche in virtù dei molteplici appoggi di cui gode, decide e impone (come nella caso della candidatura di Del Vecchio, ritenuta da molti debole e mal digerita). “Il Fatto” gli dedica periodiche attenzioni come quella di ieri

Celeberrime le intercettazioni in cui si vantava di essere un «demonio». 

Del Basso De Caro è il volto tronfio e sprezzante del potere piddino nazionale e locale.
Stefano Graziano è consigliere regionale del PD, Presidente regionale del Partito dal 2014. Da pochi giorni è stata resta nota  l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo le accuse Graziano sarebbe il punto di riferimento politico ed amministrativo del clan Zagaria. 
Graziano è il "lato oscuro" del PD meridionale e nazionale.
Carmine Valentino è il Sindaco di Sant’Agata dei Goti, il più bel paese del Sannio. È anche il Segretario provinciale del PD. Esteticamente appare l’esatto contraltare della Boschi. Come i potenti medievali deve ritenere che la corpulenza sia il segno esteriore del potere. Alcuni giorni fa, dopo aver mandato un’ispezione della polizia municipale, ha comunicato alla Biblioteca "Michele Melenzio" lo “sfratto”. Un gioiellino che conserva 15.000 volumi viene fatto chiudere per un “capriccio” o una vendetta, dovuta alle critiche che il Direttore della Biblioteca, Giancristiano Desiderio, muove, da uomo libero, al Sindaco della sua città.
Valentino è il volto arrogante del potere piddino locale.


Quatto volti che si intrecciano nelle nostre elezioni beneventane: quattro volti che fanno paura per motivi diversi. Parole come riforma della Costituzione, massoneria, camorra, repressione del pensiero libero si mescolano confusamente

A ciascuno di loro mi oppongo e mi opporrò con tutti gli strumenti politici a mia disposizione. 

Quando si ricostruirà la storia del Sannio di questi anni nessuno potrà dirmi complice.