Un cane leggendario per noi, Mowgli. Mio padre e mio zio Franco, bellissimi nella loro gioventù meridiana, probabilmente sulle spiagge di Trapani. Come sarei felice, oggi, di poter ascoltare i racconti di queste persone, e trascriverli per perpetuarli. Come vorrei che quel cane meraviglioso balzasse dalla foto in bianco e nero...
lunedì 19 marzo 2012
padre [AUTOBIOGRAFIA]
Un cane leggendario per noi, Mowgli. Mio padre e mio zio Franco, bellissimi nella loro gioventù meridiana, probabilmente sulle spiagge di Trapani. Come sarei felice, oggi, di poter ascoltare i racconti di queste persone, e trascriverli per perpetuarli. Come vorrei che quel cane meraviglioso balzasse dalla foto in bianco e nero...
giovedì 15 marzo 2012
scripturae [AUTOBIOGRAFIA]

Heidegger e il nazismo [φιλοσοφία]

mercoledì 14 marzo 2012
Eraclito [φιλοσοφία]


domenica 11 marzo 2012
denaro [AUTOBIOGRAFIA]

Nella
mia vita, il rapporto col denaro è
cambiato in maniera radicale, pur conservando una sorta di nocciolo identico.
Sono cresciuto in una famiglia ricca.
Mio padre era un imprenditore di
successo. Ne ho scritto altrove. Ne scriverò ancora. In fondo, non facciamo
che riscrivere la nostra storia in relazione ai padri e alle madri,
onnipresenti. Nella prima parte della mia vita, dunque, il rapporto col denaro
è stato scandito dalle fasi dell’attività imprenditoriale paterna.
[Quando
rimettevo a posto la stanza di mamma, dopo la sua scomparsa, a San Cumano – era
il 1990 -, alla ricerca di tracce significative, trovai un biglietto in cui
mamma dava indicazioni a noi tre figli, me e le mie due sorelle, su come
risparmiare in un momento di crisi dell’azienda di papà. Doveva risalire
all’incirca al 1980. A me scriveva di non spendere troppo per i miei
fumetti. ]
Quando
mi trasferii a Roma per l’università, ricordo che portavo sempre parecchi soldi
con me. Io non ero in grado di notarlo, per me era un dato “naturale”. Per
fortuna incontrai Tullio [Calzone], che viveva alla Casa dello studente. Ora è un affermato giornalista. Ma lui era il
mio grillo parlante. Grazie al suo
sarcasmo o alle sue prediche, divenni consapevole. Può sembrare banale, ma “tradire” la propria classe, come avrei
fatto in seguito, richiede una vero e proprio ribaltamento di prospettiva, che
può verificarsi solo grazie ad uno sguardo “altro”. Altrimenti alcune cose
sembrano naturali. Grazie a Tullio, dunque, iniziai a percepire come “colpa” la
mia appartenenza di classe. Iniziai a ripensare alle differenze radicali fra la
mia vita e quella, ad esempio, del mio compagno di giochi d’infanzia, in
campagna, che viveva in una casa senza bagno, con la stalla attaccata alla
stanza da pranzo… Ho avuto tanti maestri nella mia vita, cui sono riconoscente.
Tullio, anche se non lo sa, è stato tra questi. È stato il mio sguardo “altro”
sulla vita di ricco borghese, uno sguardo, però, a differenza di quello muto
del compagno di giochi d’infanzia, loquace, “giudicante”. Dalla sua vicenda di
“paesanotto” in cerca di riscatto (poi ampiamente raggiunto), venivo inchiodato
alla mia “colpa” d’essere ricco, di non dover preoccuparmi per il mio futuro,
di non dover mai chiedermi se qualcosa la potessi comprare oppure no.
Nel
1991 mi sono laureato. Iniziò una drôle de guerre, in cui nulla
sembrava accadere. Poi iniziai a lavorare in improbabili scuole private. Ma lo
facevo quasi come passatempo. Avevo la garanzia, pur scomparsa mia madre, che
nostro padre avrebbe provveduto a me fino a quando fossi diventato autonomo del
tutto (le mie sorelle già lavoravano a Roma da tempo). E, per motivi che forse
un giorno vorrò ripensare, decisi anche di sposarmi. Era il 1994. Pochi mesi
dopo, mio padre fallì. Una
catastrofe. In quel momento mi sentii, probabilmente, come i russi a
Stalingrado… Ero solo. Non c’era più alcuna rete a proteggermi. Il lavoro era
una cosa seria, non più un passatempo. Bisognava tirare la cinghia. Ricordo in
maniera vivida la sofferenza che provavo nel non poter comprare alcuni libri.
Ricordo tempi di lavoro matto e
disperatissimo, tra lezioni a domicilio, scritture di tesi, scuole private,
addirittura per alcuni mesi la direzione di una pagina culturale di un
quotidiano napoletano… E, poi, improvvisamente, oramai quasi inattesa, la vittoria del concorso, l’immissione in
ruolo, i millequattrocento euro assicurati sul conto postale… Un’altra vita.
Ho
conservato, però, una certa parsimonia
appresa negli anni del nostro scontento, negli anni in cui guardavo i libri
con desiderio. Ogni volta che compro un bene “voluttuario”, ad esempio le
scarpe da calcio, sento ritornare un po’ di colpa, ma nello stesso tempo, a
contraddire quel sentimento, l’orgoglio di chi ha saputo divenire adulto. La
vita è stata prodiga d’insegnamenti con me. Ero il figlio viziato di una borghesia ricca. Ho attraversato una
terra desolata in cui ciò che avevo imparato all’università poteva essere
comprato a poco prezzo e messo al servizio di quei ragazzi a cui ero stato
identico nella mia adolescenza. Non l’ho vissuto come umiliazione, ma come giusto contrappasso. La mia vita è
ricolma di “catastrofi pedagogiche”
(Latouche). Essere adulti significa, in fondo, sapere che nessuno ci metterà
una pezza se non ti muovi, sapere che sei “responsabile”. Ora vivo del mio
stipendio, spesso arrivo al 20 del mese con cinquanta euro sul conto. Ne sono
felice. E ringrazio il Signore perché, tradendo la mia classe e non provando
alcun rimpianto per la Fagianella e per le settimane bianche, per le macchine
di grossa cilindrata e i vestiti di marca, ho trovato la mia dimensione. E,
quindi, sarò perdonato se, facendo una follia, ho preso a rate l’opera di
Nietzsche dell’Adelphi, due paia di scarpini di calcetto, il megafono da
prestare agli alunni per le manifestazioni, la pizza il venerdì sera,
l’abbonamento Sky per vedere l’Inter.
sabato 10 marzo 2012
fumetti

domenica 4 marzo 2012
giannoniani
venerdì 2 marzo 2012
Pasolini
In bici, dal Rione Libertà a Piazza Risorgimento. Un percorso, certo, pieno di promesse,
che ben s’addice al mio bisogno d’aurora,
di nuovi inizi. Sul Corso sciamavano
i ragazzi, elettrizzati per l’ora
inattesa d’aria. Assemblea sindacale,
parola triste, grigia, burocratica…
Lì ho parlato ai compagni (emoziona
ancora dirla questa parola fragrante).
D’Atene, dove il capitale cancella
democrazia e poesia in nome dei suoi idoli.
Della furia del denaro che devasta il mondo.
Di loro, cui la cecità dei padri nega speranza.
E poi di nuovo a casa, passando dal Corso,
e di nuovo quei volti immersi nella primavera
mai così attesa. Immemori e senza domani.
Gaia, Vittorio… Nomi presagio?
Che a voi tocchi l’arduo compito
d’un’ilare trionfo sull’orrore economico.
Siate la carne viva delle mie parole.

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