mercoledì 29 febbraio 2012

29 febbraio [inimicus Plato...]

Ieri pomeriggio riunione organizzativa in vista dell’impegno di domani con i Giannoniani, in cui, sinteticamente, illustrerò l’importanza di categorie di pensiero classiche per la politica novecentesca e contemporanea. Poi, saltando il primo incontro organizzativo di un gruppo di appassionati di fumetti, e arrivando comunque tardi, ho partecipato, nella bella e accogliente libreria di Yuri e Elisabetta, al primo incontro di Paradoxa, organizzata dallo stesso Yuri e da Guido, brillante neolaureato in filosofia.
L’incontro di ieri era dedicato a Platone. Peccato non poter discutere delle tante questioni emerse. Per ironia della sorte, proprio stamattina avevo la verifica su Platone nella mia III di quest’anno, impostata, su due file, con dieci domande a risposta aperta, molto fedeli alla scansione del manuale (il classico Abbagnano-Fornero, già trovato in uso, che è quello che anch’io ho più spesso utilizzato in undici anni di insegnamento).

[Nel 1999 furono banditi i concorsi a cattedra. Io avevo studiato per insegnare italiano e latino, ma il folle sogno maturato nel corso degli anni era quello di insegnare filosofia, passione matura, nata dopo l’università. Mi immersi nello studio di tutte le discipline richieste: italiano, latino, storia, filosofia, geografia. Con ritmi talvolta non sostenibili dal mio organismo. Ricordo risvegli alle quattro del mattino e conati di vomito per le cinque ore di sonno, mentre ripetevo l’Eneide. Per la filosofia decisi di leggere molti classici, ben oltre i dieci da presentare alla commissione esaminatrice. Lessi molto Platone. Il tema di concorso che affrontai richiedeva una ricostruzione del pensiero platonico con riferimenti testuali ai Dialoghi. Debbo, dunque, a Platone il mio lavoro… Amicus Plato].

Chiunque abbia la pazienza di leggere le mie cose saprà che i cardini della mia formazione filosofica da autodidatta sono Nietzsche e Heidegger. È inevitabile, dunque, che questi due autori mi abbiano trasmesso una visione molto negativa del platonismo e del suo ruolo nella cultura occidentale. Suscitando l’ira del mio caro amico Amerigo, ho definito Platone una “iattura”. So bene che l’ateniese non sia lascia facilmente inquadrare. Esistono molti Platone, al punto da rendere ardua, come ieri è stato giustamente detto, una ricostruzione sistematica del suo pensiero. Semplifico: amo il Platone “minor”, quello del Simposio, del Fedro. Amo alcune intuizioni del Timeo. Detesto e considero pericoloso il Platone “maior”: quella della Repubblica, per intenderci, il filosofo delle idee, del dualismo, il discepolo/traditore di Socrate e della problematicità del suo insegnamento, il Platone dogmatico, il teorico della politeia divisa in caste rigide. Inimicus Plato. Il platonismo continua ad avere una pervasiva presenza nella cultura occidentale. La iattura più grande è che si affermasse con lui il paradigma secondo cui debbono essere i “capaci”, i detentori di un sapere politico, a guidare la polis, a danno della straordinaria avventura politica dell’Atene periclea, che avrebbe potuto preludere, se divenuta paradigma dominante, alla democrazia diretta e partecipata, come teorizzata e auspicata da Hannah Arendt, che non a caso vede in Platone il “nemico” da abbattere per rifondare la teoria politica. Soprattutto va portato avanti il progetto heidegerriano di un superamento della “metafisica” occidentale, che parte da Platone e si compie nel binomio Marx-Nietzsche, per inviarsi nel dominio tecnoscientifico del mondo. Platone ha decreato, infatti, la vittoria del pitagorismo nella cultura occidentale, oscurando quello che probabilmente è il pensiero più potente e rivoluzionario mai pensato in Occidente, come ben sapeva René Char: quello di Eraclito l’Oscuro. La “struttura” del mondo, il logos, è mutevole come il fuoco: contro l’illusione (Nietzsche direbbe la menzogna) che esso sia cosmos, armonia, matematica, misura.
La salute, contro Platone, è un equilibrio dinamico. Il mondo, l’uomo, la società umana non si lasciano ingabbiare nella loro complessità. Alla fine della metafisica, dunque, come auspicava Heidegger, è necessario un altro cominciamento .

lunedì 27 febbraio 2012

27 febbraio [o capitano, mio capitano]

Mi ero ripromesso qualche giorno fa di parlare dell’Inter. È giunto il momento di farlo ancora, dunque, su queste pagine. Ne scrissi a pochi giorni da quella che sarebbe stata l’apoteosi di anni fantastici, la vittoria di Madrid: era un elogio di Mourinho, che non posso non rileggere con rimpianto. Scrivevo alla fine: «Ci mancherà, mi mancherà». Ne avevo scritto nel 2008 in occasione dello scudetto. Antonio commentò: «di sinistra ed interista: nato per soffrire». Ovviamente rinvio ad entrambi i brevi scritti, per evitare di riscrivere le premesse che vi faccio e ricostruire la mia storia di interista.
Ora vorrei concentrarmi, invece, sull’interismo “perdente” e sulla sua straordinaria valenza filosofico-spirituale. Infatti, quando ne ho scritto l’Inter era nella sua fase ascendente, che ne ha fatto una squadra memorabile per ferocia agonistica e dinamismo in campo, virtù capaci di nascondere limiti tecnici di alcuni giocatori (se confrontati, ad esempio, ai raffinati palleggiatori del Barcellona). L’Inter di Mou (in buona parte, però, costruita da Mancini), ha scritto qualcuno, ha avuto la bellezza del diamante. Ora, invece, bisogna scrivere quando questo organismo bellissimo, che è nato idealmente con l’arrivo di Zanetti all’Inter nel 1995, è divenuto adulto tra il 2004 e il 2008, pienamente maturo nel biennio mourinhano, sta morendo. «Non è nel mondo cosa alcuna eterna» scrive Machiavelli. Dunque, era inevitabile che questo organismo potente conoscesse la vecchiaia. Nessuno si aspettava, probabilmente, che fosse un processo di senescenza così rapido. Non mi interessa analizzare qui gli errori societari (delle stesse persone che hanno fatto della squadra l’unica italiana a vincere il triplete), tanto meno dei giocatori (anche se fa tristezza vedere gli eroi di Madrid irrisi dagli stessi tifosi nei siti dedicati). Anzi, voglio alzarmi in piedi idealmente e dire a Javier Zanetti, simbolo dell’intera Inter: «O capitano, mio capitano». Con tutta la serietà che ha la fine di una storia grande, voglio celebrare, pur nello scoramento del tifoso deluso, e ringraziare questi uomini che, indossando una maglia che al solo vederla mi viene ancor oggi, a quarantacinque anni, la pelle d’oca, mi hanno regalato emozioni straordinarie, ripagando con gli interessi tutte le delusioni patite nei lunghi anni in cui eravamo irrisi, compatiti, dileggiati. Grazie, capitano, grazie a tutti voi i cui nomi non scriverò. Gli esangui fantasmi che in questi mesi si affannano vanamente a San Siro e sui campi d’Italia, con gli stessi nomi e la stessa maglia, non possono cancellare la grandezza che fu…
E noi, noi tifosi cosa possiamo o dobbiamo fare? Io credo che sia necessario attingere a quello straordinario patrimonio di sopportazione quasi ascetica, di elaborazione della sconfitta, elaborato tra il 1989 e il 2006. Ai più giovani tifosi, infatti, ricordo come i “cicli” dell’Inter siano molto distanziati e di breve durata: «La fiamma che splende con il doppio della forza dura la metà del tempo» (Blade Runner). La nostra è stata sfolgorante. Madrid non era un inizio, era una fine. E nessuno di noi volle capirlo. Dunque, ci attende per un tempo realisticamente lungo il duro lavoro della sopportazione, l’esercizio spirituale di fare buon viso a cattivo gioco (sperando che il gioco non ridiventi corrotto, come tra gli anni Novanta e gli anni Zero) o quello arduo del sarcasmo esercitato su di sé (è il mio esercizio preferito per evitare la depressione). Rispetto al precedente interismo perdente, però, abbiamo una risorsa nuova e preziosa: l’unicità dei trionfi interisti (la qualità assoluta del triplete contro la quantità dei trofei di Milan e Juve) e il vanto di essere l’unica squadra italiana a non essere mai andata nella serie minore. Personalmente, dopo le amare sconfitte di questi mesi (una via Crucis davvero dolorosa), e dico Novara, Roma, Bologna, Napoli, accendo il multimedia e rivedo Inter-Barcellona o Bayern-Inter, e, potete non crederci perché sono grande e grosso, mi commuovo fino alle lacrime.
Gli inni calcistici sono quasi sempre osceni. Quello dell’Inter, però, ha colto l’essenza della squadra: la “pazzia”, il furor, che l’ha resa quasi invincibile per pochi anni e ora fragilissima. Anche per questo la amiamo. Non ambiamo alla quieta tranquillità dei predestinati. Le «discese ardite e le risalite» sono il nostro destino. È bene, lo dico agli amici più giovani, accettarlo come dato genetico dell’interismo. Per evitare isterismi.
Infine, voglio dedicare a chi ha reso questi cinque anni così intensi i versi di un grande poeta, con ammirazione e riconoscenza imperitura:

Sebbene molto è preso, molto rimane; e sebbene
Adesso non abbiamo quella forza che nei vecchi giorni
Muoveva terra e cielo, ciò che siamo, siamo;
Temperamento di cuori eroici,
Resi deboli dal tempo e dal destino, ma forti nella volontà
Di lottare, di cercare, di trovare, e di non cedere
.

domenica 26 febbraio 2012

26 febbraio [comunismo]

Tra i tanti progetti di scrittura langue, nei file del pc, un Dizionario. Ne ho appuntato solo alcune voci: Amore, Berlusconi, Comunismo, Dio, Ecologia, Filosofia, Gesù, Heidegger, Illich, Madre, Padre, Rivoluzione, Scuola, Vegetarianesimo. Mancavano già tante lettere nel progetto, mai ho provato a scriverle quelle voci, anche se su di esse ho scritto incessantemente. Oggi ho intrecciato diverse discussioni su Facebook, mescolando i livelli: dal calcio alla medicina occidentale. La più complessa ha riguardato il senso di partiti e la ragion d’essere della c.d. sinistra. Premesso che in questa fase “tecnica” seguo pochissimo, tra disillusione e attesa, parlando con una persona intelligente, cresciuta nel PCI e poi nelle sue filiazioni, abbiamo dissentito sul rapporto tra teoria e prassi, rivendicando lui una pratica politica che si ponga i problemi della trasformazione nella concreta realtà del presente, io la necessità di una “teoria” che sia nuovo fondamento ad un agire politico. Citavo l’aurea epigrafe de L’uomo è antiquato, testo cardinale della mia formazione:

«Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E in larga misura questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi» (Günther Anders, Il mondo è antiquato, Bollati Boringhieri, 1992, p. VII).

La discussione sta continuando, ovviamente. Ma mi interessava, invece, in questo momento di raccoglimento serale, mettere insieme un po’ di elementi della riflessione svolta in questi anni, grazie anche ai colloqui in rete con molti amici, e avviare la scrittura della voce “Comunismo” del mio Dizionario, destinato inevitabilmente a rimanere incompiuto.
Presso molti studenti gira voce che io sia “comunista”. Il che, da un certo punto di vista, è assolutamente vero. A patto che “comunismo” non indichi una dottrina organica, ma l’anelito alla giustizia sociale e la volontà di superare l’assetto capitalistico assunto dall’economia planetaria nell’era dell’occidentalizzazione del mondo. Dunque, in primis, non sono marxista, sebbene riconosca a Marx immensi meriti, per i quali bisogna continuare a confrontarsi con la sua opera. E non sono marxista perché Marx è tutto dentro la “metafisica” occidentale come progressivo dispiegamento della “volontà di potenza” che ha portato l’uomo a dominare, spietatamente, la totalità dell’ente mondano, è tutto dentro la follia prometeica (Prometeo era il suo mito prediletto) che ha spinto a violare ogni limite, fino alla distruzione dell’umano. Inoltre, a mio avviso, Marx fu rovinato dall’incontro con la filosofia hegeliana, che lo spinse a fondare una “filosofia della storia”, con apocalipsis finale: la ricostituzione della natura umana nella società comunista. Considero Marx parte importante, decisiva ma non ultimativa, di una storia che lo precede e che lo può seguire, e i cui semi vanno cercati molto indietro nel tempo (per quanto mi riguarda nella predicazione di Thomas Müntzer, il riformatore prima amico e poi avversario di Lutero, cui Ernst Bloch ha dedicato un libro memorabile e che si incontra anche in Q di Luther Blisset). Ma un comunismo all’altezza del nostro tempo su cosa si può fondare? Guardo con molta attenzione all’elaborazione che da anni va facendo Toni Negri, insieme a Michael Hardt. Lo considero l’ambizioso tentativo di riscrivere Marx coniugandolo alle scoperte di Foucault sulla biopolitca e il biopotere. Pur condividendo molte delle analisi negriane (soprattutto sul conflitto e la resistenza come vero motore della storia), c’è un’antropologia “materialistica” che mi ripugna, così come una “mistica” della violenza, che mi pare retaggio di un’altra epoca storico-politica. A differenza di Marx e di Negri, sono convinto che l’assetto politico ed economico (l’Impero, il Capitalismo) non creino dialetticamente le premesse per il loro superamento. Questo mi sembra l’influsso più pernicioso di una visione “necessitarista” della storia, che mortifica la libertà dell’uomo. La storia, mi ha insegnato Edgar Morin, è assolutamente imprevedibile: anzi, l’unica cosa che si può prevedere è che non si può prevedere. Non ha senso cercarne presunte “leggi” o direzioni obbligate. Il superamento dello stato di cose presente è frutto del libero agire dell’uomo, che deve avere un fondamento morale. Deve essere l’orrore per l’ingiustizia a spingere gli uomini a trasformare la realtà. Il “mondo nuovo” dovrebbe realizzare, però, quanto Marx scriveva: «Ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni», riconducendo l’economia al rango che le pertiene, elemento importante ma non decisivo della vita di una comunità, subordinato ad altre istanze, in primis al legame sociale. E qui, credo, che dovrebbe avvenire l’altro passaggio paradigmatico (soprattutto rispetto alle derive “liberal-liberiste” di molti ex compagni, tra cui il mio interlocutore): bisogna superare la visione dell’uomo come “individuo” o “persona” (lo so, non è la stessa cosa, ma qui può bastare). Il grande pensiero (soprattutto ebraico: Buber, Lévinas) del Novecento ci ha dato un nuovo paradigma “relazionale” che deve essere il fondamento di una nuova politica. Infine, tutto questo ha senso solo se il “comunismo” che verrà, realizzando l’utopia concreta della “decrescita conviviale” (auspicata prima da Illich poi da Latouche), porterà ad una nuova modalità di relazione con la Terra e il Cosmo, che abbia a fondamento non tanto e non solo una motivazione “eco-logica”, ma anche spirituale: una spiritualità, però, planetaria e, dunque, necessariamente meticcia, ma consapevole della “sacralità” della Terra-Patria. Questa modalità nuova potrà essere solo il frutto di un “ascolto” e di uno “sguardo” poetico sul reale, capace di cogliere la totalità degli enti non come “a disposizione” dell’uomo ma come dono della cui tutela l’uomo – creatura e non demiurgo o, tanto meno, creatore - è co-responsabile.
In attesa di una sintesi, dunque, la politica odierna si corrompe: non solo nel senso dell’appropriazione della ricchezza pubblica a fini privati ma proprio nel senso organico. Essa va in putrefazione, a destra come a sinistra, priva di memoria e di speranza, sradicante e disperante:

«Natività, guida i non sottomessi, affinché scoprano la loro base; la mandorla degna di fede dell’indomani nuovo» (René Char)

25 febbraio [redde rationem]

Da un Diario del 2006:

«Decisione di staccare l’antenna appena Caterina cresce.
Non farla diventare una “consumatrice”.
Banco di prova.
Scrivere con lentezza, mangiare con lentezza, pensare.
Mia voracità, mia paura del vuoto, della fame.
Il deserto, la purificazione del pensiero e delle viscere.
Paura del vuoto.
Riempire l’interstizio tra… una morte e l’altra?
Abitare con fedeltà il presente.
Essere sempre qui.
Mettersi in ascolto, fare silenzio, immergendosi nell’azione di padre, marito, insegnante e poeta».

L’antenna non l’ho staccata. Anzi: per “reggere” la mia amorosa “cattività” paterna, ho fatto l’abbonamento a Sky. E Caterina è cresciuta con i canali dedicati. Meno pervasivi dal punto di vista pubblicitari, ma “me lo compri, papà” è litania quotidiana. Quindi sul primo punto (che era molto influenzato dal modello di Marco Guzzi, il quale una volta mi disse che i suoi figli erano cresciuti senza televisore) una Caporetto.
Ieri sera Caterina - per il suo compleanno - ha ricevuto una carrozza di Barbie e una vasca di Barbie, che vanno ad occupare i lembi residui della sua stanza dei giochi, accanto alla casa di Barbie, il castello di Barbie, un’altra carrozza di Barbie, la macchina di Barbie. Cui si accompagnano, ovviamente, all’incirca sessanta Barbie di ogni foggia e colore della pelle. Anche il secondo proponimento, vergato con lettere tornite su un quaderno Moleskine senza righi, si è andato a fare benedire. Se erano un banco di prova, sono stato sonoramente bocciato.
Sul terzo punto, devo dire onestamente, non nell’immediato ma anni dopo, sono riuscito, per paura più che altro, nell’impresa di revisionare il mio rapporto col cibo. L’insorgere del diabete alimentare e una serie di disagi fisici diffusi mi hanno spinto ad una dieta ferrea: sono sceso prima da 104 chili a 93, e poi, quest’inverno, a 86. Ma tutto questo non è accaduto in un clima “lustrale”, quello che dalla mia adolescenza associo a eventi del genere. Come dire: anche una delle mie vittorie più grandi (non ero al di sotto di “quota Novanta” dagli anni Ottanta!) non ha modificato la “struttura” profonda del mio modo d’essere, ha continuato a convivere con altri aspetti “umidi” della mia vita interiore ed esteriore. Insomma, nessuna santità (ho sempre aspirato, sin dalla mia adolescenza, ad una santità “ascetica”: di qui l’amore, ad esempio, per alcuni racconti di Hesse o per l'icona di San Girolamo). Non so se sono, dunque, riuscito ad “abitare il presente”. Ho avuto tante “uscite di sicurezze” in questi anni, quando il mio “mandato” paterno diventava troppo gravoso, quello maritale insopportabile. Sono fuggito nel passato, nelle mie vite anteriori, nel futuro, tra mille braccia ricostruite in sogni sempre uguali eppure caleidoscopici, sui campi di calcio. Non sono stato fedele, insomma, al mio nunc.
Soprattutto non sono quasi mai stato in ascolto (poetico). Associo questi anni ad un indistinto brusio di fondo. Forse solo a San Cumano, ma sempre in fuga da qualcuno o qualcosa, sotto un manto di stelle, quel brusio è cessato per un istante. E in qualche alba surreale strappata al sonno.
Quel frammento si chiudeva con un auspicio apparentemente ossimorico: fare silenzio, immergendosi nell’azione. In realtà, chiunque approfondisca la storia della grande mistica, anche occidentale, scoprirà come il vero mistico è colui che, vivendo immerso in Dio, riesce, appunto ad abitare il presente, ovunque egli sia e qualunque cosa egli faccia (Nietzsche voleva rielaborare questa modalità d’esistenza senza Dio). Basti leggere Meister Eckhart. Ho fallito, indubitabilmente. Ed è bene aver lasciato cippi lungo il percorso per misurare lo scacco.
Forse solo come insegnante la mia “tendenziale caduta” verso la prosa ha giovato. Mi ha reso meno assolutista degli inizi, più capace di discernimento… Ma su questo potrebbero pronunziarsi solo i miei alunni...
Infine, se la poesia è uno “sguardo” o un “ascolto”, e non una tecnica, ebbene, indubitabilmente, io non sono stato poeta, malgrado tutti gli sforzi fatti. Non casualmente le mie scritture poetiche si sono diradate nel corso di questi anni… Fino al quasi assoluto silenzio, ma, ahimè un silenzio gravido di nulla… Non quello che auspicava Rilke nelle lettere che scriveva ad un giovane poeta.
È un male? È un bene? Torno, per rispondermi, ad uno scrittore che ha illuminato per la prima volta il mio sguardo sul mondo:

«Ogni volta a questa morte segue la rinascita, ogni volta torna a toccarmi la grazia, e il dolore e lo smarrimento non sono più un gran male, gli sviamenti sono stati un bene, le sconfitte sono state una benedizione, perché mi hanno rigettato fra le braccia della madre, mi hanno reso di nuovo possibile l’esperienza della grazia» (Hermann Hesse, Una cura termale).

venerdì 24 febbraio 2012

24 febbraio [prosa e poesia dei giorni]

Come la corsa mattutina, l’appuntamento con la pagina bianca virtuale sta diventando una sana disciplina quotidiana. Con una differenza radicale e problematica: il percorso podistico è predefinito, al limite con una variante. Non so, invece, cosa scriverò ogni giorno. «Nulla dies sine linea». Dunque, mi arrovello. Che cosa è accaduto oggi che ha sollecitato la mia riflessione, turbato il mio cuore e che possa superare la censura che lo renda leggibile? E se questo fosse semplicemente un giorno inutile, come tanti altri, in cui il “sopravvivere” diventa preminente rispetto al “vivere”? E sarebbe possibile rendere la propria vita “fiamma”, fare di «ogni attimo l’inizio dell’essere», come reclamava quel Friedrich Nietzsche che proprio in questi giorni spiego ai ragazzi accalorandomi come non mai? Eppure, anche in questo giorno ordinario, ci sono state piccole epifanie. Sono esse che donano senso a questo giorno? O, al contrario, è la prosa del “sopravvivere” nelle piccole incombenze quotidiane? Se staserà, prima di addormentarmi, ripenserò a questo giorno, lo scorrerò come suggeriscono i maestri spirituali, cosa mi porterò nell’antro dello notte? La corsa, la prima di quest’anno, dopo la scuola, tra gli alberi pure offesi dal gelo e dalla neve, a San Cumano, in un annuncio speranzoso di primavera. Dopo mattine gelide, finalmente un sole che risvegliava tutti i sensi.

[Ieri parlavo con Michele di Bonhoeffer. Desta sempre stupore in me che un seme fiorisca. È paradossale: credo che l’unico senso delle nostre vite sia seminare, ma quando vedo la fioritura, ho sempre l’impressione di un piccolo miracolo. Michele mi diceva che la lettura di Resistenza e resa era stata una folgorazione. È che lì pulsa una vita priva di tutte le barriere che erigiamo a difesa, anche le più nobili. In quelle lettere tutto è essenziale, ogni parola sembra sgorgare dalla “nuda vita” per la vita. Nella lettera del 30 giugno 1944, Dietrich scrive all’amico Eberhard, con la Wermacht in Italia, che vorrebbe anche lui sentire il sole ardere sulla pelle: «vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale, non quell’animalità che sminuisce l’esser uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di un’esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e felice»].

E poi passeggiare con Caterina sul Corso. Le ho stretto la mano per tutto il tempo: sentivo con orgoglio e tenerezza la sua fiducia in quel gesto ricambiato. Ci sono dei momenti in cui glie la stringo forte, perché, come in un lampo, immagino un incidente che le possa capitare o ripenso a eventi luttuosi, a madri che sono morte con i propri bambini, e sento una stretta al cuore che diventa impulso a stringere la sua mano così forte da fonderla alla mia. Oggi, come spesso accade, tutto questo passava tra cuore e mente, mentre passeggiavamo sul corso. Ci siamo fermati ad ascoltare un’artista di strada, un arpista, che ha iniziato, per noi, a suonare una canzone che è stata spesso preludio al sonno di Caterina, anche con la mia voce sgraziata, che però lei ricorderà per sempre con tenerezza e affetto:

I hear babies cry... I watch them grow
They’ll learn much more...than I’ll never know
And I think to myself ...what a wonderful world…


In fondo, mi dico, ogni giorno ha la sua pena ma anche i suoi doni, che spesso ci scivolano addosso, senza che neanche ne riusciamo a cogliere l’essenza segreta. In fondo, mi dico, non debbo far altro che trasmettere a mia figlia, nella prosa del giorno, il messaggio prezioso che mi fu affidato da mia madre: che, malgrado la sofferenza e il caos, la vita può essere meravigliosa, se sappiamo ancora guardare un albero spezzato e pregare perché rinasca, stringere mani con forza e tenerezza, fermarci ad ascoltare uno sconosciuto arpista e sorridergli con riconoscenza.

giovedì 23 febbraio 2012

23 febbraio [de amicitia]

Il mio amico Luca ha postato un commento in una di queste pagine. Ricordava delle riflessioni di tanti anni fa sulla neve. Che ricordavo anch’io. Invidiavo alla sua scrittura l’elegia dolente, che mi era preclusa nei nostri primi impetuosi e appassionati tentativi. Ma non era a questo che pensavo oggi… Ci sentiamo nel corso dell’anno. E riusciamo a vederci almeno due volte, se va bene una terza. Luca si è stabilito a Potenza per insegnare. Lasciandomi scosso, vedendolo single destinato a vagare nel mondo come l’ebreo errante, si è sposato, ha fatto tre figli, dedicandosi esclusivamente alla loro cura e al suo lavoro di insegnante. Mi sono sempre sentito un po’ defraudato. Ho perso il mio amico più caro. Certo, ci sentiamo, ci vediamo, ci scriviamo. Ma non è la stessa cosa. Luca è stato la mia “metà” negli anni decisivi della mia vita, quelli in cui mi sono formato. Abbiamo condiviso, credo, tutto. Quando stavo per “mettermi” con Rosaria, sentii il bisogno di raggiungerlo per parlargli della cosa. Abbiamo iniziato a scrivere insieme, a leggere insieme (io scoprii Hesse, lui Pavese). Solo per un caso disgraziato non abbiamo potuto fare l’università insieme (io a Roma, lui a Napoli). Luca era di casa da noi. Trascorrevamo intere giornate insieme. Occupavamo il tempo in maniera meravigliosa: giocavamo a pallone sotto casa mia (in una via in cui ora le macchine costituiscono una fila senza soluzione di continuità), ci sfidavamo a Subbuteo, gareggiavamo con una memorabile pista di macchine da corsa. Dopo gli anni universitari, vivemmo insieme la (per noi) vertiginosa avventura intellettuale de «la rosa necessaria», condividendo la medesima idea di un’arte impegnata (sebbene io all’epoca fossi sotto l’influsso potente di Fortini e lui amasse ancora Pavese e Pasolini). È stato confidente, spalla su cui piangere, braccio operativo di molte intuizioni.

[Luca e G. Amor sine modo. Absolutus: dalle convenzioni sociali, dal passato, dal futuro, soprattutto. Contra spem. Entrambi abbiamo, dunque, attraversato, in forma diversa, la morte, uscendone trasformati per sempre.]

La vita mi ha donato tanti amici cari: Enrico, Tullio, Stefano… Tutti amici de lonh. Ma Luca, con cui ci siamo tirati insieme dalle elementari, riscoprendoci dopo la parentesi delle medie, è “l’amico”. Per questo la sua lontananza ancora oggi mi irrita come una frode subita dalla vita, e non meritata. Perché so che, se lui fosse qui, anche i giorni più amari potrebbero stemperarsi in un racconto. Mentre i nostri figli giocano insieme, potremmo chiacchierare del più e del meno, dai massimi sistemi alle piccole incombenze della nostra prosa quotidiana. Soprattutto potremmo insegnare insieme e continuare a fare progetti di riviste o di associazioni culturali. E, invece, il destino cinico e baro ha deciso altrimenti. Aristotele scrive nell’Etica Nicomachea: «Bisogna, poi, anche fare l’esperienza di una consuetudine di vita in comune, il che è difficilissimo». La lontananza è come il vento… Il posto che Luca occupava non è stato preso da nessuno. È rimasto vuoto. E, poiché non c’è più questa consuetudine di vita in comune, non ho più la spalla su cui piangere, il compagno di avventure intellettuali, il fidato consigliere nelle scelte importanti. Orfano precocemente di madre, simbolicamente ben presto anche di padre, senza più l’amico che pianse mia madre quanto me, vegliandola nel giardino del Gemelli… Lo scrivo con un sorriso apparentemente stonato rispetto alla gravitas di ciò che evoco. Perché dovrei vedere, come sempre, il lato “meraviglioso” di quanto ho avuto in dono: mia madre c’è stata, e vive non solo nel mio ricordo e in quello di tanti altri, ma soprattutto nel mio agire (e veglia come una presenza benigna). Ho avuto un’amicizia “assoluta” (sfidando, come spesso ci capita, gli dei, volemmo scrivere su una nostra foto insieme: «Due per l’eternità»), che non tutti sperimentano. E, malgrado la lontananza, so che, quando, inevitabilmente, mi capiterà il mio “giorno di dolore”, Luca ci sarà.
Sarebbe stato bello invecchiare insieme. Questo il mio unico rammarico. E vedere insieme crescere i nostri figli, la nostra promessa d’eternità.
Me ama. Vale.

mercoledì 22 febbraio 2012

22 febbraio [è uno di quei giorni...]

«Ci vuole un’altra vita», cantava Battiato in una bella canzone di oramai tanti anni fa. Ho sempre pensato che quella “uscita di sicurezza” fosse a mia disposizione nei momenti di disperazione, nei momenti in cui in mio inguaribile ottimismo quotidiano, che ho tradotto in una “filosofia della speranza e della salute”, che anche su queste pagine proclamo con fede incrollabile, viene meno. Perché ci sono giorni oscuri in cui ogni cosa che accade sembra confermarci nella nostra cupa disperazione. Potrebbe essere il gatto che ho visto rantolare lungo la strada, colpito a morte, e, dunque, il dolore del creato che ancora una volta irride la mia speranza, gridandole che è priva di senso. Certo, potrebbe essere: la morte, soprattutto degli animali, rimane ancora per me un evento funesto, una lacerazione nel tessuto dei giorni che mi stringe il cuore. O potrebbe essere una radice del mio cuore che è rimasta per sempre malata, malgrado la “coazione alla luce”, che è stato il mio faticoso cammino consapevole, radice che periodicamente proclama di essere sempre vitale nella sua malattia, nel suo bramare l’oscurità a dispetto di ogni radura luminosa. O potrebbe essere, più semplicemente, che il carico di infelicità quotidiana, la mia dimensione più prosaica, presenta il conto. Ed è la mancanza dell’amore che avrei voluto nella vita, l’incompiutezza di una relazione che, a discapito del cadere nel tempo, non si è mai plasmata come opera d’arte.

[Nella mia adolescenza guardavo con disgusto i miei genitori. Mi chiedevo cosa mai li avesse potuti unire. Pensavo ossessivamente che avevano costituito una piccola “impresa”, il cui unico collante fossero i figli e il benessere economico. A quella “impresa” contrapponevo il mio amore “puro”, “disinteressato”, vivendolo come contestazione dei valori “borghesi”].

Mi rendo spesso conto che Rosaria è la grande assente dalla mia dimensione “pubblica”. Mai accanto a me negli eventi che organizzo o a cui sono chiamato, ma neanche presente nelle mie discussioni. Ricordo che lessi con invidia e ammirazione il testo che André Gorz dedicò alla sua compagna di vita, Dorine Kahn. Lo prestai anche a Maria Luisa, una mia alunna brillante e ironica (troppo, le dicevo, esortandola al pathos, all'immersione senza difese nella vita, come Ameliè). Mi disse che quelle cose non esistono nella realtà. Ma io ho sempre creduto nell’amore. Forse questa è stata il grande equivoco della mia vita. Continuare a credere che l’amore assoluto esista, e percepire di non essere riuscito a realizzarlo. Perché l’amore, dico spesso ai ragazzi, non è una fiamma che arde per virtù propria ma, al limite, un fuoco che va alimentato quotidianamente perché non si spenga, o una casa che va completata e poi conservata negli anni. Sicuramente è un’opera, forse la più grande.
Mia figlia mi chiede spesso:”Ma tu ami mamma?”. I bambini hanno bisogno di certezze. Senza esitare le dico di sì. Sto mentendo? C’è una storia lunghissima, iniziata nel 1984, uno di quei casi rari (vivamente sconsigliati) di ostinata fedeltà, che non tiene, ad esempio, conto di quanto si cambi e di come sia difficile cambiare insieme. Eppure anche questo è un retaggio della mia storia, dei film visti con mia madre in cui l’amore è uno solo ed è per sempre, contro ogni realistica considerazione della psicologia umana. Qualche anno fa ebbi la folgorazione, forse, più importante della mia vita recente, dopo settimane di disperazione in cui ipotizzavo scelte estreme, cambiamenti radicali: io sono la mia storia. Credetti finanche di aver capito, infine, alcune affermazioni dell’Heidegger di Essere e Tempo. Non si può mai ricominciare daccapo. Io sono la mia storia. E di questa storia mia moglie non solo è parte integrante ma è parte decisiva. Calendario alla mano, sono più gli anni trascorsi con lei che quelli trascorsi con mia madre.
Il mio sogno: una vita domestica serena, con la condivisione di molti momenti. Una casa aperta alle vite degli altri. Una cura senza ansie per nostra figlia. Mi ripeto spesso che, guardando alla nostra generazione, siamo dei privilegiati. Perché questo non riesce a trasformarsi in una vita piena e dobbiamo, invece, convivere con quelle nevrosi che, appunto, fanno sognare “un’altra vita”? Come sempre, ma pare destino di queste pagine, non ho risposte soddisfacenti. Probabilmente se le avessi non scriverei, per confermarmi nella mia storia. E, dunque, sapendo che è uno di quei giorni in cui la mestizia più profonda non mi lascerà in nessun caso, che l’immagine del gatto rantolante, la radice malata e cupa che mi porto nel cuore, il senso di scacco e fallimento della relazione più importante della mia vita non mi abbandoneranno, posso solo aspettare che finisca questo giorno, attendere il balsamo della notte, dimenticare nel lavoro tutta la mia incompiutezza.

Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore,
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore?

(F. De Andrè, Hotel Supramonte)

martedì 21 febbraio 2012

21 febbraio [e la morte non avrà più dominio]

Exaudi orationem meam… Così era iniziata questa giornata, ultima di carnevale… Fu il titolo (Carnevale) che volli dare alla mia prima raccolta di versi. Misi in copertina un disegno di Casertano da un bel numero di Dylan Dog… Un topo che fuggiva tra maschere… Era la fase in cui scalavo le cime della disperazione, tra pensieri necrofili e sessualità malata. La carne, la morte… Mi ero svegliato con una profonda angoscia: l’attesa di un verdetto sulla salute di una persona cara, per oggi. Mentre Rosaria e Caterina dormivano, dunque, mi lasciavo penetrare dai miei pensieri neri. Come agirò se le notizie saranno pessime? Come dare conforto ai miei amici che vedono il loro corpo invaso dal male, impotenti? Ogni parola appare vana. Era tanto che non pensavo alla morte. Eppure è stato il pensiero dominante, l’unico, forse, per molti anni nella mia vita. Ricordo ancora, nel corpo, una notte in cui il pensiero era così angosciante che iniziai a piangere a letto. Avevo diciassette o diciotto anni. Allora ero convinto che la morte fosse l’ultima parola. Poi, attraversando le tenebre caliginose della perdita più amara, quella di mia madre, sforzandomi, attraverso la poesia, di dare un senso a quel che avevo vissuto, ritrovai, alla fine, grazie anche ad alcuni incontri pieni di grazia, la via per la luce, la mia “salute”. Eliot mi diede le parole per dirmi che nella fine ci può essere un inizio, e che, dunque, la morte di mia madre era la morte necessaria del seme, per portare i suoi frutti. Da allora la morte non mi ha fatto più paura, e so che essa non avrà più dominio. Ma quando una persona cara inizia a morire o teme che sia così, non posso non interrogarmi di nuovo. Mi sforzo di guardare il mondo dal punto di vista del morente: mondo desolato, incapace di irradiare qualsivoglia sensatezza. Tutto appare congerie di eventi sconnessi. Che ne sarà stato della mia vita, delle mie opere tutte incompiute, cosa resterà di me? Questo si chiede il morente… Se qualcuno mi chiedesse cosa penso sia la morte, come Socrate, senza alcuna certezza, risponderei: o un sonno senza sogni o parlare con i grandi del passato… Senza alcuna certezza. Eppure, senza neppure paura. E questo non perché sia certo dell’immortalità dell’“anima” (cos’è l’anima?), ma perché, in maniera imperfetta, ho saputo ridurre le pretese del mio ego. È lui che ambisce all’immortalità. Cosa dovrebbe sopravvivere di me? E poi quale “me”? Me lo chiedo spesso a proposito di mio padre, che trascorse gli ultimi anni della sua vita in quel mondo a parte costruito dall’Alzheimer, dove pezzi di epoche diverse si giustappongono in una sorta di ricreazione caleidoscopica dell’esistenza. Ebbene, mi chiedevo, se l’anima fosse immortale e sopravvivesse nella forma “terminale” della sua esistenza terrena, l’anima di mio padre sarebbe questo coacervo insensato? O c’è una forma “pura” dell’anima, che sopravvive a tutte le vicissitudini della vita? Oramai da tempo ho deciso che l’atteggiamento più sapiente rispetto alle cose ultime sia accettare l’ignoranza. Ma questo non mi induce a disperazione, anzi. Potrei morire domani. Ho avuto molti doni dalla vita. Lascerei molte cose incompiute? Forse, ma l’essenziale l’avrei fatto: amare qualcuno, compiere qualche gesto di puro dono, realizzare quasi tutte le mie aspirazioni. Nessun superomismo. Credo che nella paura della morte operi, spesso segretamente, una forte sopravvalutazione di sé. La mia preghiera è stata esaudita. Il male per ora è vinto. Grazie, Signore.

lunedì 20 febbraio 2012

20 febbraio [senza rinunziare]

Oggi Rosa, Vittorio e Simone mi hanno fatto seguire una loro conversazione su Facebook, ispirata da Simone. Sono stati tutti e tre miei alunni, molto diversi tra loro. Leggere ex alunni che discutono animatamente di una sorta di manifesto letterario gratifica, sicuramente. È la riprova che qualcosa, bene o male, è accaduto negli anni del Liceo (che pure Rosa passava per buona parte nei corridoi a cercare se stessa nella sua più acuta fase “sturmeriana”). Simone propone di scrivere un manifesto sul Nulla, come a esplicitare l’impossibilità di dire oramai qualcosa di sensato, quando tutto è stato detto. Rosa ha rilanciato: scriviamo del silenzio. La discussione si è animata, anche grazie a Matteo e Vittorio, spostandosi anche sull’importanza o meno della forma nelle opere creative.

[dal Diario del 29 novembre 1986: «Intorno a me i drammi si susseguono e ogni volta la vita ricomincia, con più rabbia, con più voglia di annientare la Morte in ogni gesto quotidiano. Ma a che serve se si tornerà a piangere più di prima un giorno? Ancora una volta la mia unica e potente arma è l’Indifferenza, che è sempre al mio fianco, pronta in ogni istante ad annientare il Dolore vero e la Gioia, il Piacere e la Sofferenza, e a ridurre ogni moto dell’anima, ogni gesto del corpo a Noia. Perché non mi abbandoni per un attimo solo, fedele Durlindana, perché non mi lascia vivere una vita che sia Vita? Nelle altre ore di questo giorno io riderò e mi annoierò. Qualche volta tenterò di dire una bella frase, senza riuscirci. Così per sempre»].

Sono semplici conati di giovani appartenenti a ceti benestanti che possono consentirsi il lusso, quando Atene brucia e in Italia inizia a serpeggiare la paura, di discettare del nulla e del silenzio? E poi io che alla loro età scalavo le cime della disperazione, carezzavo con voluttà estetizzante pensieri suicidi (un altro volta racconterò a me stesso dove trovai la mia salute), che titolo avrei per sminuire il senso di quanto vanno scrivendo con passione? Eppure sento il dovere di parlare loro, dissentendo. Quello che vogliono fare non è altro che riproporre la deriva catastrofica di una parte del Novecento artistico, tutto ammalato di un nichilismo di volta in volta “passivo” e “decadente” o “attivo” e “distruttivo”. In entrambe le declinazioni, la tentazione del nulla va respinta con vigore: esso conduce o a rifugiarsi in un’interiorità malata, abitata da fantasmi, oppure a colonizzare il mondo con violenza tecnica o politica nel desiderio perennemente frustrato di riempire la voragine di senso apertasi sotto i nostri piedi. Non vi rassegnate, ragazzi, all’insensatezza. La via del silenzio proposta da Rosa può essere premessa per mettersi in ascolto, per riattivare le sorgenti della vita. Ma non ha senso scrivere del silenzio. Praticatelo. Attraverso il silenzio è possibile rimettersi in contatto con il sé profondo, quello che la chiacchiera dominante nel nostro tempo impedisce di ascoltare. È una strada. Nel silenzio è possibile lasciar accadere… l’essere! Scoprire questo miracolo che inficia da subito il progetto di Simone: l’essere è! Questa può essere una via “negativa”. Poi c’è una via positiva. Che consiste, semmai, nel cercare di declinare in maniera innovativa, ancora tutta non solo da pensare ma da sperimentare, l’essere. Perché altrimenti non sarebbe potuto accadere che dell’essere non fosse, alla fine, che il nulla… Cercate parole aurorali! Cercate quei filoni auriferi del pensiero e dell’arte, soprattutto novecentesca, che, proprio nelle tenebre più fitte del delirio totalitario, del dominio dell’uomo sulla totalità dell’ente, hanno cercato salvezza. Bisogna avere, però, la forza della semplicità, che accompagna la nascita del nuovo. Il nuovo è povero: non si ammanta di raffinate parole. Lì batte la vita. Non abbiate paura di scoprire che l’annosa questione forma/contenuto quando il nuovo è veramente, essenzialmente tale, non si pone… Il nascente, direbbe Marco Guzzi, ha sempre forme e parole sconcertanti, ma non perché manipola i linguaggi o li violenta, ma perché, al contrario, li lascia accadere, li lascia “parlare”.
Cari Rosa, Vittorio, Simone, Matteo, piuttosto che scrivere manifesti che vi confermerebbero abitanti d’una “terra desolata”, mettetevi alla ricerca del vostro Graal! Siamo nel cuore di un rivolgimento “apocalittico” del mondo, di cui la crisi economica, quella ecologica e quella psichica sono solo sintomi. C’è bisogno, direbbe Heidegger, di “poeti dell’abisso” che prima degli altri arrivino al fondo, sì, ma per capovolgerlo quest’abisso.

Durante la lotta così nera e l’immobilità così nera, accecando il terrore il mio reame, m’alzai dai leoni alati della messe sino al freddo grido dell’anemone. Venni al mondo nella deformità delle catene di ogni essere. Ci facevamo liberi entrambi. Trassi da una morale conciliabile gli irreprensibili soccorsi. Nonostante la sete di sparire, fui prodigo nell’attesa, intrepida la fede. Senza rinunziare (René Char, Non s’ode).

domenica 19 febbraio 2012

19 febbraio [abitare]

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e qui dentro gli sguardi
non han bisogno di fissare gli oggetti
che occupano già la memoria

Conosco le abitudini e le anime
e quel dialetto di allusioni
che ogni umano consesso va architettando.
Non ho bisogno di parlare né di fingere privilegi:
mi conoscono bene quelli che qui mi stanno intorno,
sanno bene delle mie angosce e della mia fragilità.
Questo è raggiungere la vetta più alta,
quello che forse ci concederà il Cielo:
né ammirazione né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

Questa poesia di Borges (Semplicità), poesia a me carissima, dice il mio sentimento dell’abitare e, probabilmente, la mia struttura psichica più profonda. Per me la casa è il luogo della certezza, della stabilità, della sicurezza, dove posso essere ciò che sono senza finzione. Essa mi accoglie come parte del suo essere. Chiudo gli occhi. Rivedo le mie dimore. La casa di Via dei Mulini. Lì nacqui, lì imparai a misurare il mondo, affinai il mio gusto. Chiudo gli occhi: velluto, marmi, scale, vertigine. La mia stanza: un paradiso dove trascorrevo ore giocando e leggendo fumetti della Corno, dove coltivai i primi sogni ad occhi aperti, accolsi il mio seme per la prima volta, stupito, nella mano. E la poltrona dove mi addormentavo sprofondato, vedendo la televisione in bianco e nero con mia madre, le mie sorelle, Maria. E la stanza da letto dei miei, dove cercavo rifugio dai fantasmi che popolavano le mie notti. E la stanza di Rosa e Anna, dove andavo ad ascoltare i primi dischi di musica classica… D’estate andavamo a vivere, dal 1974, in una diroccata casa di campagna, a San Cumano, con traslochi avventurosi. Dovevamo portarci tutto! Nel 1984 decidemmo di andare a vivere definitivamente in campagna. Quel luogo era già importante per me, ma da allora divenne “la casa”, la mia dimora, l’unica capace ancor oggi di sanare le mie ferite. Potrei scrivere pagine e pagine su ogni pietra, su ogni albero, su ogni lembo di terra che la circonda. Il cortile ampio, che accoglie le stelle e il candore lunare, è la proiezione della mia struttura psichica, bisognosa di spazio ma anche di protezione. Nelle notti estive ho raggiunto estasi che mi hanno dato la certezza di Dio. Lì sono diventato me stesso, leggendo, scrivendo. Quella casa è la sopravvivenza di mia madre, che la volle rifare, ampliare, sfidando quasi la sorte che sapeva segnata dalla sua malattia. Per questo per me abitarla significa perpetuare il dialogo mai spezzato con lei, la persona più importante della mia vita. Nulla si è mai spezzato, malgrado gli anni tristi trascorsi lì dopo il matrimonio. Sbagliammo io e Rosaria. Avremmo dovuto andare via. Era casa “mia”, non casa “nostra”. Vi rimanemmo sette anni.
Poi venimmo a vivere di nuovo in città, a Via delle Poste. Per me fu un trauma. Ma fu un bene. Questa casa è accogliente, così dicono. Ma non sarà mai veramente casa mia. Sono esiliato in città, come l’albatro di Baudelaire. Per questo ho accolto con gratitudine la scelta di mia moglie di ristrutturare una piccola casa colonica accanto alla casa-Madre. Lì, da sette anni, andiamo a vivere d’estate… Lì ritempro me stesso, entro in contatto con la forza primigenia della terra di cui mi sento figlio, lì respiro le albe fresche e mi perdo nelle notti stellate, a piedi nudi nella nuda terra, fattomi anch’io tronco o pietra.

sabato 18 febbraio 2012

18 febbraio [vincenzo]

Vincenzo mi ha chiesto di parlare di lui in questo strano diario in pubblico nato per caso nelle sere surreali della neve beneventana. Richiesta nata su Facebook, dove parte corposa dei mie amici sono alunni, ex alunni, studenti che mi chiedono l’amicizia. Il ministro attualmente in carica non apprezzerebbe questa scelta, che per me è stata naturale. Ne conosco i rischi. Il professore “amico”, come il papà “amico”, ingenera nell’allievo una sorta di tranquillità rispetto al meccanismo sacrificio/ricompensa. E, infatti, la frequente interazione che ho con loro, appena escono dalla scuola si riduce drasticamente, spesso fino a scomparire del tutto. Ma, ciò nonostante, credo che anche questo luogo vada colonizzato. Da sempre, e come sempre con scarso supporto teorico, ho ritenuto che il “canale” della comunicazione con i miei studenti fosse preliminare (e spesso più importante dei contenuti stessi).

[La prima volta che ho insegnato ad una classe… Una scuola privata religiosa: classi di sole ragazze. Spero di poter confessare senza destare scandalo – ero tanto più giovane di ora – che alcune erano molto belle. Fu un’esperienza intensa, complessa. Ricordo che allora cercai di creare questo “canale” sollecitando le ragazze a scrivermi, in tempi in cui la rete muoveva i primi passi altrove. Alcune lo fecero. La madre superiora, venutolo a sapere, tramite una collega, mi fece sapere che non gradiva. Conservo ancora quelle lettere. Gli adolescenti sono pieni di domande o hanno bisogno semplicemente di qualcuno che li ascolti…].

Vincenzo in classe spesso dorme, normalmente studia per l’ora successiva (ma sempre con molto rispetto), attratto rapsodicamente da un parola che dico, che deve chiosare con una ricreazione verbale, quasi sempre a sfondo sessuale. Quando è saturo della scuola inizia a sollecitare con battute i compagni, che ne subiscono il fascino un po’ zingaresco. L’anno scorso, con me, si salvò in zona Cesarini (dimenticavo: è, in assoluto, l’alunno con più competenze calcistiche che abbia mai avuto; dopo le donne, il calcio costituisce la sua più grande passione, ma come biasimarlo?). Vincenzo, al di là dei suoi tratti specifici, rappresenta una tipologia di alunno molto diffusa, e che mi interroga, mi pone domande, col suo modo d’essere. Infatti, Vincenzo è tutt’altro che “stupido” (consentitemi questa semplificazione). Certo, avrà letto due o tre libri nella sua vita e, probabilmente, ne leggerà altrettanti negli anni avvenire, ma le sue freddure, le sue battute denotano, ad esempio, una notevole capacità associativa, che per me è sintomo d’intelligenza vivace. Nella vita si farà strada, non ho alcun dubbio. Metà Robert De Niro e metà Ibra, come dice lui, paraculo e carismatico con i coetanei, non avrà grandi difficoltà a trovare il suo posto nella vita. E allora cosa mi interpella di tutti i Vincenzo che ho incontrato e incontrerò? Cosa resterà di ciò che ho insegnato a persone come lui? Spesso lo dico ai ragazzi: «non mi importa che, se ci dovessimo incontrare tra dieci o vent’anni, mi diciate che, grazie a me, ricordate ancora la teoria delle idee o il cogito. Mi interessa che le ore trascorse con me vi abbiano reso poi medici, architetti, commercianti più consapevoli, dotati di una propria etica, anche professionale, capaci ancora di porsi problemi». Ma a Vincenzo cosa resterà di questi due anni che avremo trascorso insieme? Ai Vincenzo che vivono sulla superficie del reale, con quella libertà sovrana che Nietzsche additava come unica vita possibile dopo la metafisica, resterà qualche increspatura di tutto ciò che ho raccontato, spiegato, spesso accalorandomi? E, in caso contrario, che senso avrà avuto il nostro stare nello stesso luogo per tanto tempo? Posso consolarmi credendo di aver veicolato qualcosa (non voglio dire un insegnamento ma non so trovare altre parole) non tanto con il mio dire ma con il mio fare e, soprattutto, con il mio essere? Non lo so. E, per questa volta, lascio che le domande restino domande. Solo la vita di Vincenzo e di tutti i ragazzi come lui potranno rispondermi. Se mi sarò dato una risposta, un giorno, ne scriverò ancora.

venerdì 17 febbraio 2012

17 febbraio [politica, responsabilità]

Oggi, dopo una mezza mattinata scolastica (ma piace ricordare a me stesso il piacere, provato forse per la prima volta, come se, finalmente, avessi capito veramente, nello spiegare la seconda inattuale di Nietzsche sulla storia e la vita), nel pomeriggio, ho incontrato gli allievi del La Salle, scuola in cui frequentai le elementari, all’interno della settimana dedicata all’educazione alla cittadinanza attiva. Sono convinto che la trasformazione di Benevento passi attraverso una revisione della sua religiosità e della sua spiritualità. Benevento è città profondamente religiosa, nel bene e nel male. Solo una fede adulta, un cristianesimo all’altezza del nostro tempo, saprà plasmare uomini e donne capaci di ridefinire agende e pratiche politiche. Per questo ho accolto l’invito con entusiasmo, sapendo che la settimana sarebbe stata chiusa da un emblema di un cristianesimo testimoniale come padre Alex Zanotelli, che alcuni anni fa ebbi il privilegio di ospitare a casa in vista di un incontro bellissimo che poi ci fu.

Il mio intervento, che ho cercato di alleggerire con alcuni spezzoni filmici (The village, Mr. Smith va a Washington, La guerra dei mondi, Bonhoeffer) ha cercato di focalizzare l’idea della politica come servizio responsabile a favore della comunità. Più che svolgere un discorso lineare, ho cercato si proporre frammenti da rimontare poi in base alla propria sensibilità, partendo da Baumann, dalla Weil, dalla Arendt, da Bonhoeffer. Come sempre, l’auspicio è che tali parole incidano nelle pratiche di alcuni di coloro che erano presenti. Sempre più mi interessa solo la parola che si propone di essere efficace. Mi interessano le semine. Spero, dunque, che molti dei ragazzi che oggi mi hanno ascoltato e hanno interagito con me capiscano che esiste una prima dimensione dell’agire politico in cui non si delega. Ciascuno deve contribuire a trasformare la polis di cui partecipa, perché la politica, come l’arte, è una pratica che eleva la nostra umanità. Come sempre ho inveito contro quel Platone (quello della Repubblica e delle Leggi) che considero una iattura per l’umanità , esaltando la polis ateniese come fragile capolavoro politico cui guardare. Come sempre, la Arendt mi è stata guida. Poi, attraverso un passaggio arduo anche per me, ho utilizzato alcuni frammenti dell’Etica di Bonhoeffer per mostrare come si possa fondare la necessità “cristiana” dell’agire politico (responsabile). E, dunque, ho delineato i fondamenti della responsabilità, specificamente di quella politica, utilizzando Jonas. So che può sembrare contraddittorio, ma io ritengo che tanto l’agire politico “dal basso” (cui tutti siamo chiamati) quanto quello “dall’alto”, nell’esercizio di un potere in cui siamo responsabili degli altri perché lo abbiamo scelto liberamente, debbano essere resi complementari. Un organismo politico sano ha cittadini “attivi” (sia nella proposta sia nel controllo della cosa pubblica sia nella creazione di luoghi di discussione e confronto assolutamente liberi) e politici “responsabili”. La responsabilità ha una componente tragica: tutti in quanto uomini siamo chiamati a fare scelte, spesso non tra un bene e un male, ma tra due mali. Nel politico questa componente della scelta si amplifica, perché diventa scelta fatta per tutti. Non a caso ho voluto chiudere con una sorta di gioco, un dilemma etico, che consentiva, alla fine, ai ragazzi di scegliere un’etica assoluta (di tipo kantiano) o un’etica della responsabilità (di tipo weberiano). Infine, dopo una sollecitazione dei ragazzi, ho suggerito di dotarsi di un’ampia cultura storica e politica. In una realtà in cui non c’è, di fatto, selezione di classe dirigente se non sulla base di possesso di pacchetti di voti, sta diventando lancinante l’incultura dei politici, locali e nazionali. Per questo, ho detto, leggete da Platone a Machiavelli, da Campanella a Popper. E studiate la storia (il buon Federico Nietzsche mi biasima, ovunque egli sia…).

Poi mi è toccato il collegio dei docenti e, dulcis in fundo (ma proprio in fundo) la disfatta dell’Inter col Bologna. Ma questa, come già sapete, è una storia che ha soprattutto a che fare con la filosofia o con la pazienza di Giobbe, per cui ne parlerò ma non ora, non qui.

giovedì 16 febbraio 2012

16 febbraio [caterina]

Sei anni fa insegnavo al Liceo di Telese. Fu un anno bellissimo. Evidentemente, “gravido” anch’io, promanavo gioia, comunicavo oltre le parole che pronunziavo. Il 16 febbraio mi trattenni a mangiare con i ragazzi. Poi andammo a giocare a calcetto. Rosaria era a Roma, ma mancavano ancora molti giorni al parto, dopo mesi complessi, in cui la vita della bambina nel suo grembo – generata dopo dodici anni di matrimonio - era stata più volte a rischio. Tornai a casa stanco ma tranquillo. Poi improvvisamente il telefonò squillò, e Rosaria mi disse che si era deciso di anticipare il parto a quella sera… Pioveva a dirotto. Mi precipitai a Roma con mia cognata, su una Punto abbastanza malandata. Ci sono emozioni che non si possono raccontare e non lo farò. Ma quella notte, che avrebbe dovuto essere la più felice della mia vita, fu funestata dalla notizia che mia figlia avrebbe dovuto subire un delicato intervento la mattina successiva. Vissi in solitudine, condividendola solo con le mie sorelle, questa notizia inattesa e per me spaventosa… Si aprì una stagione che ricordo come vissuta in un dormiveglia, tra Roma, Firenze, Benevento. Mesi di angosce che parevano non dover finir mai. Anche su questo un pudico silenzio. Avemmo tante persone amiche vicino. E le ringrazio ancora di questo.

Dopo diversi mesi, la vita iniziò ad assumere parvenza di normalità. Il miracolo più grande è che Caterina (questo il nome di mia figlia, “dovuto”, in memoria della nonna scomparsa tanti anni prima, mia madre) non abbia risentito di questa stagione in cui patì la solitudine e il freddo (pensarlo mi dà ancora angoscia). Anche per questo le ho dedicato tanto tempo, tanto calore, tanti abbracci… Ho trascorso con lei notti intere tenendola in braccio, cantandole nenie, fino allo sfinimento. Questo è stato il suo primo insegnamento: forzare i limite della resistenza, fare cosa inaudite per me fino ad allora. Io sono sempre stato un figlio, e per di più ultimogenito. Ho sempre avuto attenzione e cura da parte di tutti: mia madre, la nostra adorata tata, Maria, le mie sorelle… Diventare padre: secondo insegnamento. Assumermi la responsabilità (quando firmai la liberatoria per i dottori che dovevano operarla la mano tremava…). Mi illudevo di poter conciliare la mia vita precedente con quella rivoluzione. Terzo insegnamento: saper cambiare vita. Non che non ne abbia sofferto. Ho dovuto rinunziare a tante cose (quanto mi sono mancate le partite di calcetto, andare a cinema…). Ma ora Caterina ha sei anni, sta bene, è una bambina serena, ha certezza di essere amata (è tutto, ho scoperto da bambino amato, nella vita). Ne è valsa la pena.

Si apre una nuova stagione? Mi auguro che ora, poste le fondamenta, il mio ruolo diventi più complesso. Ho sempre l’impressione di essere un uomo fortunato per il lavoro che svolgo. Imparo ad essere padre dalla mia pratica di insegnante e, viceversa, insegnante da quella di padre. I miei alunni sanno che il mio auspicio è educarli all’autonomia e alla libertà, ma sanno anche che certi limiti devono essere rispettati. Non so se è solo una mia illusione, sicuramente un’aspirazione: saper dosare persuasione e coercizione. I figli e gli alunni hanno bisogno di regole e di limiti. Ogni pedagogia “anarchica” è destinata ad infrangersi contro alcune strutture psichiche del bambino e dell’adolescente. Anzi: proprio i ragazzi più “ribelli” sono quelli che hanno bisogno di limiti. Non so se anche questa sia un’illusione: riuscire a responsabilizzare con una "durezza mite", facendo seguire al rimprovero il sorriso amorevole. Vale per mia figlia, vale per i miei alunni. Ho sbagliato tanto in questi anni, ma credo di non aver mai umiliato o ferito un mio alunno. Ho cercato sempre di “spiegare” il senso delle mie azioni. Così con Caterina: quando la rimprovero, passata la sua reazione scomposta e piangente, le spiego perché l’ho fatto.

Non ho mai cercato di “plasmare” le teste dei miei alunni: Vittorio, Rosa, Luigi, Antonio e tanti altri testimoniano che non ho mai ambito a clonarmi. Ho sempre prediletto quegli allievi che vivevano in maniera problematica il mio insegnamento e sapevano anche (non solo) contestarmi. Vorrei fare lo stesso nella stagione che si apre con Caterina: non proiettare su di lei le mie attese (quali poi? Ho avuto molto di più di quel che potessi desiderare dalla vita, perfino una Champions…). Che divenga ciò che vorrà essere. Che possa io essere per lei il bastone cui avvinghiarsi per crescere diritta, ma autonoma. So che ci saranno anni difficili. So che nella sua adolescenza dovrà scontrarsi con me e con la madre per trovare se stessa. Le spetta di diritto. L'ho fatto anch'io con una madre che ora, nel ricordo, adoro. Spero che, quando accadrà, avrò imparato nel mio confronto quotidiano con adolescenti problematici, a saper accettare le sue intemperanza ma anche ad essere silenzioso supporto (anche nello stabilire nuovi limiti) al suo divenire donna.

mercoledì 15 febbraio 2012

15 febbraio [prose antiche]

CREPA (A SAN CUMANO)

Ogni pomeriggio prima di chiudere gli occhi vedo una nuova macchia di muffa sul soffitto. Socchiudo le palpebre, è un cancro visibile che senza fretta, con l’aiuto delle lente piogge invernali e degli acquazzoni estivi, divora l’opera di molti uomini, goduta da pochi, come le piramidi che un giorno saranno vinte da un’ultima fiamma, un ultimo vento. Eppure è dimora questa casa, costruita davvero come un mausoleo, come ultimo disperato monumento che gridasse: «Non moriar». Ma non sono di bronzo le mura, pure solide all’apparenza. E quel male che divorò l’artefice, anche l’opera divora giorno per giorno, sonno per sonno. E, come allora, la mia consapevolezza non impedirà l’esito finale. Forse la colpa che Dio punisce è l’ansia d’essere immortali: quando l’uomo non si rassegna ad essere una manciata di polvere.

MONTAGNA

Simbolo dell’ascesa a Dio (il monte Ventoso in Petrarca) e del desiderio inappagato (l’azzurra lontananza di Hesse). Ai miei sguardi la montagna è il custode androgino (il corpo muscoloso, la chioma fluente da donna) della grande conca in cui sorge la città. Custode pigro, che detta il ritmo della vita cittadina. Dall’alba al tramonto - che gli dona un’eleganza inimmaginabile durante il giorno - lo spiamo attraverso fessure che si aprono tra gli edifici. Una città tranquilla, una zona del crepuscolo, dove i gesti si ripetono uguali ogni giorno, dove la storia arriva sole nelle letture e nelle immagini. Il custode ci invita la sonno, all’oblio dei gesti e noi, intimoriti dall’eterno che in lui dimora, ubbidiamo in silenzio. Dio non voglia che un giorno si svegli dal suo sonno millenario e ci costringa ad affrontarlo...

GIOVANI

La rabbia sterile induce giorno per giorno alla rassegnazione. È come seminare sul ghiaccio: un’immensa distesa luccicante di riflessi. Tutto tace. Un’arida estate verrà senza germogli. I figli senza parole da dire («Io vivo, io godo...»). La colpa dei padri - non detta, nascosta ancora per la vergogna - è così trasparente nei loro volti già vecchi di sesso eroico, di soldi stirati, di salute anabolizzata. Piangere. Certo: possiamo anche piangere, noi, laici predicatori dei Valori, noi che ogni giorno recitiamo lo stesso copione, col cerone amaro sulla lingua che dice: amore e bene e carità. Abbiate pietà di noi, vi chiediamo scusa per il disturbo, e giù gli applausi e poi a ballare su una Lancia Thema Turbo. Cadiamo tutti insieme nel Cocito, col cervello bollito, distrutta ormai la lingua da troppe parole rimaste parole. No, non siete fratelli e figli. Se un giorno - radioso -, giorno in cui tutti sapranno per magia che cosa è giusto fare, saremo decisi a correggere l’opera imperfetta di Dio, allora, fratelli e figli soltanto nel sangue, il vostro sangue lo spargeremo sulla terra, per fecondarla e benedirla. Attraverso le vostre tenebre infette verso la luce inumana - se voi siete uomini -. Dal gelo dei vostri abbracci al calore di veri baci. Perché le croci e le parole che vi furono dette abbiano una tardiva, troppo tardiva fioritura, perché chi morì sorridendo, nella bocca cicuta, nel costato piombo, possiamo pensarlo redento. Nelle opere e nel nostro tormento.

ALLA RESA DEI CONTI

Orecchi appesi a un filo, strappati a teste con viva forza, souvenir d’una stagione crudele che tornerà sempre, che è già tornata, il cadavere appeso al lampione, il volto sfigurato dai sassi scagliati con voluttà come i calci sulla pelata a Piazzale Loreto, teste con gli occhi chiusi lembi rosseggianti. La violenza della storia è insostenibile.

martedì 14 febbraio 2012

14 febbraio [a day in the life]

Una giornata tipo di quest’inverno.

Sveglia alle 5,45. Cinque, dieci minuti di cyclette e di preghiera al Dio sconosciuto (Padre Nostro, ringraziamento per i doni ricevuti, preghiera per gli amici malati o in difficoltà). Trenta, quaranta minuti di corsa (verso il Rione Libertà o il Viale Atlantici). Cappuccino da Paolo. Fornaio. Doccia.

Lettura dei giornali scaricati on line da un bellissimo sito che mi fu segnalato da Donato (che non smetterò mai di ringraziare).

Preparazione di Caterina (colazione, vestizione), quando non c’è Rosaria.

Caterina a scuola.

A scuola.

[Questo è un anno particolarmente tranquillo da punto di vista scolastico. Ho perso negli anni quella foga innovatrice che talvolta mi portava a caricarmi di lavoro e a fare errori con ragazzi ancora acerbi per la complessità di certe proposte. Era come se volessi comunicare loro in tempo reale le mie scoperte, frutto di anni di letture e riflessioni. Il tempo mi ha portato discernimento: tra classe e classe, ad esempio. Se confrontassi i programmi dei primi anni collesi con quelli molto più tradizionali degli ultimi anni potrei pensare che, semplicemente, ho tirato i remi in barca. Nulla vieta che sia così. Forse c’è anche l’attesa di una stabilizzazione definitiva in una scuola – adoro il posto fisso! -. Fatto sta che ora non ho più la sensazione di dover correre, non sono preso da nessuna ansia. Anche perché ho imparato che molte delle cose decisive della relazione educativa accadono ai “margini” della lezione ufficiale, o meglio nei suoi interstizi].

Riprendo Caterina e torno a casa. Non mangiamo insieme: Caterina lo fa a scuola, io e Rosaria come e quando capita (soprattutto quando faccio la dieta e cucino da me). Nel primo pomeriggio vedo la tv con Caterina, erudendomi su tutte le serie dei canali dedicati ai bambini di Sky (la mia preferita è Buona fortuna, Charlie, che mi fa ridere di gusto). Mi sforzo di far vedere cose nuove a Caterina attraverso il multimedia (ma resta legatissima a Candy Candy, mai replicato, credo in tv, per motivi legali). Penso sia importante, in questi anni, esserle accanto, spiegarle alcuni passaggi. E poi, in fondo, tranne rari momenti e con le dovute eccezioni, piacciano anche a me le cose che vede.

Alle quattro viene la baby-sitter, cui Caterina è legatissima, con cui gioca due o tre ore, mentre io posso dedicarmi al lavoro scolastico, preparando le lezioni o correggendo le prove scritte. Oppure leggo, anche se, a differenza di quelle estive, quelle invernali sono letture molto disordinate, legate a situazioni particolari (sono riletture più che letture). Gradite deroghe a questo format sono le partite di calcetto o calcio a sette che alunni e amici organizzano, momenti di benessere assoluto, senza tempo (su cui dovrò tornare, per fissarli, oltre che nella memoria nella scrittura per il tempo in cui sarà solo un bel ricordo di un vecchio). Quest’inverno si sono moltiplicate, Deo gratias, le mie partecipazioni a convegni e incontri, disertati nei primi anni di vita di Caterina.

La sera stiamo tutti insieme, vediamo la tv con Caterina. Quando ci sono le partite, Caterina viene dirottata sul pc portatile, cui collego il multimedia.

Addormento Caterina verso le dieci (raro riuscirci prima). Pur avendo tentato di farla addormentare da sola, l’abitudine a farlo tra le mie braccia ascoltando musica è talmente radicata che ci vorrà tempo perché smetta… A me non dispiace, a dirla tutta. Anch’esso è un momento assoluto: contemplo il suo profilo, ripenso spesso a quanto sia stato difficile metterla al mondo, quanto complessi e dolorosi per noi siano stati i primi mesi della sua vita. Quasi sempre riesco a chiudere i miei giorni con il ringraziamento non solo per questo dono, che garantisce la mia sopravvivenza, come vuole il Simposio platonico, ma anche per tutte le cose belle, le più semplici di solito, che ho avuto nel corso di una giornata della mia vita: lo zucchero e il caffè, il pane e le noci, le parole lette e quelle scritte, la corsa e il riposo…

Custodisci il suo sonno, Signore. E i nostri sogni.

lunedì 13 febbraio 2012

13 febbraio [ethos, Lucifero]

Nel mezzo della bianca distesa scrivo, tracciando sentieri destinati ad essere cancellati, batto, cerco sempre nella stessa direzione. Aspiro ad un compimento che la vita, orgogliosamente, si rifiuta di riconoscermi… Nell'attesa di un compimento era il titolo che volli dare alla seconda raccolta di versi che scrissi (inedita, come tutto il resto). Coglievo in quel titolo un tratto strutturale della mia personalità: l’attesa, la proiezione ossessiva verso il futuro, e il bisogno che i frammenti si ricomponessero in unità. Rispetto a questa “struttura”, nel corso degli anni, sono cambiato o, in fondo, sono sempre le stesso? In momenti come questi risponderei che nulla è cambiato. Mentre prima aspettavo l’annunzio della rivoluzione nella cassetta postale, ora lo aspetto nella rete, quando compulso nervosamente Facebook o blog o giornali on line… E, come già scritto, continuo ad essere un insieme senza armonia. Ma, allora, perché non mettersi in attesa silenziosa di una “chiamata” o delle tante chiamate che potrebbero accadere nel corso dei giorni? Perché non trasformare, come implicitamente mi invita a fare Giovanni, il silenzio, trasfigurandolo? Perché non redimere quest’attesa nevrotica in attesa messianica?

[Quando debbo spiegare Kierkegaard ai ragazzi avverto un profondo disagio. Non solo perché è autore sfuggente, privo di centro, ma anche perché in lui vedo me stesso: nell’incapacità di scegliere realmente tra lo stadio estetico, quello etico e quello religioso. Anch’io, nel corso di una sola giornata, trapasso da un piano all’altro, senza mai mettere radici, come mi disse don Cosimo. Sono don Giovanni, marito, raramente Abramo pronto al supremo sacrificio. Ma mai in maniera definitiva, dilettante della vita che non riesce mai a de-cidere una volta per sempre, fosse anche l’inferno guardato con sprezzo da don Giovanni di Baudelaire].

Il mio ethos è la vita familiare. L’ho scelta molto tempo fa. Pur sognando a diciassette anni di fuggire di casa, detestando la vita borghese della mia famiglia, tutto ciò che ho fatto è andato nella direzione di costruire un nuovo nucleo familiare: con tutti gli sbandamenti, gli errori, i passi indietro. La mia monogamia (psichicamente coatta, mi dico talvolta) si è sempre intrecciata all’apprezzamento per alcuni aspetti della vita borghese (per questo, forse, amo tanto Bonhoeffer, via d’uscita dalla contraddizione tra dimensione etica e religiosa?). E questo ethos mi tiene vincolato alla prosa del quotidiano, impedisce voli (che in me, quando ci sono stati, hanno assunto forma luciferina più che angelica). Devo ringraziare, forse, la mia carne pesante, mia moglie e la sua terrestrità che talvolta mi appare così pesante, devo ringraziare mia figlia, per aver tenuto a bada la tentazione più grande. Quella di andare altrove, in un mondo perfetto, in un iperuranio di bellezza e gloria. Io sono questo corpo stanco, grasso, spesso malato. Sono i conti che faccio per arrivare alla fine del mese onorando scadenze e pagamenti. Non che non fugga. Questa, in fondo, è una fuga. Scrivere. Ma per tornare con una scintilla di senso in più da spendere in quella dimensione caliginosa che è la vita quotidiana, con altre persone, altri uomini, altri volti, che raramente hanno sembianze gradevoli, ma spesso si presentano tediosi, irritanti, petulanti… Eppure è lì che si gioca la mia salvezza.

Caro Giovanni, ho meditato a lungo le tue parole, cui ho anche risposto. Ciò che scrivi per me è la tentazione più diabolica, l’uscita d’emergenza dalle contraddizioni del quotidiano. Voglio poter dire, l’ultimo giorno: “Ho combattuto la buona battaglia”. Non ho abbandonato il campo che mi fu dato. Preferisco oscillare tra piani dell’esistenza piuttosto che scegliere quel “silenzio” (assoluto) che per me sarebbe la via più facile, il luogo che sin dall’adolescenza mi si presentava come l’unico degno di essere abitato… No. Resterò qui, dove il volto di mia moglie quasi sempre è arcigno ed esigente, raramente sciogliendosi in un abbraccio tenero (che varrà tanto però), in cui ogni giorno devo reinventarmi come padre (senza garanzie di successo) e così via dicendo. Insomma, rimanendo fedele al mio ethos, che sin dall’inizio della mia vita interiore consapevole era il contraltare della “fuga” verso l’alto. L’Altro per me può essere solo l’altro. Lucifero era «tra gli angeli tutti il più bello e dotato».

12 febbraio [calcio]

Le note che avevo pensato nel corso della giornata, non scritte per un’influenza che, unitasi alla disfatta dell’Inter, mi ha catapultato anzitempo a letto.

Quando c’è la stagione calcistica anche i giorni precedenti e seguenti sono pieni delle emozioni legate alle partite. Dovrei vergognarmene? Possibile che, con la Grecia in fiamme, sull’orlo di una guerra civile, possa lambiccarmi il cervello su moduli, tecnici, calciatori? Non è forse il calcio, lo sport in genere, un’arma di distrazione di massa, moderno oppio dei popoli? Sì, lo è. Ma è anche altro. Non avverto sensi di colpa. Credo di dedicare tempo ed energie preziose non dico a trasformare la realtà (se non nella misura in cui faccio bene il mio lavoro di docente) ma almeno di comprenderla. Il calcio, soprattutto da quando è nata Caterina e da quando ho la possibilità di vedere le partite su Sky, è diventato, per certi versi, l’unico mio divertissement. Amerigo potrebbe inchiodarmi, pascalianamente, questa contraddizione. All’ambire cioè ad un profilo “tragico” e poi dissolvere la quotidianità in “distrattori” che prosaicizzano l’esistenza, facendoci dimenticare le domande ultime. Ma ho imparato da Morin che non può esistere una vita solo “poetica”, che, anzi, la prosa è necessaria ad ogni esistenza compiuta. Tra l’altro, a voler essere rigoroso, il calcio stesso, liberato delle sua prosa, non è capace di sprigionare una “poesia” assoluta? Non dico solo la magia, ad esempio, del goal di Maradona a Orsi, ma anche la rimonta dello United contro il Bayern negli ultimi minuti o Baggio che sbaglia un rigore decisivo o, per rigirare il coltello nella piaga, l’ultima in classifica che sbanca il campo di uno squadrone costoso e pluridecorato. Ecco: agli occhi dei non appassionati il calcio (e qualunque altro sport) è spreco, distrazione. Ai nostri occhi è sofferenza, poesia, entusiasmo, dileggio giocoso dell’avversario.

Non sono un distaccato cultore del calcio ma un tifoso appassionato (mai come in questo momento in senso etimologico…), seppure capace, col senno di poi, di andare oltre il mio orticello nerazzurro, riconoscendo in Platinì (uno juventino!) il miglior giocatore di tutti i tempi, nel Milan sacchiano la squadra più forte che abbia mai visto giocare (insieme al Barcellona di Guardiola e al Brasile del 1982). Ma certo la molla primaria della mia passione rimane, oserei dire, una maglietta, quella che mi fu regalata, per caso, da mio padre, quando avevo setto o otto anni. E con intensità diversa ho sempre seguito l’Inter, nelle sue (frequenti) disgrazie e nei suoi (rari e sfolgoranti) trionfi. In questi anni belli, che hanno coinciso con l’arrivo di Caterina nella mia vita e con i suoi anni decisivi…,

[Non ho fatto mai studi approfonditi di psicologia, ma, in maniera esperienziale, mi sono convinto che la nostra vita venga decisa nei prima tre o quattro anni di vita. Voglio dire che la “tonalità” emotiva con cui diventeremo ciò che già siamo viene strutturata allora, nella relazione, più o meno compiuta e armonica, con le figure parentali. Per questo, nell’incomprensione spesso degli amici, ho investito tanto tempo e tante energie nella mia relazione con Caterina. Volevo, ma solo la vita mi dirà se ci sono riuscito, darle una tonalità emotiva improntata alla gioia, che può derivare solo dalla certezza di essere amato, attraverso una presenza assidua. Nessuno ci insegna ad essere genitori: sbagliamo sulla nostra pelle e su quella dei nostri figli].

... l’Inter è stata fonte di gioie inenarrabili, come sempre intramate da sofferenze inaudite: ricordo che nella partita di ritorno col Barcellona dovetti scendermene in cortile perché non reggevo la tensione, e attesi il suono dei clacson come liberazione sperata. Ora, in una vita che si va normalizzando, l’Inter torna ad essere strumento di educazione morale, come lo è stata per molto tempo. Ne parlai tanti anni fa con Giancristiano, che ha dedicato libri deliziosi all’argomento. L’interismo è una forma aggiornata di stoicismo. E, dunque, “astieniti e sopporta”.

Per fortuna, in quest’ultimo anno (anche qui lo stoicismo c’entra qualcosa), ho recuperato tono atletico. Gioco a calcetto da sempre, anche qui con alterni risultati. Il mio amico Tullio - giornalista del "Corriere dello Sport", ricorda tragiche partite all’università, quando fumavo. Negli ultimi mesi ho raggiunto una forma atletica mai prima sperimentata, non malgrado ma, forse, proprio grazie agli acciacchi degli anni, il dolore al femore, le gambe stanche… Ho capito che non tornerò mai giovane, e che per questo devo faticare il doppio… Quando gioco sperimento una felicità pura, senza pari (se non in certe estasi musicali).

Non mi dispiacerebbe che i giocatori della grande Inter che fu, in questa fase crepuscolare, praticassero un po’ di filosofia, diciamo, tra Seneca ed Epitteto.

sabato 11 febbraio 2012

11 febbraio [scrittura, preghiera, centro]

I miei non sono esercizi di stile. Il mio retaggio cristiano mi impedisce qualunque indulgenza nei confronti di una parola “inutile”, fine a se stessa. Di qui il disprezzo che stupisce spesso i miei alunni per autori come Wilde, D’Annunzio o Mallarmé (con le dovute differenze). Come scrive Isaia: “Così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senz’aver compiuto quello ch’io voglio, e menato a buon fine ciò per cui l’ho mandata”. La mia parola “ideale” è una parola efficace. Deve produrre degli effetti sulla realtà, sul comportamento (mio o degli altri). Anzi (questa è un’acquisizione più recente, dovuta alla meditazione sulla poesia di Char): deve sforzarsi di essere essa stessa accadimento. Per questo non ho mai coltivato un genere in maniera rigida… Quando pensavo piccoli saggi sui libri decisivi della mia vita per “Soglie” (poi confluiti in In quieta ricerca) ho affrontato indifferentemente Bonhoeffer e Pomilio, la Weil e Tarkovskij. Il “genere” è sintomo di una sclerotizzazione della ricerca. Lo spirito trova le forme più adeguate. E, dunque, se questi che mi sono imposti non sono esercizi di stile (e se è vero che le scuole di scrittura mi lascino sempre perplesso, perché dissociano la scrittura dal suo scopo, lavorando solo sul “medium”), allora cosa sono? A che servono? Penso di averlo detto già.

[Rileggo spesso i miei diari. Li tengo dal 1984. Con qualche anticipazione dall’anno precedente in un diario scolastico di appunti, frammenti. Certe volte ho l’impressione che non sia mia la vita che ne emerge. Così mi capita di rileggere articoli o saggi di qualche anno fa, e ne resto colpito… Come tutti, però, non faccio che girare intorno alle stesse ossessioni, a pormi le stesse domande].

Scrivo perché rimanga qualcosa di questi giorni. Scrivo per mettere ordine. Dunque, l’efficacia riguarda me? Sono pensieri a me stesso, come quelli di Marc’Aurelio? E allora perché pubblicarli sul blog? Perché dire a Luca (che oggi compie quarantacinque anni: ci conoscemmo in prima elementare al Collegio La Salle) di leggere quello che scrivo? In fondo, non sono mai stato particolarmente tedioso con gli altri, imponendogli la tortura della lettura forzata. E, pur carezzando ripetutamente l’idea di pubblicare ciò che scrivo, non ho mai perseguito l’obiettivo con la ferocia della fede (che ho avuto, ad esempio, rispetto all’insegnamento). Qualcuno penserà che è semplice vanità. E potrebbe essere. Ma non è che, invece, questa dimensione pubblica mi impone una disciplina e delle regole? In primis la chiarezza. Ho imparato, da docente, che noi capiamo veramente le cose quando dobbiamo spiegarle agli altri. Ebbene, dovendo comunicare con chi forse mi leggerà, cerco di capire veramente le mie dinamiche interiori o di ricostruire alcuni snodi della mia esistenza, che per me stesso non ne avrebbero bisogno. E quindi produco una traccia che, nel tempo, si rivelerà preziosa. Esattamente come i diari, che talvolta leggo come un estraneo. Ma perché, allora, non continuare a scrivere il diario e basta? Forse, ma è un’ipotesi, questi anni di dialogo in rete, l’uso sistematico dei forum (oramai in via di sparizione e che anch’io non uso da molto) e poi soprattutto di Facebook, ha modificato la modalità stessa della scrittura. Allora diciamo che in queste pagine faccio in maniera solo più sistematica quello che oramai ogni giorno da tre anni vado facendo quando mi connetto la mattina per dialogare in rete, postare canzoni, ritagli di giornali, fare gli auguri. I social network hanno radicalmente mutato il mio rapporto con la scrittura (sarebbe interessante lavoro di ricognizione sulla letteratura contemporanea analizzare questi mutamenti indotti dalle tecnologie di rete). Però, un’altra voce mi dice che ora io sono all’affannosa ricerca del senso, che questa pagina, proprio nei suoi limiti, ha un centro, che invece nella rete infinita si perde, facendoci rotolare dal centro alla x, privandoci del senso nel momento in cui sollecita la nostra curiositas… In me convivono ancora senza sintesi l’uomo che detesta la tecnica e sogna un mondo fatto solo di pietra, legno, terra e acque, e l’uomo che coglie la portata rivoluzionaria di questa rete immateriale che sta plasmando una mente terrestre, sta dando un cervello a Gaia. Irresoluto, continuo ad interrogarmi. Video bona, deteriora sequor… So che questo esercizio di scrittura è prima di tutto raccoglimento, e, dunque, preghiera, l’unica che mi appartenga veramente. Dove riesco a ritrovare il centro, sto pregando. Quando smarrisco, navigando nel mare calmo in-formatico (senza forma?), questo centro, mi smarrisco, pur essendo in relazione. Ieri scrivevo di aver sognato di distruggere il mio Io. Ma la rete, in qualche modo, non è la realizzazione di questo sogno? No, perché in una relazione troppo spesso superficiale e disincarnata, sono proprio i desideri più bassi (la curiositas che trasforma Lucio in asino…) ad essere nutriti. Fermo la navicella del mio ingegno, ammaino le vele. Non so dove andare.

venerdì 10 febbraio 2012

10 febbraio [separebabouesalbaprataliaaraba]

Come questa estate mi sono imposto la disciplina della corsa quotidiana, allo stesso modo, per arginare la deriva di insensatezza di quest’inverno (non marzo per me ma sicuramente i mesi che lo precedono sono dotati di una crudeltà che devo ancora comprendere) ho deciso di scrivere. Dunque, queste parole sono un esercizio. Come la corsa dona elasticità ai tessuti, infonde vigore ai muscoli, così la scrittura mi costringe ad esercitare il pensiero, che altrimenti si lascia irretire dalla routine quotidiana (che talvolta sa essere molto gradevole: “gradevole”, appunto). La corsa, però, è sempre identica. Posso variare il percorso, ma, appunto, c’è un percorso. Certo, qui c’è la pagina che ho deciso circoscriva il discorso. Mi sono imposto quest’unico limite formale. Il contenuto, mi sono detto, segua l’estro del giorno o dell’ora del giorno, gli accadimenti interiori ed esteriori (l’ordine non è casuale: lo so, ahimé).

[C’è stato un tempo, che ricordo come un sogno, in cui ho sognato di cancellare il mio Io. Leggevo i mistici di ogni spiritualità. Praticavo esercizi ascetici, con lo slancio generoso ed ottuso dell’autodidatta. Eppure sapevo che, nelle cose dello spirito, le guide sono fondamentali. Sin dalla mia adolescenza l’ascesi mi ha dato brividi che talvolta penso siano estetizzanti. Eppure quando leggevo Schopenhauer o Hesse davvero pensavo che era quella la vita che volevo: libero dal desiderio della carne, dalla fame, senza desideri… Ora so che era una forma malintesa di ascesi, fatta solo di rinunzia. E mi sono riconciliato con molte parti di me, troppo a lungo disprezzate e incomprese. Eppure di quel tempo vorrei conservare, come luce, l’aspirazione ad anteporre il Tu, il volto dell’Altro, all’Io. La mia carnalità, in fondo, altro non è che ego smisurato, che pure cerca di camuffare in mille modi la sua volontà di potenza dietro un’umiltà di facciata].

È un diario in pubblico quello che sto scrivendo? Purgato solo dell’indicibile, dei desideri più inconfessabili se non a pagine gelosamente custodite prima da cassetti e chiavi ora da password esotiche? (La mia è un ricordo della prima adolescenza… È la sigla con cui ci firmavamo io e il mio fraterno amico nei primi videogiochi che iniziavano ad apparire nei bar della città). Ho imparato ad accettare l’esistenza di “cassetti” chiusi a chiave nella mia esistenza, zone che appartengono solo a me stesso. So che nessuna forma scritta o d’altro tipo potrà “dirle” senza tra-dirle. Quindi scrivo solo per me. Invece qui sto tentando uno stranissimo esperimento, reso possibile dai fragili equilibri che la maturità consente. La maturità per me è stata accettare, oltre alle responsabilità (vivere senza rete, mi ripeto spesso), i miei limiti strutturali. Accettare, ad esempio, che non sarei mai diventato un grande scrittore e ciò nonostante continuare a scrivere, ridefinendo il senso che la scrittura aveva per me, ad ogni stagione. Esistono stagioni della vita in cui possiamo illuderci di poter essere ogni cosa, di potere ogni cosa. Ora so che la maturità ha dei grandi pregi. Ad esempio, quando gioco a pallone so qual è il mio limite, so quando posso fare uno scatto e quando devo riprendere fiato. Da giovane, quando sognavo di potere tutto, eccedevo, mi spendevo tutto in uno scatto al di là dei miei limiti fisici, e poi mi accasciavo inerte per la restante parte dell’incontro. Conoscere il limite è saggezza, anche se, mi dico memore di una canzone che amo tanto di Battisti, c’è il rischio di una prudenza stagnante, di una vita ritirata a risparmiare forze, di sfide mai accettate perché, appunto, al di là dei nostri limiti. I limiti, dunque, vanno anche forzati. La collina dei ciliegi va conservata come stella polare che orienti i nostri percorsi.

Divago. Ma può essere altro per me la scrittura in questo tempo? Non la guido. È lei che guida me (per questo amo la poesia: le parole germinano sensi inattesi, “chiamano” altre parole, rompono il flusso della razionalità). Posso solo seguire con molta umiltà questi “sentieri interrotti”. In fondo, non faccio che andare senza meta nel bosco della mia esistenza, dove incontro persone, eventi, libri. Non sarò mai una città come quelle sognate dagli architetti rinascimentali. E, in fondo, è bene che sia così. Forse sarò pienamente non realizzato ma felice quando lascerò accadere le cose in me e fuori di me. So già che non si verificherà mai. Ho iniziato questo diario in pubblico con l’immagine di un cavaliere che, immaginavo, attraversava proprio l’oscurità di un bosco. Il mio super-ego è quel cavaliere dell’ethos e della polis. Come potrebbe accettare di vagabondare in un bosco, come un Thoreau qualsiasi? Saprò mai, dunque, convincere quel cavaliere a scendere dal suo nobile destriero e sostare lungo un lago, guardando i cerchi di un albero tagliato per ore ed ore?